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(111) Marco Rizzo e la fine della destra e della sinistra? Storia di un comunista diventato sovranista

Per molti osservatori Marco Rizzo rappresenta una contraddizione. Per altri rappresenta invece un segnale dei tempi. Comunista dichiarato per tutta la vita, difensore dell'Unione Sovietica quando ormai quasi nessuno osava più farlo, fondatore del Partito Comunista e successivamente promotore di Democrazia Sovrana Popolare, Rizzo è passato dall'essere considerato uno degli ultimi comunisti ortodossi italiani a diventare una delle voci più note del sovranismo contemporaneo.

Ma la sua parabola politica è davvero una conversione? Oppure siamo di fronte a qualcosa di diverso: il tentativo di interpretare un cambiamento storico che potrebbe ridefinire le categorie politiche del XXI secolo?


Dalla Torino operaia al comunismo militante

Nato a Torino nel 1959, Marco Rizzo cresce in una città che rappresenta il cuore industriale d'Italia. La Torino della FIAT, delle grandi fabbriche, delle lotte sindacali e delle sezioni di partito. È in questo ambiente che matura la sua formazione politica.

Milita nel Partito Comunista Italiano e vive dall'interno il trauma che attraversa la sinistra italiana dopo la caduta del Muro di Berlino. Mentre gran parte dell'ex PCI abbandona progressivamente il riferimento al comunismo, Rizzo percorre la strada opposta. Considera la dissoluzione del PCI un errore storico e cerca di preservarne l'identità originaria.

Per anni la sua figura rimane confinata all'interno della galassia comunista tradizionale. Difesa della proprietà pubblica, critica del capitalismo finanziario, opposizione alla NATO, tutela del lavoro e dello Stato sociale costituiscono i pilastri del suo pensiero.


L'Europa come spartiacque

Il primo vero punto di svolta arriva con l'Unione Europea.

Quando gran parte della sinistra italiana vede nell'integrazione europea un progresso inevitabile, Rizzo sviluppa una critica sempre più radicale. A suo giudizio l'Unione Europea non rappresenta una federazione democratica dei popoli ma una costruzione tecnocratica che sottrae sovranità agli Stati e ai cittadini.

È qui che emerge il concetto che diventerà centrale nel suo percorso: la sovranità.

Per Rizzo, senza sovranità monetaria, economica e politica, non è possibile difendere né il lavoro né i diritti sociali. Una posizione che inizialmente appare minoritaria ma che, dopo la crisi finanziaria del 2008 e le politiche di austerità, inizia a trovare ascolto anche al di fuori dell'ambiente comunista.


La pandemia e la nascita di un nuovo fronte

Gli anni della pandemia accelerano ulteriormente il processo.

L'opposizione alle restrizioni, al Green Pass e alla gestione emergenziale porta Rizzo a dialogare con mondi che storicamente sarebbero stati lontanissimi dal comunismo tradizionale. Ex militanti della destra sociale, costituzionalisti, sovranisti, attivisti civici e gruppi antisistema si ritrovano improvvisamente a condividere alcune battaglie.

Nasce così un esperimento politico inedito: un movimento che non si definisce né di destra né di sinistra ma che individua il principale conflitto politico nella contrapposizione tra popolo ed élite.

Per i critici si tratta di una deriva populista.

Per i sostenitori è invece la presa d'atto che il mondo è cambiato.


Dal conflitto orizzontale al conflitto verticale

Per oltre due secoli la politica occidentale è stata organizzata attorno all'asse destra-sinistra.

Da una parte il capitale, dall'altra il lavoro.

Da una parte il conservatorismo, dall'altra il progressismo.

Da una parte il mercato, dall'altra lo Stato.

Oggi però queste categorie sembrano meno capaci di spiegare la realtà.

La globalizzazione economica ha creato una situazione paradossale: grandi gruppi finanziari, multinazionali, organismi sovranazionali e piattaforme digitali spesso condividono interessi comuni indipendentemente dalle tradizionali appartenenze ideologiche.

Allo stesso tempo, lavoratori, piccoli imprenditori, professionisti, agricoltori e ceti medi impoveriti si trovano ad affrontare problemi simili pur provenendo da culture politiche differenti.

Secondo questa lettura, il conflitto non sarebbe più orizzontale ma verticale.

Non più destra contro sinistra.

Ma alto contro basso.

Non più borghesia nazionale contro proletariato nazionale.

Ma oligarchie globali contro comunità territoriali.


Keynes contro il neoliberismo

In questa prospettiva emerge un elemento particolarmente interessante.

