Il grande paradosso italiano: quando la legge sulla prostituzione alimenta l’illegalità e il turismo sessuale

 [Post a tempo: scadenza 23 febbraio 2030]


Nel 1958 l’Italia decise di chiudere i bordelli con la Legge Merlin, sancendo la fine delle case di tolleranza e del coinvolgimento statale nella regolazione della prostituzione. L’intento era nobile: liberare le donne dallo sfruttamento legalizzato e tutelarne la dignità. Ma oggi, oltre sessant’anni dopo, quella legge appare come un reliquato ideologico, incapace di affrontare la complessità del presente.


Dalla legalità al sommerso: il regno dell’ipocrisia

In Italia la prostituzione non è reato, ma qualsiasi forma di organizzazione lo è: non puoi affittare un locale, non puoi lavorare insieme ad altre persone, non puoi neanche promuoverti liberamente. Puoi solo vendere sesso da sola, in silenzio, sperando di non disturbare nessuno.

Il risultato? L’intero fenomeno è stato spinto sotto il tappeto, lasciando campo libero a:

  • racket criminali,

  • sfruttamento,

  • assenza totale di diritti e tutele per chi esercita.

Lo Stato, invece di regolare, si gira dall’altra parte.


Clienti in fuga: il turismo sessuale oltreconfine

Negli ultimi decenni, migliaia di italiani hanno trovato una via d’uscita al confine: Austria, Svizzera, Slovenia e Germania hanno legalizzato e regolamentato la prostituzione, creando spazi sicuri e strutturati.


A pochi chilometri da Tarvisio, ad esempio, sorge uno dei bordelli più grandi d’Europa, il Wellcum, costruito appositamente per accogliere clienti italiani che cercano ciò che in patria è vietato. Una fuga organizzata verso un piacere che, qui, non si può neanche nominare.

Un dito medio alzato ai moralisti d’importazione, ai Savonarola d’ogni epoca, e all’ipocrisia di Stato che si illude di “combattere il degrado” cancellando i luoghi in cui il sesso è almeno visibile, e dunque controllabile.

 

Chi vince? Chi perde?

Vincono:

  • le organizzazioni criminali,

  • gli imprenditori esteri del sesso regolamentato,

  • i moralisti che si sentono eticamente superiori.

Perdono:

  • le sex worker italiane, abbandonate all’insicurezza,

  • lo Stato, che rinuncia a milioni di euro in tasse e contributi,

  • i cittadini, che vivono in un contesto privo di regole chiare.


Serve una nuova legge, non nuovi divieti

Regolamentare non significa incoraggiare, significa governare ciò che già esiste. Un approccio laico e realistico dovrebbe:

  • legalizzare e regolamentare il sex work libero e consapevole,

  • offrire diritti, tutele e percorsi di uscita,

  • distinguere la prostituzione dalla tratta,

  • combattere lo sfruttamento con strumenti moderni, non con divieti inefficaci.

Continuare a non decidere equivale a decidere per il peggio. È tempo che l’Italia affronti il tema con coraggio, pragmatismo e rispetto per tutte le parti coinvolte.


Perché l’umanità sceglie ancora Barabba? Il confine tra libertà e dogma nel Borneo e oltre

 [Post a tempo: scadenza 23/02/2030]


Quando mi chiedono perché, ancora oggi, l’umanità sembra scegliere Barabba invece di chiudersi nella legge e nel rigore, penso a una fila di auto che, ogni fine settimana, attraversa la frontiera tra il Brunei e la Malesia, diretta verso la città di Miri.

Il Brunei è un piccolo Sultanato incastonato nell’isola del Borneo, un territorio immerso nelle foreste tropicali dell’Asia sudorientale. È circondato dalla Malesia, uno stato più grande, ma entrambi condividono una religione dominante: l’Islam sunnita.

Nel decennio passato, il Sultano Hassanal Bolkiah ha imposto la sharia, la legge islamica più severa, applicata direttamente dal Corano, con punizioni che vanno dalle amputazioni alle lapidazioni. I cittadini del Brunei si sono adattati a questo rigido regime morale, almeno in apparenza.

Eppure, appena oltre il confine, a Miri, la vita scorre in modo molto diverso. Anche la Malesia è a maggioranza musulmana, ma la sua interpretazione della fede è meno severa: ci sono locali notturni, bar, alcool, e persino spazi sicuri per la comunità LGBTQ+. Qui la religione convive con la vita e la libertà personale.

Come i nuotatori che risalgono in superficie dopo un lungo trattenere il respiro sott’acqua, i cittadini del Brunei ogni weekend fuggono verso Miri per respirare aria di libertà.

