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Caro Mario Giordano, un vetro rotto può far crollare il palazzo!

Caro Giordano,

l’Italia affronta problemi complessi: flussi migratori, microcriminalità, inefficienze della pubblica amministrazione. Ma siamo sicuri che un’autocrazia li risolverebbe davvero meglio? Certo, può sembrare più rapida ed efficiente, ma a quale prezzo? Libertà, trasparenza, pluralismo: questi non sono optional, sono le fondamenta della democrazia.


Immagini un palazzo. Ogni legge, ogni istituzione, ogni diritto è un mattone o un vetro. Se ignoriamo le crepe, se raccontiamo solo il caos senza proporre soluzioni, è come lasciare un vetro rotto. Da solo sembra un dettaglio, ma la pressione aumenta, le crepe si allargano, e alla fine l’intera struttura rischia di crollare. Questo è il rischio quando il giornalismo denuncia solo l’inefficienza senza accompagnare la verità con responsabilità: delegittima le istituzioni e apre la strada all’uomo forte, qualcosa di serio e tragico, non un’imitazione passeggera.

Il suo giornalismo ha potenza e incisività, e proprio per questo ha la responsabilità di non diventare, anche involontariamente, parte della frattura. La democrazia non si rafforza solo denunciando i problemi: si difende anche mostrando che esistono soluzioni, percorsi di responsabilità, e strumenti per rimediare alle crepe prima che il palazzo crolli.

Giancarlo Siani: la verità sotto i colpi della camorra

Giancarlo Siani era un ragazzo di ventisei anni con un taccuino in tasca e una vecchia Citroën Méhari verde. Lavorava come cronista precario per Il Mattino di Napoli, nella redazione di Torre Annunziata. Non aveva né protezione né stipendio fisso, ma aveva una cosa che molti giornalisti di carriera avevano smarrito: la fiducia nella verità.

Siani non era un eroe per vocazione. Era un giovane normale, con i capelli ricci, gli occhiali e una curiosità ostinata per ciò che accadeva attorno a lui. Passava le giornate nei vicoli, nei bar, fuori dalle caserme o nei corridoi del tribunale, ascoltando la voce della gente. Sapeva che la camorra non era solo nei colpi di pistola, ma nei sorrisi dei politici, nelle feste di paese, nei favori che si scambiano sottovoce.

Giancarlo Siani con la sua Citroen Méhari

Nel settembre del 1985 scrisse un articolo che gli sarebbe costato la vita. Raccontò che l’arresto di Valentino Gionta, boss del contrabbando, era in realtà frutto di un accordo interno tra clan: i Nuvoletta, alleati della mafia siciliana, lo avevano “venduto” per trarne vantaggio. Siani aveva toccato un nervo scoperto. Aveva detto la verità che nessuno doveva scrivere.

La sera del 23 settembre, tornando a casa, la sua Méhari si fermò in via Romani. Due uomini lo aspettavano. Gli spararono dieci colpi alla testa. Morì sul colpo, da solo, sotto il lampione, con le carte sparse sul sedile.

Per anni la sua morte fu avvolta dal silenzio. Si parlò di un regolamento di conti, di un errore. Solo molto tempo dopo vennero riconosciuti i mandanti: i fratelli Nuvoletta. La giustizia arrivò tardi, come accade spesso in Italia, quando il sangue è già secco e la memoria è diventata una cerimonia.

Il sacrificio di Siani, oggi, sembra inutile ogni volta che un giornalista viene lasciato solo, ogni volta che la paura o la convenienza zittiscono un’inchiesta. Le stesse logiche che lui denunciava continuano a infestare la vita civile e politica del Paese. La precarietà del giornalismo, la connivenza del potere, l’indifferenza della società: tutto sembra uguale a quarant’anni fa.

Eppure, non è davvero inutile. Nelle scuole, il suo nome è pronunciato come quello di un ragazzo che non ha taciuto. Ogni volta che un cronista locale racconta la verità su un appalto truccato, su un clan, su una promessa mancata, Siani torna a scrivere attraverso di lui. Il suo sacrificio non ha liberato la Campania dalla camorra, ma ha mostrato che si può essere liberi anche nel cuore del sistema, anche quando tutti ti dicono di smettere.

Essere liberi al prezzo di essere uccisi è il paradosso più amaro della libertà in un paese dove dire la verità può costare la vita. Giancarlo Siani non cercava il martirio. Non voleva morire per la libertà. Voleva solo fare il suo mestiere: capire e raccontare. Ma in un sistema dove la menzogna è potere e il silenzio è protezione, anche la normalità diventa eroismo.

C’è chi dice: “È morto per niente, la camorra è ancora lì.” Forse sì. Ma la differenza tra un popolo schiavo e uno libero non sta nell’assenza dei tiranni, ma nella presenza di qualcuno che non si piega. Ogni libertà collettiva comincia dal gesto solitario di chi rifiuta di obbedire alla paura. Essere liberi non dovrebbe significare rischiare di morire. Ma in certi contesti — nella Napoli degli anni Ottanta, come in molte periferie del mondo oggi — dire la verità è un atto di resistenza.

Forse la vera domanda non è “vale la pena morire per la libertà?”, ma “che cosa resta dell’uomo, se rinuncia a essere libero per vivere un giorno in più?”. Giancarlo Siani non ha cambiato il mondo, ma ha indicato la strada. Chi oggi prende in mano una penna per raccontare la realtà, con coraggio e senza padrini, sta continuando la sua ultima verità.