Molte delle proposte che oggi vengono definite sovraniste hanno in realtà radici profonde nella tradizione keynesiana.

John Maynard Keynes sosteneva che il mercato lasciato completamente a sé stesso non fosse in grado di garantire né piena occupazione né stabilità sociale. Lo Stato doveva intervenire per correggere gli squilibri, sostenere la domanda e proteggere la coesione della società.

Per gran parte del Novecento questa impostazione ha caratterizzato sia governi di sinistra sia governi conservatori.

Con gli anni Ottanta e l'affermazione del neoliberismo, il paradigma cambia. Privatizzazioni, deregolamentazione finanziaria, riduzione del ruolo dello Stato e globalizzazione diventano i nuovi dogmi.

Rizzo interpreta il proprio percorso come una reazione a questo cambiamento. Non una fuga dal comunismo, ma una battaglia contro una fase storica dominata dal potere della finanza globale.


Un precursore del XXI secolo?

È impossibile sapere se Marco Rizzo verrà ricordato come una figura marginale o come un anticipatore.

Tuttavia la domanda che pone appare destinata a rimanere.

Se la globalizzazione continua a produrre disuguaglianze crescenti e se le vecchie categorie ideologiche perdono capacità di rappresentanza, potrebbe emergere una nuova geografia politica.

Una geografia in cui il tema centrale non sarà più la collocazione a destra o a sinistra, ma il rapporto tra chi detiene il potere economico e finanziario e chi subisce le conseguenze delle sue decisioni.

In questo scenario Marco Rizzo potrebbe essere ricordato non tanto come il comunista diventato sovranista, quanto come uno dei primi politici italiani ad aver intuito che il conflitto politico del XXI secolo avrebbe assunto una forma diversa da quella conosciuta nel Novecento.

Forse la vera domanda non è perché Marco Rizzo abbia cambiato posizione.

Forse la domanda è se sia il mondo ad essere cambiato attorno a lui.

La verità nascosta sul Reddito di Cittadinanza: perché milioni di persone rischiano di diventare gli “invisibili” dell’economia moderna

 [Post a tempo: scadenza 6 giugno 2027]


Introduzione

Per anni il dibattito sul Reddito di Cittadinanza è stato dominato da slogan, polemiche televisive e contrapposizioni ideologiche. Da una parte chi lo considerava una misura assistenzialista capace di scoraggiare il lavoro, dall'altra chi lo riteneva uno strumento indispensabile per garantire dignità a chi viveva ai margini della società. Eppure, al di là delle battaglie politiche, il Reddito di Cittadinanza ha portato alla luce una realtà molto più profonda e inquietante: l'esistenza di una vasta fascia di popolazione che non riesce più a trovare una collocazione stabile nel mercato del lavoro.


Dietro le statistiche e i numeri si nascondono storie di persone che non sono semplicemente disoccupate, ma che risultano sempre più distanti dalle richieste dell'economia contemporanea. Persone che non possiedono le competenze richieste, che hanno perso il lavoro dopo decenni di attività in settori ormai superati, oppure che vivono in territori dove le opportunità occupazionali sono quasi inesistenti. La questione, dunque, non riguarda soltanto il sussidio economico, ma il modello di società che si sta costruendo.


Il mito del "divano": una narrazione più comoda della realtà

Per anni una parte della comunicazione politica e mediatica ha costruito una figura simbolica: quella del percettore del Reddito di Cittadinanza che trascorre le giornate sul divano, rifiutando offerte di lavoro e vivendo alle spalle della collettività.

Questa immagine si è rivelata estremamente efficace sul piano propagandistico, perché semplifica un problema complesso trasformandolo in una questione morale. Se il povero è povero perché non vuole lavorare, allora il problema non riguarda il sistema economico ma il comportamento individuale.

Tuttavia, quando si osservano i dati e le testimonianze raccolte dagli operatori sociali, dai centri per l'impiego e dagli stessi navigator, emerge una realtà molto diversa. Molti beneficiari erano persone prive delle competenze richieste dal mercato, lavoratori espulsi da settori in crisi, individui con bassi livelli di istruzione, famiglie segnate da disagio sociale o residenti in aree caratterizzate da una cronica mancanza di opportunità occupazionali.

In altre parole, il problema non era il rifiuto del lavoro. Spesso il problema era l'assenza di condizioni che rendessero quelle persone effettivamente assumibili.


Quando il mercato non ha più bisogno di te

Negli ultimi quarant'anni il mondo del lavoro è stato profondamente trasformato dalla globalizzazione, dalla finanziarizzazione dell'economia, dalla digitalizzazione e dall'automazione.