Questa scelta – quella di Barabba, simbolo storico del compromesso umano, della fuga dalla legge severa – continua anche oggi. Non sorprende che in molte parti del mondo, dall’Iran all’Italia rinascimentale, la gente scelga la libertà, anche a costo di sfidare il potere religioso e morale.

A Firenze, molti assistettero al rogo di Savonarola: un predicatore che impose un rigore morale quasi teocratico, ma che fu prima impiccato, poi bruciato, e infine gettato nell’Arno. La sua fine violenta è l’eco storica di quel conflitto eterno tra libertà e dogma, tra carne e spirito, tra Barabba e il Cristo.

Barabba è la rappresentazione dell’umanità che preferisce la vita con tutti i suoi limiti e desideri, piuttosto che la legge rigida che nega il piacere e la libertà.

Per questo, non smetteremo mai di vedere Barabba camminare tra noi.


Chi tira linee dritte con il righello finisce male in mezzo a chi traccia solo linee curve.

(3) La cultura non vissuta: il paradosso degli analfabeti funzionali nella società moderna

Ho pensato di chiedere a mio padre, che ha la veneranda età di 92 anni, quale argomento trattare nel mio prossimo libro. Chi meglio di lui, con la sua lunga esperienza di vita, potrebbe suggerirmi un tema che abbia il potenziale per diventare un bestseller?

Ma mentre riflettevo sulla sua vita, mi sono reso conto di una cosa che mi ha colpito profondamente. Nonostante le tante occasioni e appuntamenti dati a Napoli, in piazza Cavour, proprio nei pressi del Museo Archeologico, lui, come intere generazioni di napoletani, non ha mai messo piede dentro. Nemmeno la prima domenica del mese, quando l’ingresso è gratuito.


Questa realtà non è isolata. Nel mio territorio, nella zona vesuviana, ho incontrato persone anziane che non hanno mai visto il mare, o una donna di Madonna dell’Arco che non era mai stata a Napoli. Contadini che non conoscevano il mare, persone nate e cresciute in luoghi così vicini, eppure così lontani dalla cultura “ufficiale”.

Oggi però il problema si fa più complesso. Gli analfabeti funzionali non sono più solo persone con scarsa istruzione, ma anche individui laureati che, pur avendo studiato, non riescono a superare la superficie delle informazioni. Sanno leggere e scrivere, ma sono incapaci di pensare oltre l’ovvio, incapaci di rielaborare ciò che apprendono in modo critico e creativo.

Questi individui si lasciano facilmente influenzare da “guru” improvvisati sui social, affidandosi a chiunque offra risposte semplici, spesso a scapito del ragionamento autonomo. La cultura, invece, è quella forza che smonta, riassembla e dà senso alle informazioni in base a una coscienza critica e profonda.

La tragedia è che in una società così piena di dati e contenuti, molti restano prigionieri di abitudini mentali e automatismi, come se fossero governati da algoritmi invisibili. Si sa già quale sarà la loro risposta, e questo limita enormemente la possibilità di crescita personale e collettiva.

Ma c’è anche un lato positivo: esistono persone che, tra i social, trasmettono vera conoscenza e passione per la storia, il folklore, la scienza. Io stesso seguo la pagina Facebook del Prof. Amedeo Colella, che con le sue pillole di folklore napoletano è una vera boccata d’aria fresca in mezzo a tanta disinformazione.

Voglio portare mio padre a visitare il Museo di Piazza Cavour. Vorrei che a 92 anni vedesse, per la prima volta, quel patrimonio di arte, storia e cultura che ha sempre ignorato. Ma temo che declinerà l’invito. Come si può vivere una vita intera senza aver varcato la soglia di un luogo così importante?

Questo piccolo episodio è il simbolo di un fenomeno molto più ampio: una massa di analfabeti funzionali che si privano di esperienze fondamentali, di conoscenze che vanno ben oltre il semplice sapere.

Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo iniziare a coltivare la cultura come esperienza, come capacità di pensiero critico, e non solo come accumulo passivo di informazioni. Solo così potremo superare il paradosso di una società che ha tutto a portata di mano, ma rinuncia a usarlo davvero.


(2) Credere in sé stessi: la vera forza contro la Legge di Jante e il destino scritto

Il segreto del successo, come ci ricorda Elon Musk, è credere in sé stessi anche quando gli altri non ci credono ancora. Questa convinzione ci spinge a sfidare la cosiddetta Legge di Jante, un codice non scritto che impone l’umiltà fino al punto di negare il valore personale, dicendo: “Tu non vali niente. A nessuno interessa ciò che pensi. La mediocrità e l'anonimato sono la scelta migliore”.


