Visualizzazione post con etichetta affluenza elettorale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta affluenza elettorale. Mostra tutti i post

Clemente Mastella e il sistema elettorale del Sannio: clientelismo, territorio e continuità familiare

 [Post a tempo: scadenza 2 luglio 2031]


Clemente Mastella rappresenta da decenni uno degli attori politici più longevi e controversi della Campania. La sua carriera, che spazia dal ruolo di Ministro della Giustizia a sindaco di Benevento, è segnata da un forte radicamento territoriale e da una capacità rara di sopravvivere a scandali, cambi di coalizione e tensioni politiche. Al centro della sua influenza vi è un sistema che alcuni definiscono clientelare: un intreccio di relazioni personali, nomine strategiche negli enti locali e controllo delle risorse pubbliche che permette di convertire i favori e i servizi offerti in consenso elettorale stabile.

La forza di Mastella non deriva tanto da un programma politico coerente quanto dalla sua capacità di creare un rapporto diretto e personale con gli elettori. Nel Sannio, e in particolare a Benevento, questo modello si traduce in una presenza capillare sul territorio, nella gestione di appalti e contributi pubblici e nella costruzione di reti di fedelissimi tra imprenditori, funzionari locali e rappresentanti delle associazioni civiche. La politica diventa così un meccanismo di scambio: consenso elettorale in cambio di accesso a posizioni e risorse.

Questo sistema ha prodotto risultati tangibili: Mastella mantiene percentuali di voto significative, soprattutto nel capoluogo e nella provincia di Benevento, dove la sua lista o i suoi candidati riescono a superare partiti nazionali più strutturati. Alle elezioni comunali del 2021 a Benevento, ad esempio, Mastella vinse il ballottaggio con oltre il 52% dei voti, confermando il suo peso elettorale diretto. Nelle elezioni regionali della Campania del 2025, la sua lista civica ottenne circa il 17-18% nella circoscrizione di Benevento, mentre nel complesso della regione i consensi furono più modesti, intorno al 3-4%, dimostrando quanto la sua forza resti concentrata nel proprio territorio.

Il contesto demografico contribuisce a spiegare la resilienza di questo sistema. Negli ultimi venti anni, la provincia di Benevento ha subito un progressivo calo di popolazione, passando da circa 287.000 abitanti nel 2001 a meno di 260.000 nel 2025, con un invecchiamento della popolazione e una migrazione giovanile verso altri centri. Parallelamente, l’affluenza al voto è diminuita drasticamente: dalle elezioni politiche del 2018, con un 74% di partecipazione, alle regionali del 2025, con poco più del 41%, fino ai referendum recenti, dove si è registrato un dato inferiore al 28%. In questo contesto di astensionismo crescente, la capacità di Mastella di mobilitare la propria rete di consenso personale assume un valore ancora maggiore, consolidando il suo ruolo di attore chiave nella politica locale.

La continuità familiare gioca un ruolo centrale nella strategia elettorale. Il figlio, Pellegrino Mastella, rappresenta il naturale proseguimento di questo sistema di radicamento territoriale. Alle regionali del 2025, Pellegrino è stato eletto consigliere regionale con oltre 13.800 preferenze personali, gran parte dei voti raccolti dalla lista “Noi di Centro – Noi Sud”. La sua performance, particolarmente forte nel comune di Benevento, dove la lista ha superato il 26% dei consensi, dimostra che il brand Mastella funziona anche come asset elettorale personale e non solo come eredità politica. La figura di Pellegrino conferma la capacità della famiglia di trasformare il consenso personale e la rete clientelare in risultati concreti nelle urne, mantenendo il controllo di una fetta consistente dell’elettorato sannita.


La politica nel Sannio, dunque, non può essere letta solo attraverso le dinamiche dei partiti nazionali. L’influenza di Clemente e Pellegrino Mastella testimonia la persistenza di un modello in cui la prossimità, il controllo delle risorse e il legame personale con gli elettori contano più dell’ideologia e delle coalizioni strutturate. In un’area caratterizzata da spopolamento e calo della partecipazione, la capacità di costruire e mantenere un network di fedelissimi rappresenta non solo un vantaggio elettorale ma un vero e proprio meccanismo di potere locale, in grado di assicurare continuità e stabilità politica alla famiglia Mastella.