In questo contesto, il neoliberismo ha promosso un modello fondato sulla competitività, sulla flessibilità e sulla continua ricerca dell'efficienza produttiva. Tale modello ha certamente generato ricchezza e innovazione, ma ha anche prodotto nuove forme di esclusione.

Professioni che garantivano stabilità economica a intere generazioni sono scomparse o si sono ridotte drasticamente. Interi territori hanno subito processi di desertificazione industriale. Molti lavoratori hanno scoperto che l'esperienza accumulata in una vita non era più considerata una risorsa, ma un peso.

Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di "vite di scarto", mentre altri studiosi utilizzano espressioni come "esercito industriale di riserva" o "esclusi strutturali". Le definizioni cambiano, ma il concetto rimane simile: esiste una parte crescente della popolazione che il sistema economico fatica ad assorbire.


Il Reddito di Cittadinanza come specchio della povertà italiana

Uno degli aspetti meno compresi del Reddito di Cittadinanza è che esso non ha creato la povertà. Semmai l'ha resa visibile.

Prima della sua introduzione esistevano già milioni di persone in condizioni di disagio economico, spesso invisibili al dibattito pubblico. L'arrivo della misura ha permesso di fotografare una realtà che molti preferivano ignorare.

Quando i servizi per l'impiego hanno iniziato a incontrare concretamente i beneficiari, è emerso che una parte consistente di essi era molto lontana dal mercato del lavoro. Non per mancanza di volontà, ma per una somma di fattori sociali, culturali, economici e territoriali.

Questo ha mostrato il limite di una visione secondo cui sarebbe sufficiente offrire un impiego per risolvere ogni problema. In molti casi era necessario prima ricostruire competenze, relazioni sociali, capacità professionali e persino fiducia in sé stessi.


Dall'abolizione del Reddito di Cittadinanza all'Assegno di Inclusione

Con il governo guidato da Giorgia Meloni il Reddito di Cittadinanza è stato progressivamente superato e sostituito dall'Assegno di Inclusione.

La scelta politica è stata presentata come una correzione degli errori della misura precedente. L'obiettivo dichiarato era concentrare le risorse sulle famiglie considerate più fragili e distinguere nettamente tra chi è ritenuto occupabile e chi invece versa in condizioni di particolare vulnerabilità.

La differenza più importante consiste proprio nella riduzione della platea dei beneficiari. L'Assegno di Inclusione è rivolto principalmente ai nuclei familiari in cui siano presenti minori, persone con disabilità, soggetti ultrasessantenni o individui inseriti in percorsi di assistenza sociale certificata.

Molte persone che in passato avrebbero avuto accesso al Reddito di Cittadinanza sono state quindi escluse dalla nuova misura oppure indirizzate verso strumenti differenti e più limitati nel tempo.

Dal punto di vista politico il cambiamento è stato presentato come il superamento dell'assistenzialismo. Dal punto di vista sociale, però, il problema di fondo è rimasto sostanzialmente invariato.

Le persone escluse dal beneficio non sono magicamente diventate più occupabili per effetto di una modifica normativa. Le difficoltà strutturali che le avevano portate alla povertà continuano a esistere.


Cambia il nome, ma resta la domanda fondamentale

L'errore più frequente consiste nel credere che il problema possa essere risolto modificando il nome di una misura o restringendo il numero dei beneficiari.

Se una persona possiede competenze obsolete, vive in un territorio economicamente depresso, ha cinquantacinque anni ed è fuori dal mercato del lavoro da molto tempo, il semplice venir meno del sussidio non crea automaticamente nuove opportunità occupazionali.

La questione centrale rimane quella della collocabilità.

Molti dei soggetti esclusi dalle nuove misure continuano a trovarsi nella stessa situazione di prima: troppo giovani per accedere a determinate tutele, troppo anziani per risultare appetibili alle imprese, privi delle competenze richieste dai settori emergenti e spesso impossibilitati a sostenere percorsi di riconversione particolarmente lunghi e complessi.

Il rischio è che una parte della popolazione venga semplicemente spostata fuori dalle statistiche senza che venga realmente affrontato il problema che l'ha generata.


Il futuro del lavoro nell'era dell'automazione

Le trasformazioni in corso rendono il dibattito ancora più urgente.

L'intelligenza artificiale, la robotica e l'automazione stanno modificando rapidamente numerosi settori produttivi. Attività che fino a pochi anni fa richiedevano decine di lavoratori possono oggi essere svolte da software, algoritmi o macchine altamente specializzate.

