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(114) Quando Roma cancellò i Sanniti: il genocidio dimenticato dell’antichità

Nella memoria collettiva il genocidio è una ferita del mondo moderno: le deportazioni, i campi di concentramento, gli stermini di massa che hanno segnato il Novecento. Ma la verità, spesso ignorata, è che l’idea di annientare un popolo non è nata ieri. La storia antica, pur priva della parola che oggi usiamo per nominarlo, conobbe più volte il desiderio di cancellare intere comunità dalla faccia della terra. Tra questi casi, uno dei più spaventosi e meno ricordati è quello dei Sanniti, il popolo che osò sfidare Roma e pagò con la scomparsa.

I Sanniti erano un popolo fiero, montanaro, discendente delle antiche genti osche. Vivevano nelle terre dell’Appennino centro-meridionale, tra le valli del Volturno e del Sangro, dove la civiltà si intrecciava con la rudezza della montagna. Per oltre mezzo secolo resistettero alla conquista romana, opponendo ai legionari la loro astuzia, il loro coraggio e una conoscenza del territorio che rese le guerre sannitiche un lungo inferno di imboscate e tradimenti. L’episodio delle Forche Caudine, in cui un intero esercito romano fu umiliato passando disarmato sotto il giogo, rimase come un marchio nella memoria della Repubblica. Roma non dimenticava mai un affronto.

Umiliazione delle Forche Caudine

Passarono le generazioni, ma il rancore rimase vivo. Quando i Sanniti presero parte alla guerra sociale contro Roma, reclamando gli stessi diritti dei cittadini italici, e più tardi si schierarono dalla parte di Mario nella guerra civile, firmarono inconsapevolmente la propria condanna. Nel 82 a.C., il dittatore Lucio Cornelio Silla, dopo aver vinto la battaglia di Porta Collina, scatenò una repressione che non aveva precedenti. Le cronache raccontano che i Sanniti catturati furono massacrati in massa, le città rase al suolo, i sopravvissuti venduti come schiavi. Silla avrebbe pronunciato parole terribili: “Del nome dei Sanniti non resti traccia.”

In quella frase si cela l’essenza di un genocidio ante litteram. Non bastava vincere: bisognava distruggere la memoria, cancellare l’identità, estirpare le radici stesse di un popolo. Da allora, i Sanniti scomparvero progressivamente dalla storia. Le loro lingue si spensero, i loro santuari furono abbandonati, i discendenti confusi tra i nuovi cittadini romani. Solo le pietre dei loro templi, sepolte sotto secoli di silenzio, continuarono a parlare di una civiltà che aveva tenuto testa alla più potente delle repubbliche.

Questo sterminio, dimenticato dai manuali, non fu l’unico. L’antichità conobbe altre distruzioni totali: Cartagine, arsa fino alle fondamenta; Numanzia, dove gli abitanti preferirono darsi fuoco piuttosto che arrendersi; Gerusalemme, ridotta in macerie dai legionari di Tito. Ma il caso dei Sanniti ha qualcosa di particolare, quasi simbolico. Non si trattava di nemici stranieri o di barbari lontani: erano italici, fratelli di sangue e di suolo. Roma cancellò una parte di sé stessa pur di affermare la propria supremazia assoluta.

Santuario Italico Sannita a Pietrabbondante (Isernia - Molise)

Oggi, quando pronunciamo la parola “genocidio”, pensiamo alla modernità e ai suoi orrori industrializzati. Eppure, già duemila anni fa, la logica era la stessa: la paura del diverso, il desiderio di dominio, l’odio travestito da necessità politica. Il genocidio dei Sanniti ci ricorda che la civiltà romana, così ammirata per le sue leggi, le sue strade e i suoi monumenti, aveva un volto oscuro, capace di esercitare una violenza sistematica e calcolata.

Forse, più che di gloria e imperi, la storia dovrebbe parlarci anche di questi silenzi. Perché dietro ogni vittoria c’è sempre qualcuno che è stato cancellato, e dietro ogni civiltà che si proclama eterna c’è sempre un popolo di cui non resta più il nome. I Sanniti, dimenticati e sepolti sotto le pietre del tempo, sono il monito che l’antichità non fu solo grandezza, ma anche annientamento. Un genocidio senza nome, ma non senza memoria.