Questa mentalità può farci sentire come se il nostro destino fosse già segnato, come nel film I guardiani del destino (2011) con Matt Damon, dove gli eventi sono scritti e ineluttabili. Ma noi non siamo tram vincolati a rotaie fisse: il nostro cammino è libero e possiamo scegliere la direzione, anche quando la strada è difficile o incerta.

Spesso siamo schiavi delle cattive abitudini e delle nostre debolezze, ma questo non significa che il destino sia immutabile. Il libero arbitrio ci permette di scrivere la nostra storia passo dopo passo. Chi crede può chiedersi cosa significhi “fare la volontà di Dio” se non esiste un destino predeterminato. La risposta sta nel “come” agiamo, rispettando le regole e l’etica, come in una partita di calcio dove l’obiettivo è vincere ma senza barare.

Le difficoltà della vita sono come il terreno che oppone resistenza al seme, che però deve germogliare per vedere la luce. Questo “buon combattimento” ci forgia e ci rende più forti, preparandoci a raccogliere i frutti dei nostri sacrifici. Anche quando “Saturno è contro”, come si dice in astrologia, è necessario lavorare duro e a volte migrare in cerca di un futuro migliore, come hanno fatto Abramo, Elon Musk o molti altri imprenditori e cervelli in fuga.

Il mio desiderio personale è trovare “l’erba più verde”, e anche se non so dove Dio mi porterà, so che posso forzare la Sua mano agendo con coraggio e fede, proprio come fece il profeta Elia quando scelse di disobbedire per fare il bene. Dio non punisce chi agisce con cuore e volontà, ma benedice chi compie il bene anche contro le regole apparentemente stabilite.

Dio può far crescere l’erba più verde ovunque e può far nascere la speranza dove sembra impossibile. Quando ho affrontato un momento di estrema difficoltà, ho pregato non per me stesso, ma per la fede di mia madre. E grazie a quella preghiera, sono ancora qui a raccontare che la fede può salvare.

Credere in sé stessi, lottare contro le imposizioni e affidarsi alla fede non significa ignorare le difficoltà, ma trovare la forza di superarle e scrivere la propria storia. Noi siamo gli autori del nostro destino, e il capitolo più bello è quello che ancora dobbiamo scrivere.



Quando un capolavoro finisce al macero (e forse non è colpa tua)

 [Post a tempo: scadenza 17 febbraio 2030]

Ci sono libri bellissimi che nessuno ha letto. Non perché scritti male, ma perché stampati in tre copie e ignorati da tutti. Così, un giorno, finiscono al macero. Non fa notizia, non fa scandalo. Accade ogni giorno.

Eppure, l’editore ci ha guadagnato qualcosa. Perché quasi sempre lo scrittore ha pagato per pubblicare. Fino a 5.000 euro, in certi casi. Una specie di tassa sull’illusione.
Il 99% degli autori emergenti non supera questo primo stadio. E molti di loro sono convinti che investire sul proprio libro significhi crederci. Come in una società: tu metti i soldi, l’altro (forse) il mercato.

Poi ci sono gli editori "seri". Quelli che non chiedono contributi, perché spalmano il rischio su molti titoli, come fanno le assicurazioni. Pubblicano romanzi che hanno già funzionato all’estero, saggi che cavalcano le tendenze, oppure l’ultima autobiografia di un personaggio televisivo. Insomma: meno rischio, più ritorno.

Chi pubblica per la prima volta deve affrontare numeri impietosi: il 99% degli esordienti non venderà nulla. E quel 1%?
Ah, quel famoso 1%... quello che fa il botto e paga i debiti degli altri.

Nel frattempo, le case editrici longeve sopravvivono grazie alle ristampe dei loro cavalli di battaglia. Le novità vere? Sono fiches su un tavolo da poker.

C’è poi chi sceglie l’autopubblicazione. Coraggiosi? Disillusi? Dipende. Ma senza una rete promozionale forte, senza contatti con la stampa, senza qualcuno che parli del tuo libro, si resta invisibili.
E La Repubblica non parlerà di te. A meno che tu non sia un colonnello o un generale in pensione.

Altro discorso meritano i professori universitari. Loro pubblicano i manuali per i corsisti e, nel dubbio, bocciano chi ha studiato dalle fotocopie. Un altro tipo di editoria, un altro tipo di garanzia.

E allora, a chi ci affidiamo? Alla Fortuna?

La Fortuna è bionda, severa, protestante. Cieca, oltretutto.
Non guarda in faccia a nessuno.

Rimane Quero.
Quero non è una divinità riconosciuta, né un algoritmo. È una presenza che interferisce con le coincidenze, le sincronicità, le svolte. Una specie di interruttore quantico tra un destino fallito e un’occasione trovata nel caos.