Questo non significa necessariamente che il lavoro scomparirà, ma implica che milioni di persone dovranno adattarsi a cambiamenti sempre più rapidi.

La domanda che emerge è inevitabile: cosa accadrà a chi non riuscirà a compiere questa transizione?


Il reddito universale: utopia o necessità?

È in questo scenario che torna periodicamente il dibattito sul reddito universale di base.

L'idea di garantire a ogni cittadino una base economica indipendentemente dalla sua condizione lavorativa non nasce da una fantasia ideologica. Nasce dalla consapevolezza che il lavoro potrebbe non essere più sufficiente, da solo, a garantire inclusione sociale a tutti.

Naturalmente esistono critiche rilevanti riguardo ai costi, alla sostenibilità finanziaria e agli effetti sugli incentivi al lavoro. Tuttavia il semplice fatto che questa proposta venga discussa da economisti, sociologi e istituzioni internazionali dimostra che il problema non può essere liquidato con la caricatura del "fannullone sul divano".


Conclusione

Il Reddito di Cittadinanza prima e l'Assegno di Inclusione poi raccontano una storia molto più complessa di quella rappresentata nelle polemiche televisive.

Dietro queste misure non c'è soltanto il tema dell'assistenza pubblica. C'è la questione, sempre più urgente, di come una società avanzata debba rapportarsi a coloro che il mercato non riesce più a integrare.

Il vero nodo non riguarda il nome dello strumento né il numero dei beneficiari. Riguarda la presenza di una fascia crescente di cittadini che rischia di diventare invisibile: troppo povera per vivere serenamente, troppo fragile per competere efficacemente nel mercato del lavoro, ma ancora perfettamente reale nelle sue necessità quotidiane.

Finché non si affronteranno le cause profonde di questa esclusione — la precarizzazione del lavoro, le disuguaglianze territoriali, la trasformazione tecnologica e le contraddizioni del modello economico contemporaneo — il dibattito sui sussidi continuerà a ripresentarsi ciclicamente.

Perché il problema non è il reddito. Il problema è una società che produce ricchezza crescente ma che, allo stesso tempo, sembra incapace di garantire a tutti un posto al proprio interno. E finché questa contraddizione resterà aperta, milioni di persone continueranno a vivere sul confine sottile che separa l'inclusione sociale dall'invisibilità economica.

Oltre il neoliberismo - Come potrebbe nascere una società più umana dopo il dominio del mercato

 [Post a tempo: scadenza 28 maggio 2031]


Per oltre quarant’anni il neoliberismo si è presentato non semplicemente come un modello economico, ma come l’unica realtà possibile. Dalla fine della Guerra Fredda fino ai nostri giorni, milioni di persone sono cresciute ascoltando sempre lo stesso messaggio: il mercato sa autoregolarsi meglio della politica, il profitto produce automaticamente benessere collettivo, la competizione è il motore naturale del progresso umano. Ogni alternativa veniva descritta come inefficiente, antiquata o addirittura pericolosa.


Eppure, all’inizio del XXI secolo, qualcosa ha iniziato a incrinarsi. Le crisi finanziarie globali, l’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, il collasso ambientale, il senso diffuso di solitudine sociale e la perdita di fiducia nelle istituzioni hanno mostrato i limiti profondi di un sistema fondato quasi esclusivamente sulla logica del profitto.

Oggi sempre più persone, anche lontane dalle tradizionali ideologie anti-capitaliste, iniziano a porsi una domanda che fino a pochi anni fa sembrava quasi proibita: il neoliberismo può essere superato?

La vera questione, tuttavia, non riguarda soltanto l’economia. Riguarda il significato stesso della vita collettiva. Riguarda il modo in cui una società decide cosa ha valore e cosa no.


Quando il mercato diventa una religione

Il neoliberismo non si limita a organizzare l’economia. Con il tempo è diventato una mentalità. Ha trasformato il cittadino in consumatore, il lavoratore in “risorsa umana”, l’identità personale in marchio da promuovere continuamente. Anche il linguaggio quotidiano si è progressivamente adattato alla logica economica: investire su sé stessi, vendersi bene, essere competitivi, monetizzare il proprio tempo, performare.

In questo modello, quasi tutto può essere trasformato in merce. Non solo il lavoro, ma anche l’attenzione, le emozioni, la cultura, la spiritualità e perfino le relazioni umane. I social network rappresentano forse l’esempio più evidente di questa trasformazione: piattaforme nate per connettere persone che hanno finito per convertire ogni interazione in dati, pubblicità e profitto.

