Un altro 11 settembre segnò il Novecento, lontano da New York e dalle Torri Gemelle: quello del 1973 in Cile. Era mattina a Santiago quando i carri armati e i reparti dell’esercito, guidati dal generale Augusto Pinochet, circondarono il palazzo presidenziale della Moneda. All’interno, Salvador Allende, medico socialista e presidente eletto democraticamente tre anni prima, decise di resistere fino alla fine. Con il suo ultimo discorso, trasmesso via radio sotto il rombo degli aerei che bombardavano la città, lasciò al popolo cileno un testamento di dignità e di speranza. Poco dopo, mentre le fiamme divoravano il palazzo, Allende trovò la morte: ufficialmente suicida, ma per milioni di persone caduto come martire della democrazia.
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| Occhiali insanguinati di Salvador Allende |
Quel colpo di Stato non fu soltanto una vicenda interna al Cile. Fu l’espressione di una strategia globale. Negli anni della Guerra Fredda, gli Stati Uniti temevano che il socialismo potesse affermarsi attraverso libere elezioni in America Latina, aprendo crepe nell’ordine politico ed economico occidentale. Henry Kissinger, allora Segretario di Stato, incarnò la logica di contenimento: impedire a qualsiasi governo percepito come “troppo vicino” a Mosca di consolidarsi. Non bastava la diplomazia, serviva la destabilizzazione. Così la CIA sostenne gruppi di opposizione, finanziò scioperi padronali, e lavorò affinché i militari cileni trovassero la via del golpe.
La presa del potere di Pinochet inaugurò uno dei regimi più feroci dell’America Latina. La dittatura impose uno stato d’assedio permanente, sciolse il parlamento, bandì i partiti, riempì gli stadi di prigionieri politici. Tortura, desaparecidos, repressione sistematica: il laboratorio cileno divenne un modello per altri governi autoritari della regione. A un livello più ampio, nacque l’Operazione Condor, un progetto di cooperazione tra le dittature militari di Cile, Argentina, Uruguay, Brasile e Paraguay, con l’appoggio logistico e l’intelligence statunitense. Si trattava di un piano coordinato per eliminare oppositori ovunque si trovassero, dentro e fuori i confini nazionali. Era il lato oscuro della geopolitica, dove i diritti umani scomparivano in nome della stabilità e dell’anticomunismo.
A distanza di cinquant’anni, l’11 settembre cileno continua a interrogarci. Insegna che la democrazia non è mai garantita una volta per tutte, e che la paura – alimentata da interessi economici e strategici – può giustificare le peggiori violenze. Allende non rappresentava un pericolo militare per gli Stati Uniti, ma incarnava l’idea che un altro modello di sviluppo fosse possibile: riforme sociali, nazionalizzazione delle risorse, ridistribuzione. In quell’utopia fragile e incompiuta si celava il timore dei poteri forti, capaci di sacrificare un intero popolo pur di impedire un esperimento politico scomodo.
Oggi, mentre nuove tensioni attraversano il mondo e mentre riaffiorano autoritarismi e colpi di Stato in varie regioni, ricordare quel settembre è più che un dovere storico. È un ammonimento: dietro ogni discorso sulla sicurezza e sull’ordine, può celarsi la tentazione di soffocare la libertà. E dietro ogni scelta di politica estera, si gioca sempre anche il destino di uomini e donne comuni, che pagano con la vita le decisioni prese nei palazzi del potere.