Forse non esiste. Forse abbiamo solo un biglietto della lotteria in mano.
Forse i miei cornetti napoletani non servono a niente.

Ma se Quero esiste, allora lo fa per questo: per evitare che un originale muoia da fotocopia.

Quero: il demone del successo letterario 



(1) Il professore di religione che diventò ateo

L’ho incontrato in una chiesa, dopo tanti anni. Era il mio professore di religione alle superiori, e mai mi sarei aspettato di trovarlo lì, proprio lui, che a un certo punto del nostro dialogo si è definito “ateo”.


Era lì per una messa di trigesimo, in memoria di un caro amico. Partecipava, disse, “per rispetto della famiglia”, ma senza alcuna convinzione personale. Parole fredde, quasi tecniche, che stridevano con l’atmosfera sacra del luogo e con il ricordo che avevo di lui: un insegnante appassionato, a volte persino ispirato, che parlava di fede, vangeli e speranza con l’enfasi di chi ci crede davvero.

E invece oggi racconta il cattolicesimo come una favola per bambini mai diventati adulti.

Mentre lo ascoltavo, non riuscivo a non chiedermi se allora, quand’ero suo alunno, credesse davvero in ciò che diceva. Oppure se già allora recitasse una parte, magari in cambio di uno stipendio e di una cattedra ottenuta – come spesso accade – con il beneplacito silenzioso di un vescovo amico.

In alternativa, forse è stato sincero allora e si è perduto dopo. Magari qualche libro di troppo, qualche teoria sulla casualità dell’universo, e la fede si è sgretolata sotto il peso del dubbio. Succede. Ma non per questo fa meno male vederlo così.

Da credente cattocomunista a propagandista scientista. Una parabola quasi politica, più che spirituale.

Lo salutai con una scusa, e me ne andai.

Perché negare Dio, oggi, è diventato quasi un riflesso condizionato, come negare l’evidenza delle raccomandazioni nelle selezioni pubbliche. Tutti sanno che esiste chi è davvero bravo, chi riesce grazie alla fortuna, e poi c’è la grande massa che mangia da un piatto che non ha scelto. E anche se quel piatto è imperfetto, resta comunque il proprio: sputarci sopra è un atto che puzza d’ingratitudine.

Il mio professore di religione, oggi, sputa nel piatto dove ha mangiato agli inizi della sua carriera. E questo, più del suo ateismo, è ciò che mi disturba.

Forse per questo, quando lo incontro, evito sempre l’argomento. Non per paura, ma per rispetto. Perché la fede si può perdere, ma la dignità no.


Il libro che non doveva essere scritto

 [Post a tempo: scadenza 15 febbraio 2028]


Ho il PC pieno di libri già pronti per il selfpublishing. Centinaia di pagine, file ben ordinati, idee già sviluppate, parole pensate per un pubblico che forse non esiste più — o che, semplicemente, non mi interessa più raggiungere.

Eppure non riesco a pubblicarli.
Non perché non siano “abbastanza buoni”, ma perché non mi ci riconosco più.
Sono il frutto di un’altra versione di me. Uno che scriveva per affermarsi, per condividere, forse anche per spiegare. Ma ora?

Ora mi sento seduto in contemplazione. Guardo la vita scorrere e non trovo più nulla da dire. Non perché non ci sia nulla da raccontare, ma perché sento che non serve. O forse, semplicemente, non mi interessa più aggiungere rumore al rumore.

La verità?
Forse non ho più niente da dire al prossimo.
Forse sono diventato lettore, non autore. Osservatore, non oratore. E va bene così.


La scrittura come saccenza


Scrivere un libro è spesso un atto di saccenza.

Lo dico senza rancore, ma con disillusione. Il 99% degli scrittori crede di avere qualcosa da insegnare agli altri. Ma pochi hanno davvero qualcosa di così profondo da meritare d'essere condiviso. Gli altri? Riempiono scaffali. Fanno rumore.

A volte penso che la vera saggezza sia restare in silenzio.
Lasciare che ognuno impari da solo, leggendo direttamente la vita.
Perché chi sale in cattedra con troppa facilità spesso rivela solo la propria ignoranza.


E se il silenzio fosse l’opera?

E allora, perché non pubblicare proprio questo?
Un’opera senza arroganza. Un libro senza contenuto, solo contemplazione.
Una raccolta di pensieri su ciò che non vale la pena dire, su ciò che si comprende solo stando zitti.

Non per spiegare.
Non per convincere.
Ma solo per testimoniare che c’ero, e che ho imparato a tacere.


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