La conseguenza più profonda del neoliberismo non è soltanto la disuguaglianza economica, ma una progressiva disumanizzazione dell’esistenza. Le persone iniziano a percepire il proprio valore in base alla produttività, alla visibilità o al successo economico. Chi non riesce a stare al passo viene spesso considerato fallito, invisibile o inutile.

Il paradosso è che un sistema nato promettendo libertà assoluta produce spesso individui isolati, ansiosi e privi di reale potere decisionale.


La crisi della politica e il trionfo della tecnica

Uno degli effetti più importanti del neoliberismo è stato l’indebolimento della politica. Per decenni ai governi è stato ripetuto che non dovessero intervenire troppo nell’economia, perché il mercato avrebbe corretto automaticamente ogni squilibrio.

In realtà, il potere non è scomparso. Si è semplicemente spostato. Le grandi decisioni economiche sono finite sempre più nelle mani della finanza globale, delle multinazionali tecnologiche e di organismi sovranazionali spesso lontani dal controllo democratico diretto.

La politica, invece di guidare la società, ha iniziato a limitarsi alla gestione tecnica dell’esistente. In molti paesi occidentali si è diffusa l’impressione che votare cambi poco, perché le grandi scelte economiche sembrano già decise altrove.

Questa sensazione di impotenza collettiva alimenta sfiducia, rabbia e populismi. Quando i cittadini percepiscono che la politica non riesce più a proteggerli, cresce il desiderio di leader forti, identità radicali o soluzioni estreme.

Superare il neoliberismo significa quindi anche restituire alla politica la capacità di immaginare il futuro.


Il ritorno dello Stato e dei beni comuni

Negli ultimi anni persino molti governi liberali hanno iniziato a rimettere in discussione alcuni dogmi neoliberisti. La pandemia, le guerre energetiche e le crisi ambientali hanno mostrato che il mercato da solo non è in grado di garantire sicurezza sociale, sanità efficiente o stabilità collettiva.

Lo Stato è improvvisamente tornato centrale. Non come semplice burocrate, ma come soggetto capace di pianificare, proteggere e investire.

Questo non significa necessariamente abolire il mercato o tornare alle economie centralizzate del Novecento. Significa piuttosto ristabilire un equilibrio tra economia e interesse collettivo. In una società più umana, alcuni beni fondamentali non possono essere trattati soltanto come occasioni di profitto. La salute, l’istruzione, l’acqua, l’ambiente, la casa e i trasporti rappresentano diritti sociali prima ancora che mercati.

Il problema centrale non è l’esistenza del profitto, ma il fatto che il profitto sia diventato il criterio dominante per valutare ogni aspetto della vita.


Lavorare meno, vivere di più

Per decenni la crescita economica è stata considerata il principale indicatore di progresso. Tuttavia, molte società contemporanee producono ricchezza enorme senza garantire benessere reale. La tecnologia aumenta la produttività, ma milioni di persone continuano a vivere in precarietà o stress permanente.

Sempre più studiosi iniziano quindi a chiedersi se il problema non sia soltanto “quanto” produciamo, ma “perché” produciamo e per chi.

Ridurre l’orario di lavoro, redistribuire la ricchezza, garantire salari dignitosi e tutelare il tempo libero potrebbero diventare elementi centrali di una società post-neoliberista. L’obiettivo non sarebbe più trasformare l’essere umano in macchina produttiva, ma permettergli di vivere in modo più pieno.

Una civiltà realmente avanzata dovrebbe essere giudicata dalla qualità della vita che offre ai suoi cittadini, non soltanto dai dati finanziari o dalla crescita del PIL.


Comunità contro individualismo

Il neoliberismo ha alimentato anche un forte individualismo. Ogni persona viene spinta a percepirsi come imprenditore di sé stessa, responsabile esclusiva del proprio successo o fallimento.

Questo approccio ignora però una verità fondamentale: gli esseri umani sono creature sociali. Nessuno vive davvero da solo. La salute mentale, la fiducia reciproca e la solidarietà collettiva sono elementi indispensabili per una società stabile.

Per superare il neoliberismo potrebbe quindi essere necessario ricostruire forme di comunità oggi indebolite: associazioni, cooperative, sindacati, reti territoriali, partecipazione civica. Non per nostalgia del passato, ma perché senza legami sociali il cittadino resta isolato davanti a strutture economiche immense.

Una società composta soltanto da individui competitivi finisce inevitabilmente per diventare fragile e disgregata.


