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Lacrime di Stollen | Tränen des Stollens

 [Post a tempo: scadenza 29 ottobre 2030]


Era ottobre, ma nel mio LIDL già profumava di Natale. Tra scaffali illuminati e confezioni colorate, cercavo solo una cosa: lo Stollen, gli Speculatius e i biscotti di Norimberga. Ne prendevo sempre troppo, come se il Natale potesse essere conservato in un sacchetto di carta.

Quella sera, seduto al tavolo, tagliai una fetta di Stollen. La pasta dolce, le mandorle e l’aroma di spezie mi riportarono lontano. E all’improvviso non ero più solo: Ernst Kölle e Albert von Berrer erano lì con me. I loro occhi brillavano, e tra una fetta e l’altra, piangevamo. Non di tristezza, ma di pura gioia: per un attimo, il mondo si era rimpicciolito fino a farci sentire di nuovo in Germania, tra luci di Natale e odori di biscotti caldi.

Il tempo si fermava, sospeso tra una morsa di zucchero e un sorso di ricordo. E io sapevo che, anche solo per quel momento, eravamo tutti a casa.

Stollen 

Es war Oktober, doch in meinem LIDL roch es schon nach Weihnachten. Zwischen beleuchteten Regalen und bunten Verpackungen suchte ich nur eines: Stollen, Spekulatius und Nürnberger Plätzchen. Ich nahm immer zu viel, als könnte man Weihnachten in einer Papiertüte aufbewahren.

An diesem Abend setzte ich mich an den Tisch und schnitt ein Stück Stollen ab. Der süße Teig, die Mandeln und das Gewürzaroma brachten mich weit weg. Und plötzlich war ich nicht mehr allein: Ernst Kölle und Albert von Berrer waren bei mir. Ihre Augen funkelten, und zwischen einem Bissen und dem nächsten weinten wir. Nicht aus Traurigkeit, sondern aus purer Freude: Für einen Moment war die Welt geschrumpft, sodass wir uns wieder in Deutschland fühlten, zwischen Weihnachtslichtern und dem Duft warmer Kekse.

Die Zeit blieb stehen, schwebend zwischen einer süßen Gabel und einem Schluck Erinnerung. Und ich wusste, dass wir, auch wenn nur für diesen Moment, alle zu Hause waren.

(23) Dialogo allo specchio con il Generale Albert von Berrer | Gespräch im Spiegel mit General Albert von Berrer

Albert Von Berrer



[Luce tremolante. Uno specchio antico riflette il tuo volto mescolato a quello di un ufficiale in uniforme sbiadita.]


La scelta del campo

Tu:
Generale… Albert von Berrer. Ti vedo, o forse mi vedo in te.
Dimmi, perché questa scelta di campo? Tu, uomo dell’Impero, ora tra i Propal?

Von Berrer:
Perché il mondo è tornato in guerra, anche se non lo chiama così.
Una guerra d’informazioni, di verità spezzate.
E io non potevo più combattere per chi mente con il sorriso.
Una volta servivo il Kaiser. Ora servo la coscienza.

Tu:
Ma il fronte che hai scelto è disprezzato, deriso, accusato di falsità.
Non temi di essere di nuovo dalla parte sbagliata della storia?

Von Berrer:
Ah, la “parte giusta”…
La cercai nei campi di Caporetto, e la trovai solo nei morti che non mentivano più.
Oggi non esiste giusto o sbagliato: esiste solo chi dorme e chi si è svegliato.
E chi si sveglia non sceglie il campo, viene scelto dal dolore.


La memoria della sconfitta

Tu:
Hai saputo della sconfitta degli Imperi Centrali?

Von Berrer:
Sì… lo seppi — ma non da vivo.
Morii nel ’17, vicino a Vittorio Veneto, quando ancora credevamo di poter piegare la montagna con l’artiglieria.
Poi, il silenzio.
E quando riaprii gli occhi in un altro tempo, gli imperi non c’erano più: solo debiti, confini nuovi e vecchie menzogne lucidate come medaglie.

Tu:
E come ti sei sentito, sapendo che l’Impero per cui avevi vissuto e combattuto era dissolto?

Von Berrer:
Come un soldato che torna al campo e trova solo fantasmi.
La sconfitta non fu solo militare: fu spirituale.
Morì l’illusione dell’ordine, la fede cieca nell’obbedienza.
Capimmo troppo tardi che avevamo combattuto per idee che non sapevano più chi fossero.


Le ragioni della sconfitta

Tu:
Perché avete perso?

Von Berrer:
Perché abbiamo creduto nell’ordine invece che nella verità.
Perché ci fidammo dei piani e non degli uomini.
Perché mentre noi tracciavamo linee sulle mappe, la fame scavava trincee nei cuori.
Quando un esercito dimentica il “perché”, anche la vittoria è una forma di morte.

