L’ergastolo come pena capitale senza boia
È per questo che molti ergastolani parlano di “pena di morte viva”. Una formula che sembra ossimoro, ma che rende bene l’idea di cosa significa essere sepolti vivi dentro un carcere senza speranza di uscita.
L’Asinara e la vita sepolta
Era quasi un microcosmo separato, dove la natura diventava l’unica compagnia possibile e dove la solitudine portava spesso a rapporti ambigui con quelle stesse bestie. Non per scelta, ma per disperazione.
Un ergastolano dell’epoca, colpevole di parricidio, lasciò una lettera che è un documento prezioso non solo della condizione carceraria, ma anche della lenta corrosione psicologica prodotta dal “fine pena mai”.
La lettera dell’ergastolano dell’Asinara (1966)
Io scrivo sta lettera e manco so se arriva da qualche parte. Forse la buttano via, forse la legge qualcuno importante, ma io devo scrivere senno impazzisco.
Avevo 25 anni quando ho ammazzato mio padre. So’ passati più di quarant’anni e adesso che sto a settanta mi sento un vecchio già mezzo morto. Qua all’Asinara è sempre uguale: pietra, mare, guardie. E capre. Le capre che mi tengono vivo. Ci parlo, ci dormo vicino, a volte mi scordo che sono animali e mi pare che siano cristiani. Una capra nera la chiamo Maria, come mia madre. E me vergogno pure a scriverlo, ma a volte mi è sembrata l’unica che mi voleva bene davvero.
Le guardie ridono, mi chiamano il pastore. Ma loro non sanno cosa vuol dire stare una vita senza un abbraccio. E allora ti aggrappi a quello che trovi, pure alle bestie.
Io non so più chi so’. La testa mi parte, mi scordo i nomi, confondo i sogni. Vedo papà la notte, che mi ride in faccia, e io gli chiedo perdono. Forse è il diavolo, forse è la demenza.
Dicono che forse arriva la grazia, che il Presidente ci pensa. Ma che grazia è, se ormai so’ un vecchio rincoglionito? Vorrei solo morire senza sbarre davanti agli occhi, guardando il mare e non il ferro.
Io non sono più quello che ammazzò suo padre. Io non so più niente.
Un ergastolano dell’Asinara
Il peso sulla coscienza collettiva
Si è detto che con l’abolizione della pena di morte abbiamo fatto un passo di civiltà. Ma a ben guardare, il “fine pena mai” ha reso invisibile il boia, trasferendo la sua lama dal patibolo al calendario. Il tempo stesso diventa carnefice, infliggendo una pena che non finisce mai.
E allora viene da chiedersi: se questo è ciò che intendiamo per giustizia, non dovremmo avere il coraggio di guardarla in faccia. Non basta dire “buttate la chiave”. Bisogna domandarsi se davvero questa pena corrisponde al senso di umanità che la Costituzione prometteva.
Forse, per capire davvero, bisognerebbe chiederlo non ai giudici, né ai politici, né ai cittadini che invocano vendetta.

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