La sfida ecologica e il limite della crescita infinita

Forse il limite più evidente del neoliberismo riguarda il rapporto con l’ambiente. Un sistema fondato sulla crescita continua si scontra inevitabilmente con i limiti fisici del pianeta.

Il cambiamento climatico, l’inquinamento e lo sfruttamento intensivo delle risorse mostrano che non è possibile espandere consumi e produzione all’infinito senza conseguenze devastanti.

Per questo molte correnti contemporanee parlano di sviluppo sostenibile, economia circolare o decrescita selettiva. Non si tratta necessariamente di “tornare indietro”, ma di ridefinire il concetto stesso di progresso.

Una società futura potrebbe scegliere di privilegiare qualità della vita, salute ambientale, cultura e relazioni umane invece dell’accumulazione continua di merci.


Un cambiamento culturale prima ancora che economico

Il neoliberismo non verrà superato soltanto attraverso nuove leggi o nuovi governi. Il cambiamento più difficile riguarda la mentalità collettiva.

Per anni milioni di persone hanno interiorizzato l’idea che valere significhi produrre, guadagnare, apparire vincenti. Anche chi critica il sistema spesso continua inconsapevolmente a ragionare secondo i suoi parametri.

Superare il neoliberismo potrebbe allora significare recuperare una concezione più umana dell’esistenza. Riscoprire che il valore di una persona non coincide con il suo prezzo di mercato. Che il tempo libero non è tempo sprecato. Che la fragilità non è una colpa. Che la cooperazione può essere importante quanto la competizione.

In fondo, ogni civiltà si regge su una domanda fondamentale: l’economia deve servire l’essere umano o l’essere umano deve servire l’economia?

Per molto tempo il neoliberismo ha dato una risposta precisa. Oggi, però, sempre più persone iniziano a cercarne un’altra.

Il grande smantellamento: storia di un’Italia che si vendette da sola

 [Post a tempo: scadenza 17 dicembre 2030]


C’era un tempo in cui l’IRI era quasi una seconda Repubblica. Nacque nel 1933 per salvare le banche in ginocchio dopo la crisi mondiale, ma nel dopoguerra divenne molto più di una semplice “bad company”: era la mano visibile dello Stato che costruiva ponti, acciaierie, autostrade, centrali elettriche, che dava lavoro a intere generazioni. Negli anni del miracolo economico, l’Italia cresceva grazie a quell’intreccio anomalo tra pubblico e privato che faceva storcere il naso agli anglosassoni, ma che funzionava. Senza l’IRI, non avremmo avuto la rete autostradale, la grande siderurgia, il telefono in ogni casa.

Poi arrivarono gli anni Ottanta. Le prime crepe comparvero nei bilanci, i debiti si accumulavano, le nomine dei manager erano sempre più frutto di compromessi partitici. “Abbiamo trasformato le partecipazioni statali in un bancomat della politica”, confessava amaramente un ex ministro socialista. Lo Stato copriva le perdite, i cittadini pagavano con le tasse, e la macchina industriale arrancava.

Il colpo di grazia fu Tangentopoli. Con il crollo della Prima Repubblica, quell’immenso arcipelago industriale perse anche il suo pilastro politico. Nello stesso momento, l’Europa bussava alla porta con il Trattato di Maastricht: deficit da ridurre, aiuti di Stato da eliminare, disciplina di bilancio da rispettare. “Non possiamo più permetterci questo pachiderma”, disse nel 1992 Giuliano Amato, quando annunciò il piano di privatizzazioni. Sembrava l’unica strada: fare cassa, mostrarsi “virtuosi” a Bruxelles, alleggerire lo Stato.

E così iniziò il grande smantellamento. Nel 1997 fu la volta di Telecom Italia. La tv mostrava sorrisi e promesse: liberalizzazione, efficienza, concorrenza. Ma bastò poco perché l’ex gioiello nazionale diventasse preda di scalate finanziarie. Ricordano in molti la “cordata Colaninno”: un’operazione fatta più di debiti che di capitali, che lasciò l’azienda fragile e zavorrata. Il sogno digitale italiano si trasformò presto in un incubo di speculazioni e mancate strategie. Oggi la rete che era di tutti è contesa tra fondi stranieri, e l’Italia è uno dei Paesi europei più in ritardo nella banda larga.

Due anni dopo toccò alle Autostrade per l’Italia. Le vendite furono celebrate come un successo: lo Stato incassava, i privati avrebbero investito. La concessione passò al gruppo Benetton. In realtà, i pedaggi salirono, i dividendi schizzarono, gli investimenti in manutenzione calarono. Nel 2018, il crollo del ponte Morandi a Genova trasformò quella storia in tragedia: 43 morti ricordarono al Paese cosa significa privatizzare senza controllare. La rete costruita con i soldi pubblici era stata consegnata a un monopolio privato che aveva anteposto i profitti alla sicurezza.