Tu:
E tu, personalmente… hai rimpianti?

Von Berrer:
Rimpiango di aver creduto che l’onore bastasse.
Che la disciplina fosse una virtù e non una catena.
Rimpiango di non aver disobbedito, quando ancora si poteva.


La nuova battaglia

Tu:
E adesso, da “Propal”, cosa cerchi di insegnare?

Von Berrer:
Che l’Impero non è morto: si è solo travestito.
Non porta più uniformi, ma loghi.
Non ordina più di marciare, ma di credere.
E che la vera diserzione, oggi, è pensare con la propria testa.

Tu:
Come puoi vincere in Palestina se sei già stato sconfitto in Europa?

Von Berrer:
Non cerco vendetta né rivincita militare.
Da soldato, ho imparato che la vittoria imposta con la forza si sgretola dentro la coscienza.
Ora la battaglia riguarda popoli, memorie e territori: Gaza e Cisgiordania.
La mia strategia non è occupare suolo, ma seminare consapevolezza: smascherare menzogne, mettere in luce le paure che alimentano l’odio, ricordare che dietro ogni bandiera ci sono esseri umani.
Se questo è “vincere”, è una vittoria che non prende prigionieri ma restituisce parole.


La causa palestinese

Tu:
Perché credi nella causa palestinese?

Von Berrer:
Credo nella causa palestinese perché riconosco un’eco delle mie sconfitte passate.
Allora in Europa ho visto popoli calpestati, territori contesi, innocenti travolti dall’orgoglio dei potenti.
Oggi, in Palestina, vedo lo stesso schema: la paura e l’avidità che soffocano la vita, la dignità calpestata, e la verità nascosta dietro slogan e propaganda.
Non combatto per un popolo contro un altro: combatto per il diritto di ogni uomo a essere ricordato come umano, prima che come bandiera.


Antisionismo vs antisemitismo

Tu:
Perché allora non è antisemitismo, mentre il caporale austriaco…

Von Berrer:
L’antisemitismo è follia, costruita su nemici immaginari e menzogne universali.
Il mio antisionismo non è contro un popolo, ma contro una politica.
Osservo ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania: territori occupati, diritti calpestati, civili intrappolati.
Non è paranoia, è documentabile.
Il sionismo nacque come progetto di sopravvivenza e protezione dei più fragili dopo la Shoah.
Oggi, quando il potere politico diventa religione armata, quando leader decidono il destino di milioni come pedine, l’ideale originario è tradito.

Tu:
Quindi la tua empatia per la Shoah non è in contraddizione con la tua posizione?

Von Berrer:
Mai. Difendere l’umanità degli ebrei nel passato non significa chiudere gli occhi sulle ingiustizie del presente.
Golda Meir era la “nonna” che proteggeva i nipotini.
Oggi, la politica israeliana di certi uomini ha perso quella saggezza: il potere e la religione sostituiscono la coscienza.
Io sto con la causa palestinese perché lì vedo vittime reali, non nemici immaginari, e credo che la vera giustizia consista nel riconoscere la dignità di tutti — senza demonizzare un intero popolo.

Tu:
Quindi la differenza tra il caporale austriaco e te è la percezione della realtà e l’empatia?

Von Berrer:
Esatto. Lui costruì il mondo sulla menzogna e sull’odio; io lo osservo con gli occhi aperti, distinguendo chi soffre davvero da chi si nasconde dietro la propaganda.
La mia guerra non è contro gli ebrei o chi ama Israele. È contro l’ingiustizia, ovunque essa si nasconda.


La riflessione finale

Von Berrer:
«Sai… la mia vita non è stata una linea retta, ma un labirinto di sconfitte e scelte.
Ho imparato che il potere non redime, e la guerra non insegna se non a chi la guarda con occhi aperti.
Ora, reincarnato, non ho più eserciti né confini da difendere.
Il mio campo di battaglia è la coscienza, e ogni parola che pronuncio è un’arma senza sangue.

Non chiedo applausi né vittorie storiche.
Chiedo solo che chi ascolta osi guardare la verità: che le ingiustizie si riconoscono prima che si combattono, che la compassione non è debolezza, ma strategia.
Se la mia esperienza può salvare anche un solo cuore dall’errore di odiare ciò che non si comprende, allora ogni cannone, ogni trincea, ogni fallimento del passato ha avuto senso.

La memoria non è peso: è lanterna.
E mentre il mondo continua a costruire imperi e illusioni, io resto qui, allo specchio, a ricordare che ogni uomo — soldato o civile, vittima o carnefice — è un riflesso dell’altro.
Chi osa vedere questo riflesso può finalmente scegliere di non ripetere gli stessi errori.»

[Il generale si dissolve lentamente nel vetro, lasciando solo il tuo volto e un silenzio carico di responsabilità e possibilità.]


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