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ONU ostaggio di Washington: perché è ora di cambiare sede e regole del gioco

Da tempo si parla di riformare le Nazioni Unite, ma l’ultimo episodio ha riacceso una questione mai davvero risolta: l’ONU non è neutrale, perché si trova negli Stati Uniti. È successo di nuovo. Il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), non ha potuto partecipare all’Assemblea Generale a New York perché Washington gli ha negato il visto, nonostante l’immunità diplomatica garantita dal diritto internazionale. Un affronto non solo alla Palestina, ma allo spirito stesso delle Nazioni Unite.

Non è un caso isolato. Nel corso degli anni, anche delegazioni provenienti da Iran, Cuba, Corea del Nord e Russia si sono viste imporre restrizioni simili, trasformando la sede dell’ONU in un luogo di accesso selettivo, dove la libertà di parola dipende dal gradimento politico del Paese ospitante. È come se il custode del palazzo decidesse chi può entrare e chi no, piegando un’istituzione globale alla logica di una potenza nazionale.

Gli Stati Uniti, del resto, hanno sempre usato la loro posizione per influenzare le dinamiche interne dell’ONU. L’esempio più clamoroso è il veto automatico a qualsiasi risoluzione che condanni Israele, anche davanti a evidenze di violazioni dei diritti umani o a bombardamenti che l’opinione pubblica internazionale definisce senza esitazione crimini di guerra. In pratica, un Paese può agire impunemente, perché un suo alleato siede tra i “grandi cinque” del Consiglio di Sicurezza. È il paradosso di un organismo nato per difendere la pace, ma che da decenni si trova paralizzato da un meccanismo costruito nel 1945 per un mondo che non esiste più.


Mentre la geopolitica cambia, nascono nuovi poli di potere come i BRICS, che sfidano apertamente l’egemonia occidentale. In questo contesto, mantenere la sede dell’ONU a New York appare non solo anacronistico, ma anche pericoloso per la credibilità dell’organizzazione. Una sede davvero neutrale – Ginevra, Vienna o perfino una nuova città creata ad hoc sotto amministrazione ONU – sarebbe il primo passo verso un riequilibrio simbolico e politico.

L’altra grande questione è il diritto di veto, che da garanzia di equilibrio si è trasformato in un’arma di blocco. Ogni volta che gli Stati Uniti o la Russia alzano la mano, il mondo resta fermo. Il risultato è che i conflitti si moltiplicano, le risoluzioni restano lettera morta e la diplomazia perde senso.

Forse è arrivato il momento di ammettere che l’ONU, così com’è, non rappresenta più il mondo. È l’eco di un ordine nato dopo la Seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti erano il faro della libertà e non il guardiano di un cancello che decide chi può parlare e chi no.

Se l’ONU vuole tornare ad essere la casa dei popoli, deve smettere di vivere in affitto a Washington.
Perché la pace non ha bisogno di un indirizzo a Manhattan, ma di una coscienza nel mondo.

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