L’Ilva di Taranto è un’altra ferita aperta. Un tempo orgoglio della siderurgia europea, simbolo della missione dell’IRI nel Sud, fu ceduta negli anni Novanta ai Riva. Promettevano rilancio, arrivarono inquinamento e disastro sanitario. Le immagini delle polveri rosse che ricoprivano i balconi dei quartieri popolari sono rimaste nell’immaginario collettivo. Oggi l’Ilva è un gigante dimezzato, sospeso tra procedure fallimentari e commissari straordinari.

Potremmo continuare con i casi bancari, con la svendita di imprese energetiche, con i cantieri navali. Ovunque, lo schema fu simile: l’IRI e le partecipazioni statali furono liquidati in nome della modernità, ma senza un piano industriale. Lo Stato incassò miliardi, ma li usò solo per tappare i buchi del debito, che rimase sostanzialmente intatto.

La gente comune capì presto che il gioco non era a somma positiva. “Paghiamo tariffe più alte, abbiamo servizi peggiori”, scrivevano i giornali locali già nei primi anni Duemila. Gli operai che uscivano dai cancelli delle fabbriche dismesse del Sud non parlavano di Europa e modernizzazione: parlavano di disoccupazione, di desertificazione, di futuro negato.

Oggi, guardando indietro, il bilancio è amaro. Il mito delle privatizzazioni come panacea si è rivelato una favola utile a pochi e devastante per molti. Mentre Francia e Germania conservavano le loro leve pubbliche nei settori strategici, l’Italia svendeva Telecom, Autostrade, Ilva. Abbiamo scambiato sovranità con dipendenza, politica industriale con finanza speculativa.

E allora la domanda non è più se le partecipazioni statali andassero riformate: certo che sì. La domanda vera è perché invece di riformarle le abbiamo liquidate così, in fretta e furia, spesso a prezzi di saldo. La risposta è scomoda: perché eravamo un Paese fragile, senza più partiti solidi, sotto ricatto del debito e delle pressioni europee, guidati da una classe dirigente che preferì vendere il patrimonio pubblico piuttosto che affrontare i nodi strutturali.

Chi ha guadagnato? I cittadini no. I lavoratori nemmeno. Lo Stato men che meno. A guadagnarci sono stati pochi gruppi privati, poche banche d’affari, poche famiglie industriali. Oggi quelle famiglie controllano ciò che una volta apparteneva a tutti.

E allora il finale polemico è inevitabile: ci dissero che privatizzare significava modernizzare. In realtà, abbiamo semplicemente barattato la nostra indipendenza economica per un incasso momentaneo. Abbiamo venduto l’Italia pezzo per pezzo, e ora che ne restano solo macerie industriali ci accorgiamo, troppo tardi, che lo Stato imprenditore non era un lusso superfluo, ma l’unico argine contro la rapacità dei mercati.

Il mercato non si governa da solo: serve uno Stato che faccia lo Stato

 [Post a tempo: scadenza  30 ottobre 2030]

Il neoliberismo ci ha raccontato per decenni la favola del mercato che si autoregola. Una favola costata cara: disuguaglianze crescenti, precarietà cronica, ricchezze concentrate nelle mani di pochi e una classe media stritolata. Davvero qualcuno può ancora credere che la mano invisibile di Adam Smith possa bastare a rimettere insieme i cocci? Ormai solo la parapsicologia si ostina a credere nell’esistenza di quella mano invisibile: in economia, invece, non se n’è mai vista traccia.

Certo, non basta neppure evocare lo Stato imprenditore, quello che nazionalizza tutto e poi gestisce i settori strategici come se fossero feudi politici. Abbiamo già visto dove porta: inefficienze colossali, clientele, monopoli di Stato che non sono migliori dei monopoli privati. Il socialismo reale è crollato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni; ma anche in Occidente, le grandi partecipazioni statali hanno spesso prodotto sprechi e mediocrità, più che progresso.

La scelta non è tra il far west neoliberista e il grigiore statalista. La scelta è un’altra: serve uno Stato che torni a fare lo Stato. Non come imprenditore, ma come arbitro. Non come concorrente degli imprenditori, ma come garante delle regole del gioco. I manager devono fare i manager, gli imprenditori devono rischiare e innovare, e i politici devono avere il coraggio di fissare paletti chiari.