Il volto che non smette di girare

 [Post a tempo: scadenza 23 marzo 2031]


Dal “fascismo eterno” di Eco al Mussolini narrato da Scurati, passando per il “Profilo Continuo (Dux)” di Bertelli

Il fascismo non appartiene solo al passato. È un meccanismo che si ripresenta, che cambia pelle, che muta forma senza mai dissolversi. Umberto Eco, nel suo celebre intervento del 1995, lo definì “fascismo eterno”: non un regime fissato nella memoria, ma un insieme di pulsioni sempre in agguato, pronte a riaffiorare ogni volta che una società si scopre fragile, spaventata, assetata di certezze semplici.

Antonio Scurati, nei suoi romanzi dedicati a Mussolini, ha mostrato con spietata chiarezza come tutto ciò sia già accaduto. Il Duce non conquistò il potere con un colpo di stato fulmineo, ma attraverso una lenta erosione della democrazia, favorita dall’acquiescenza di chi avrebbe dovuto difenderla. Le squadracce che menavano e incendiavano, la stampa che giustificava, i politici che tacevano: fu una sequenza di piccole rinunce, una lunga catena di complicità. In quella cronaca risiede l’avvertimento per noi: se è accaduto una volta, può accadere ancora.

Profilo Continuo (Dux) di Renato Bertelli 

E qui l’arte offre un’immagine sorprendentemente attuale. Nel 1933, lo scultore futurista Renato Bertelli realizzò il Profilo Continuo (Dux): un cilindro rotante che riproduce all’infinito il profilo di Mussolini, un volto che non smette mai di apparire, qualunque sia l’angolo da cui lo si osserva. Era un capolavoro di propaganda visiva: il Duce onnipresente, ubiquo, eterno. Un’icona concepita per essere allo stesso tempo avanguardia artistica e celebrazione politica, segno tangibile di un potere che non conosceva pause né crepe.

A quasi un secolo di distanza, quella scultura diventa una metafora perfetta del fascismo eterno di cui parlava Eco. Il volto che ruota e non si ferma mai somiglia alle nuove forme della comunicazione politica: leader onnipresenti, profili che invadono schermi e social, immagini che si ripetono fino a saturare l’immaginario collettivo. Non più il marmo o il bronzo, ma la pixelata ubiquità di un volto che vuole essere sempre davanti a noi.

Il meccanismo è lo stesso: ripetizione, onnipresenza, identificazione totale del potere con il suo volto. E come allora, dietro quella maschera estetica si nasconde il nucleo eterno del fascismo: la costruzione di nemici, la legittimazione della violenza, l’illusione che la forza e l’autorità possano sostituire il confronto e la complessità.

Oggi non vediamo più statue equestri o saluti romani nelle piazze, ma il linguaggio della politica ci parla con lo stesso codice: l’ossessione per l’ordine, la demonizzazione del diverso, la ricerca di soluzioni semplici e brutali a problemi complessi. È il fascismo eterno che si riaffaccia, non con il nome di un tempo, ma con la stessa sostanza.

Ecco perché rileggere Eco e Scurati, e riguardare il Profilo Continuo (Dux) di Bertelli, non significa esercitarsi nella memoria sterile, ma imparare a riconoscere i segni che ritornano. Perché il fascismo eterno non è un reperto da museo: è un’ombra che ci accompagna ancora oggi, un volto che continua a girare, pronto a riaffacciarsi nel momento in cui la luce della democrazia si indebolisce.


(15) Dal ricordo al presente: il peso della memoria ignorata

La Shoah, nella sua fase più acuta, durò circa quattro anni, dal 1941 al 1945, anche se la cosiddetta “Soluzione Finale” fu formalizzata solo con la Conferenza di Wannsee nel gennaio del 1942. Quell’inferno ha lasciato un segno indelebile nella storia dell’umanità: milioni di vite spezzate, comunità annientate, un dolore così vasto da sembrare inconcepibile. Ogni anno, nel Giorno della Memoria, ci fermiamo a ricordare, a commemorare, a riflettere sulle responsabilità del passato. Ma mentre noi celebriamo quel ricordo, spesso in maniera rituale e simbolica, altrove la tragedia continua a consumarsi sotto gli occhi del mondo.

Il popolo palestinese soffre da decenni, dal 1948 a oggi, e non si tratta di commemorazione: è una sofferenza quotidiana, visibile, tangibile, che colpisce uomini, donne e bambini a Gaza, in Cisgiordania e nei campi profughi dei paesi vicini. Essi portano sulle proprie spalle un peso che noi possiamo solo intuire, pagando in prima persona il prezzo di decisioni storiche e ingiustizie internazionali di cui l’Europa ha parte della responsabilità. A differenza della memoria commemorativa, la loro sofferenza non ha giorni segnati sul calendario: è continua, inesorabile e silenziosa.

La memoria della Shoah dovrebbe insegnarci qualcosa di più del semplice ricordo: dovrebbe scuoterci, spingerci all’azione e impedirci di voltare lo sguardo di fronte alle ingiustizie presenti. Oggi, osservando la condizione dei palestinesi, ci troviamo davanti a una prova di coscienza che non possiamo ignorare: ricordare il passato significa riconoscere il dolore del presente e assumersi la responsabilità di reagire, prima che la storia continui a ripetersi sulle spalle di chi non ha voce.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...