Romani fino alla fine: la storia dimenticata dell’Impero di Costantinopoli

 [Post a tempo: scadenza 26 dicembre 2030]


Quando oggi parliamo di “Impero bizantino”, in realtà utilizziamo una definizione moderna, nata nella storiografia rinascimentale, che non rispecchia come i suoi abitanti percepivano sé stessi. Chi viveva a Costantinopoli e nelle province orientali non si è mai definito “bizantino”. Fino alla caduta della città nel 1453, essi si chiamavano Ῥωμαῖοι (Romani) e consideravano il loro Stato la naturale continuazione dell’Impero romano fondato da Augusto. La loro capitale, Costantinopoli, era il cuore della Basileía tôn Rhōmaíōn, l’Impero dei Romani, e i suoi abitanti non avevano dubbi: erano Romani fino alla fine.

Santa Sofia ad Instabul (già Bisanzio e Costantinopoli)

Il termine “bizantino” deriva dall’antico nome della città, Bisanzio, ma non fu mai usato dai contemporanei. Solo nel XVI secolo, con gli umanisti occidentali come Hieronymus Wolf, la storia dell’impero d’Oriente cominciò a essere chiamata Byzantinae Historiae, per distinguerla dall’antico impero romano latino. Questa etichetta, però, rischia di oscurare una realtà essenziale: l’impero di Costantinopoli era, per i suoi cittadini, la Roma eterna.

L’imperatore non era un “bizantino”, ma l’Autokrátōr tôn Rhōmaíōn, l’Imperatore dei Romani, e tale veniva riconosciuto dai sudditi e, almeno fino all’800, anche dall’Occidente. Solo con la nascita del Sacro Romano Impero e il progressivo distacco politico e culturale tra Roma e Costantinopoli, l’Europa latina cominciò a percepire l’Oriente come qualcosa di “altro”, riducendo l’impero orientale a un’entità greca separata.

Nonostante questo, l’identità romana rimase salda. L’impero mantenne istituzioni, diritto e religione come eredità diretta di Roma. La lingua ufficiale passò dal latino al greco, ma il cambiamento linguistico non significava una rottura con l’antico impero. Anche nei secoli in cui l’impero si ridusse a pochi territori intorno a Costantinopoli e al Peloponneso, i Romani d’Oriente sapevano chi erano e cosa rappresentavano.

Un esempio chiaro è il regno di Giustiniano (527-565), che cercò di ricostruire l’unità imperiale riconquistando Italia, Africa e parte della Spagna. Per lui non si trattava di espandere un impero nuovo, ma di restaurare l’ordine romano originario. Le guerre gotiche, descritte dallo storico Procopio di Cesarea, non erano conquiste di nuove terre, ma il ritorno alla patria di province “usurpate” dai Goti.

Le fonti ecclesiastiche confermano la stessa percezione: san Massimo il Confessore, nel VII secolo, definisce l’imperatore di Costantinopoli Basileus tōn Rhōmaiōn, ovvero Imperatore dei Romani, incaricato da Dio di guidare il popolo cristiano. Più tardi, nel XII secolo, Anna Comnena, nella sua Alessiade, chiama costantemente i sudditi dell’impero “Romani” e descrive la missione imperiale come difesa della cristianità, mentre i crociati latini appaiono come stranieri quasi barbari.

Anche alla caduta di Costantinopoli nel 1453, la consapevolezza di essere Romani non svanì. Testimoni come Giorgio Sfranze raccontano la disperazione dei cittadini assediati dai Turchi: mai una volta si definiscono “bizantini”, ma piangono la fine dei Rhōmaíoi, i Romani, mentre la loro città, la nuova Roma, cade sotto un nuovo dominio. Questa identità sopravvive ancora sotto l’impero ottomano: i greci ortodossi continuano a chiamarsi Romioi, e gli stessi turchi li designano come Rum, cioè Romani.

La civiltà che oggi chiamiamo “bizantina” fu dunque l’ultima fase di una storia iniziata sul Tevere molti secoli prima. L’etichetta moderna serve agli storici per distinguere l’esperienza orientale dall’Occidente medievale, ma resta retrospettiva. Per chi visse entro le mura di Costantinopoli, fino all’ultimo giorno prima che la bandiera ottomana sventolasse sulla cupola di Santa Sofia, non vi era alcun dubbio: essi erano i Romani, e il loro impero era Roma, l’eterna.

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