Basta favole sul mercato libero, basta nostalgie del carrozzone statale. Oggi serve un nuovo keynesismo, capace di impedire cartelli, concentrazioni di potere e rendite parassitarie. Lo Stato deve investire dove il mercato non arriva, proteggere i beni comuni, garantire diritti universali come sanità e istruzione, e al tempo stesso lasciare che la concorrenza vera — non quella truccata — faccia il suo corso.

Il resto è propaganda: chi invoca lo Stato minimo vuole mani libere per i monopoli privati; chi sogna il ritorno dello Stato padrone vuole solo clientele e posti da spartire. In mezzo a questi estremi, c’è la via più difficile ma anche l’unica sensata: uno Stato regolatore, forte e indipendente, che non si vergogni di dire al mercato dove finisce la libertà e dove comincia la giustizia sociale.

Ombre del neoliberismo: come un’ideologia ha cambiato il mondo (non sempre in meglio)

 [Post a tempo: scadenza 17 ottobre 2030]


Il neoliberismo è stato per decenni il motore invisibile della politica e dell’economia mondiale. Deregolamentazione, privatizzazioni, tagli al ruolo dello Stato: queste le ricette che, a partire dagli anni Ottanta, hanno promesso crescita, efficienza e modernizzazione. Ma a distanza di tempo, guardando agli effetti concreti, il bilancio è tutt’altro che positivo.


Il primo punto critico riguarda la disuguaglianza. Negli Stati Uniti, il cuore del modello neoliberista, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata a dismisura. I salari della classe media sono rimasti fermi per decenni, mentre i patrimoni dei super-ricchi hanno raggiunto livelli mai visti. La crisi del 2008 è stata il momento in cui le contraddizioni sono esplose: una deregolamentazione spinta della finanza ha portato al crollo dei mutui subprime e al fallimento di giganti come Lehman Brothers, con milioni di famiglie che hanno perso casa e lavoro.

In America Latina, la stagione delle riforme strutturali degli anni Ottanta e Novanta è stata devastante. Paesi come l’Argentina hanno vissuto una vera e propria tragedia sociale: il default del 2001 ha congelato i risparmi dei cittadini, fatto esplodere la disoccupazione e spinto metà della popolazione sotto la soglia di povertà. Per molti, la promessa di modernizzazione si è tradotta in un peggioramento radicale della vita quotidiana.

Il Regno Unito di Margaret Thatcher è diventato il simbolo europeo del neoliberismo. Londra si è trasformata in un centro finanziario globale, ma al prezzo della chiusura delle miniere e della deindustrializzazione di intere regioni. Le Midlands e il Nord-Est, un tempo culle di lavoro operaio, sono state ridotte a terre dimenticate, con comunità impoverite e senza prospettive, cicatrici ancora visibili oggi.

In Grecia, il volto più duro del neoliberismo si è visto durante la crisi del debito. Dal 2010 in poi, austerità è stata la parola d’ordine: pensioni tagliate, stipendi pubblici ridotti, ospedali senza fondi. Il debito non è stato risolto, ma intere generazioni si sono ritrovate senza futuro. La disoccupazione giovanile ha sfiorato il 60% e migliaia di ragazzi hanno lasciato il paese in cerca di una vita migliore.

Poi c’è la questione ambientale. In Brasile, la corsa a produrre carne e soia per l’export ha accelerato la deforestazione dell’Amazzonia, con danni irreversibili per il clima globale. In molti paesi africani, la logica neoliberista ha portato alla privatizzazione delle risorse naturali: acqua, petrolio, minerali. Il risultato? Multinazionali arricchite e popolazioni locali escluse persino dall’accesso a beni primari.

Il neoliberismo non ha cambiato solo l’economia: ha trasformato la società e il modo stesso in cui vediamo i diritti. Servizi pubblici come sanità e istruzione sono diventati sempre più spesso beni da comprare, anziché diritti garantiti. E questo ha minato la fiducia nello Stato, alimentando la sensazione diffusa che il potere reale non sia più nelle mani dei cittadini, ma di élite economiche e finanziarie.

Oggi, guardando indietro, molti economisti e persino istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale ammettono che le ricette neoliberiste non hanno portato alla crescita promessa. Hanno invece alimentato disuguaglianze, precarietà e vulnerabilità, lasciando un mondo più fragile e più diviso.

La domanda che resta è semplice ma enorme: dopo quarant’anni di neoliberismo, siamo in grado di immaginare un modello diverso, capace di garantire sviluppo senza sacrificare giustizia sociale, democrazia e ambiente?

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...