Governare con mezzo popolo

 [Post a tempo: scadenza 29 gennaio 2031]


L'astensione come nuovo equilibrio della Democrazia Italiana

Alle elezioni regionali della Campania del 2025 ha votato poco più del 40% degli aventi diritto. Un dato che, al netto delle oscillazioni statistiche, dice una cosa semplice e inquietante: una delle regioni più popolose d’Italia è stata governata con il consenso esplicito di meno di un cittadino su due. Eppure non si è aperto alcun vero dibattito nazionale sullo stato della democrazia. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessuna autocritica seria.

Questo perché l’astensionismo non è più percepito come una crisi, ma come una condizione normale del sistema. Una componente strutturale. La politica ha imparato a convivere con l’assenza di milioni di cittadini, anzi a trarne vantaggio. Governa sapendo che una parte consistente della popolazione ha già rinunciato a partecipare e quindi non rappresenta più un problema da affrontare.

La Campania, in questo senso, non è un’anomalia ma un laboratorio avanzato di una tendenza nazionale. Alle elezioni politiche del 2022, l’affluenza in Italia si è fermata al 63,9%, il dato più basso della storia repubblicana. In meno di cinquant’anni si è passati da una partecipazione superiore al 90% a un Paese in cui oltre un terzo degli elettori resta a casa anche quando si elegge il Parlamento. Non si tratta di una flessione momentanea, ma di una traiettoria precisa.


La spiegazione più comoda attribuisce la colpa ai cittadini, accusati di disinteresse, pigrizia o ignoranza civica. È una spiegazione rassicurante perché assolve la politica da ogni responsabilità. Ma è anche profondamente falsa. L’astensione non nasce dall’inconsapevolezza, bensì dalla consapevolezza maturata nel tempo che il voto, nella pratica, incide sempre meno sulla qualità della vita quotidiana. Strade dissestate, sanità pubblica in affanno, servizi essenziali in declino non cambiano volto al cambiare delle maggioranze. Cambiano i nomi, non le conseguenze.

In questo contesto si afferma quella che potremmo definire la politica facile. Governare con una partecipazione ridotta significa non dover parlare all’intero corpo sociale, ma soltanto a segmenti fedeli e organizzati. Significa concentrare risorse, promesse e attenzione su chi vota sempre, su chi è già inserito in reti di protezione e convenienza, su chi ha qualcosa da perdere se l’equilibrio viene scosso. Tutto il resto del territorio diventa una zona grigia, una terra di nessuno politicamente irrilevante.

Il clientelismo, in questa cornice, non è più un residuo arcaico ma una tecnologia moderna di governo. Non assume forme plateali, ma si esprime attraverso proroghe continue, sanatorie ricorrenti, distribuzione opaca di risorse e incarichi, gestione del consenso come amministrazione dell’esistente. Chi è dentro il sistema vota per conservarlo, chi ne è fuori smette di credere che il voto serva a entrarci.

Il degrado dei servizi pubblici diventa così un rumore di fondo. Le liste d’attesa nella sanità si allungano fino a rendere il diritto alla cura teorico. Le infrastrutture si deteriorano lentamente, senza mai esplodere in una vera emergenza politica. Chi può paga e si arrangia, chi non può rinuncia, chi rinuncia spesso rinuncia anche al voto. Il sistema regge, pur funzionando male, perché elettoralmente è sostenibile.

Questo quadro non è esclusivamente italiano. Il calo della partecipazione elettorale attraversa molte democrazie occidentali. In Europa e nel mondo anglosassone si vota meno rispetto agli anni Settanta e Ottanta, e la fiducia nei partiti tradizionali è in declino. Tuttavia, l’Italia si distingue per la velocità e la profondità della discesa. In pochi decenni ha bruciato un patrimonio di partecipazione che era stato uno dei pilastri della sua democrazia.

Il paradosso è evidente. Le istituzioni continuano a funzionare formalmente, le elezioni si svolgono regolarmente, i governi sono legittimi dal punto di vista giuridico. Ma la legittimazione politica si assottiglia, perché nasce dal consenso di una minoranza sempre più ridotta. La democrazia diventa la democrazia di chi vota, non più di chi vive quotidianamente le conseguenze delle decisioni pubbliche.

L’astensionismo, dunque, non è un incidente né una parentesi. È il nuovo equilibrio. Finché il silenzio di milioni di cittadini verrà interpretato come rassegnazione e non come una forma di accusa, la politica continuerà a governare con il minimo sforzo e il massimo cinismo. E una democrazia che funziona solo a metà, prima o poi, presenta il conto.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...