Il supplizio del “fine pena mai”

L’ergastolo come pena capitale senza boia

In Italia la pena di morte è stata abolita definitivamente nel 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
A partire da quel momento, l’ergastolo ha sostituito l’esecuzione capitale come la più grave delle pene previste dall’ordinamento.

Ma se la ghigliottina o il plotone d’esecuzione davano una fine certa – brutale ma immediata – la condanna al “fine pena mai” diventa un supplizio a scadenza infinita: non toglie la vita con un colpo secco, ma la consuma lentamente, giorno dopo giorno, per decenni.
Abbiamo reso disoccupato il boia, certo, ma non abbiamo liberato la coscienza collettiva dal peso della morte inflitta: l’abbiamo solo spalmata sul tempo, diluita in una lunga agonia.

È per questo che molti ergastolani parlano di “pena di morte viva”. Una formula che sembra ossimoro, ma che rende bene l’idea di cosa significa essere sepolti vivi dentro un carcere senza speranza di uscita.

Eppure, nell’opinione pubblica, si sente spesso dire:
“Deve marcire in galera”, “Buttate la chiave”.
È un grido che risponde al desiderio di vendetta più che alla giustizia. Ma se ci fermiamo ad ascoltare davvero le voci di chi vive il carcere a vita, scopriamo un paesaggio umano spaventoso, fatto di solitudine, degrado e abbandono.


L’Asinara e la vita sepolta

Negli anni ’60 e ’70 l’isola dell’Asinara, in Sardegna, fu uno dei luoghi più emblematici di questa condizione.
Un carcere naturale, circondato dal mare, dove i detenuti erano isolati dal resto del mondo e vivevano a stretto contatto con animali: pecore, capre, asini, cani randagi.

Era quasi un microcosmo separato, dove la natura diventava l’unica compagnia possibile e dove la solitudine portava spesso a rapporti ambigui con quelle stesse bestie. Non per scelta, ma per disperazione.

Un ergastolano dell’epoca, colpevole di parricidio, lasciò una lettera che è un documento prezioso non solo della condizione carceraria, ma anche della lenta corrosione psicologica prodotta dal “fine pena mai”.


La lettera dell’ergastolano dell’Asinara (1966)

Io scrivo sta lettera e manco so se arriva da qualche parte. Forse la buttano via, forse la legge qualcuno importante, ma io devo scrivere senno impazzisco.

Avevo 25 anni quando ho ammazzato mio padre. So’ passati più di quarant’anni e adesso che sto a settanta mi sento un vecchio già mezzo morto. Qua all’Asinara è sempre uguale: pietra, mare, guardie. E capre. Le capre che mi tengono vivo. Ci parlo, ci dormo vicino, a volte mi scordo che sono animali e mi pare che siano cristiani. Una capra nera la chiamo Maria, come mia madre. E me vergogno pure a scriverlo, ma a volte mi è sembrata l’unica che mi voleva bene davvero.

Le guardie ridono, mi chiamano il pastore. Ma loro non sanno cosa vuol dire stare una vita senza un abbraccio. E allora ti aggrappi a quello che trovi, pure alle bestie.

Io non so più chi so’. La testa mi parte, mi scordo i nomi, confondo i sogni. Vedo papà la notte, che mi ride in faccia, e io gli chiedo perdono. Forse è il diavolo, forse è la demenza.

Dicono che forse arriva la grazia, che il Presidente ci pensa. Ma che grazia è, se ormai so’ un vecchio rincoglionito? Vorrei solo morire senza sbarre davanti agli occhi, guardando il mare e non il ferro.

Io non sono più quello che ammazzò suo padre. Io non so più niente.

Un ergastolano dell’Asinara


Il peso sulla coscienza collettiva

Queste parole, grezze e confuse, valgono più di molte sentenze: mostrano il vero volto dell’ergastolo.
Non è redenzione, non è rieducazione, non è neppure vera giustizia. È un logorio infinito che riduce l’uomo a guscio vuoto.

Si è detto che con l’abolizione della pena di morte abbiamo fatto un passo di civiltà. Ma a ben guardare, il “fine pena mai” ha reso invisibile il boia, trasferendo la sua lama dal patibolo al calendario. Il tempo stesso diventa carnefice, infliggendo una pena che non finisce mai.

E allora viene da chiedersi: se questo è ciò che intendiamo per giustizia, non dovremmo avere il coraggio di guardarla in faccia. Non basta dire “buttate la chiave”. Bisogna domandarsi se davvero questa pena corrisponde al senso di umanità che la Costituzione prometteva.


Forse, per capire davvero, bisognerebbe chiederlo non ai giudici, né ai politici, né ai cittadini che invocano vendetta.

Bisognerebbe chiederlo alle capre dell’Asinara, che hanno visto uomini trasformarsi in bestie, e bestie diventare l’unica famiglia possibile per chi è stato condannato a vivere senza più un fine pena.

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