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(66) Dal Nazismo a MAGA: la metamorfosi paradossale della destra americana

Negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, molti dei nostalgici del nazismo europeo trovarono rifugio negli Stati Uniti, formando piccole comunità in esilio e mantenendo viva la retorica del NSDAP. Questi gruppi, come quelli riuniti attorno a riviste e forum come Stormfront, erano apertamente suprematisti: la supremazia della “razza bianca” era il loro dogma fondamentale, e l’antisemitismo non era mai messo in discussione. Il testamento di Hitler circolava tra i membri come una sorta di bibbia politica, e ogni forma di dissenso era percepita come tradimento della causa.

MAGA - Make America Great Again

Oggi, lo scenario della destra americana è profondamente cambiato. I gruppi più noti — dal movimento MAGA di Donald Trump, al network di Charley Kirk con Turning Point USA, fino ai groyper estremisti di Nick Fuentes — hanno adottato un linguaggio e un posizionamento politico molto diversi. L’antisemitismo aperto, al modo di Stormfront, è stato in gran parte sublimato o camuffato, mentre la loro agenda si intreccia con il sostegno incondizionato a Israele, percepito come l’ultimo bastione di un ordine etnico affermato. Questo fenomeno ha creato un paradosso sorprendente: un tempo nemici giurati degli ebrei ora si presentano come loro alleati strategici.

Charley Kirk (1993 -2025)

Il filosionismo della destra contemporanea non è casuale. Israele diventa simbolo di resilienza etnica, sicurezza nazionale e forza militare — valori che risuonano con l’ideologia suprematista ma riformulati in chiave geopolitica. Invece della celebrazione razziale esplicita, il nuovo mantra è la difesa dell’“identità” e dei valori occidentali, con Israele come alleato naturale contro presunti nemici globali. In questo modo, la metamorfosi ideologica non cancella del tutto il passato: ne conserva l’ossatura — la centralità dell’identità etnica — ma la ristruttura in una narrativa accettabile nella politica mainstream americana.

Simbolo dei Groyper 

I groyper rappresentano il punto più estremo di questa nuova corrente: radicali, giovanili, spesso provocatori, ma anche loro convinti filosionisti. Non è più l’antisemitismo ideologico a definire l’identità del gruppo, bensì la lotta culturale, il nazionalismo bianco e il sostegno a Israele come “ultimo etnostato bianco” sulla scena mondiale. Il loro linguaggio richiama spesso quello dei vecchi suprematisti, ma trasformato in meme, video virali e slogan mediatici che rendono più difficile riconoscere la continuità storica con Stormfront.

In sintesi, la destra americana ha subito una metamorfosi che potremmo definire “strategica”: da un suprematismo bianco dichiarato e antisemitico a una forma di nazionalismo etnico camuffato da filosionismo, con Israele come emblema simbolico e geopolitico di un ordine che i suprematisti di ieri non avrebbero mai immaginato di celebrare apertamente. È una trasformazione che dimostra come le ideologie possano adattarsi ai tempi, alle esigenze mediatiche e al contesto globale, senza rinunciare del tutto ai loro nuclei fondamentali.

(47) Morti di serie A, cadaveri di serie B

È curioso come la morte, che dovrebbe essere la grande livella, finisca sempre per essere usata come un manganello ideologico. Gianpaolo Pansa, con il suo Sangue dei vinti, lo aveva capito prima di altri. Raccontò storie scomode, di partigiani che uccidevano prigionieri fascisti già disarmati, di donne rasate e umiliate, di fucilazioni a guerra finita. Non lo fece per rivalutare il fascismo, ma per dire che non esistono morti giusti e morti sbagliati. Eppure fu subito etichettato come traditore, perché aveva osato mettere in discussione la narrazione monolitica di una Resistenza senza macchie e senza eccessi. Gli dissero che stava dando argomenti alla destra, che sporcava la memoria collettiva. In realtà, stava semplicemente restituendo dignità a chi era stato cancellato due volte: dalla vita e dalla memoria.

Oggi quella lezione ritorna, in forme diverse ma con la stessa crudezza. La morte di Charley Kirk, figura controversa della destra americana, ha acceso reazioni che sembrano più processi sommari che cordogli. Da una parte chi lo rimpiange come un combattente della propria parte, dall’altra chi lo insulta anche da morto, come se la tomba fosse un ring ancora aperto. Così la persona svanisce, resta solo il simbolo, l’effige ideologica da venerare o da disprezzare. Non c’è più l’uomo, non c’è più la fragilità della fine, c’è soltanto il marchio politico da colpire o difendere.

Ma il terreno più drammatico resta quello del conflitto mediorientale. Qui la gerarchia della morte è spietata. Le vittime israeliane hanno nomi, cognomi, storie personali che passano dai giornali alle televisioni, diventano protagoniste di speciali, di cerimonie, di cordogli ufficiali. I palestinesi, che cadono a migliaia sotto le bombe, sono ridotti a cifre senza volto, a “danni collaterali”. Non sono più esseri umani, ma massa indistinta, carne da macello. Si piange l’israeliano perché rappresenta l’Occidente ferito, si ignora il palestinese perché non entra nel racconto dominante. E quando non lo si ignora, lo si degrada: la sua morte viene giustificata come inevitabile, la sua vita come sacrificabile. È il grado estremo di quella divisione fra morti di serie A e morti di serie B che Pansa aveva denunciato con coraggio.


La verità è che la morte, se la guardiamo senza ideologie, è sempre la stessa. Porta via tutto, annienta differenze, azzera schieramenti. È la nostra narrazione che decide chi merita lacrime e chi merita oblio. Ed è proprio in questo gioco sporco di selezione del cordoglio che si misura il fallimento della nostra civiltà. Non abbiamo imparato nulla, né dai morti di ieri né da quelli di oggi. Continuiamo a dividere, a catalogare, a strumentalizzare. In fondo, per il potere, i morti servono soprattutto da vivi: come bandiere da sventolare, come pietre da lanciare contro il nemico, come simboli da manipolare.

Pansa lo aveva gridato a modo suo: dietro ogni cadavere c’è una storia, c’è una madre che piange, c’è un silenzio che dovrebbe imporre rispetto. Averlo dimenticato significa non solo tradire la verità, ma condannarsi a ripetere all’infinito lo stesso errore: pensare che il sangue abbia colori diversi, quando invece è sempre rosso.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

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