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(119) Alberto Bertuzzi: il cittadino scomodo che morì con le sue idee

Ci sono figure che sembrano appartenere a un’Italia che non esiste più — quella degli idealisti solitari, dei moralisti civili, degli uomini che combattevano battaglie enormi con mezzi ridicoli. Alberto Bertuzzi (1913–1988) è stato uno di questi. Industrialista, inventore, scienziato dilettante, ma soprattutto “difensore civico” ante litteram, fu un uomo che volle fare della Costituzione una questione personale.

La sua autobiografia del 1984

E, come spesso accade a chi vuole cambiare il mondo da solo, finì per combattere più contro i mulini a vento che contro i veri potenti.


L’ingegnere che volle essere cittadino

Nato nel cuore di un’Italia ancora monarchica e agricola, Bertuzzi visse una parabola tipica dell’imprenditore del dopoguerra: laurea in scienze agrarie, esperienze tecniche all’estero, un’azienda fondata a Brugherio nel 1945, e poi l’impegno nella ricerca tecnologica.
Ma a differenza di tanti colleghi, Bertuzzi non si accontentò del successo economico. Sentiva — sinceramente — che lo Stato e la società civile erano un corpo da curare. Quando negli anni Sessanta cominciò a denunciare l’inquinamento industriale e la corruzione degli amministratori, lo fece senza appoggiarsi a nessun partito.
Si proclamò “difensore civico” quando ancora in Italia non esisteva la figura giuridica dell’ombudsman, e aprì un suo ufficio di promozione civica. In pratica: un cittadino che vigilava sui cittadini potenti.

Il moralista contro tutti

Il suo modo di agire era spigoloso, a tratti teatrale. Convocava ministri per metterli alla prova sulla Costituzione, scriveva libri dai titoli provocatori come Scusate signori del Palazzo e Disobbedisco, rifiutava la parola “onorevole” come forma di servilismo linguistico.
Era, in un certo senso, un guastatore istituzionale: uno che voleva ricordare ai politici che la democrazia non è una rendita di posizione ma un dovere quotidiano.
Eppure, proprio questa sua purezza assoluta lo rese isolato.
Non aveva la capacità di costruire alleanze, né l’umiltà di riconoscere che anche la politica è compromesso, non solo denuncia. Quando nel 1987 venne eletto deputato come indipendente nelle liste del Partito Radicale, promise di dimettersi. Poi cambiò idea: «mi hanno votato, resto».
Quella contraddizione lo rese bersaglio dei radicali stessi, che lo accusarono di incoerenza. In realtà, Bertuzzi restò fedele a se stesso fino alla fine: un uomo che non obbediva nemmeno ai suoi alleati.

Un’eredità difficile

A distanza di decenni, la figura di Alberto Bertuzzi è quasi scomparsa dalla memoria collettiva.
Nessuna scuola porta il suo nome, pochi ricordano le sue battaglie, e il premio intitolato dal CICAP in sua memoria (“In difesa della Ragione”) è noto solo a pochi specialisti.
Eppure, molte delle sue intuizioni — il controllo civico sul potere, la trasparenza amministrativa, la responsabilità individuale — anticipavano di anni temi oggi centrali.
Ma la verità è che Bertuzzi non lasciò eredi.
Non fondò un movimento, non creò una scuola di pensiero, non riuscì a trasformare la sua indignazione in un’eredità politica o culturale.

Il guerriero solitario muore con la sua giusta causa 

La sua opera morì con lui, come accade a molte figure “testimoni” del Novecento: forti di una coscienza morale, deboli di una strategia collettiva.

Tra mito e dimenticanza

Si può dire che Alberto Bertuzzi sia stato un Don Chisciotte civile: nobile nelle intenzioni, confuso nei risultati, ma comunque indispensabile.
Perché in ogni epoca servono persone che ricordano agli altri cosa significhi essere cittadini, anche se lo fanno nel modo più scomodo possibile.
Bertuzzi non è stato un santo né un eroe: è stato un uomo che non ha mai imparato l’arte dell’indifferenza.
E forse, per questo, appartiene davvero a un’altra Italia — quella che finiva quando finiva l’uomo che la rappresentava.

(28)Tra Le Bon e i ciarlatani: l’eterna danza tra folla e furbizia

Quando Gustave Le Bon pubblicò nel 1895 la sua Psicologia delle folle, pochi avrebbero immaginato che quelle pagine, scritte nella Parigi di fine Ottocento, avrebbero mantenuto un’attualità così sorprendente. La sua intuizione fondamentale era semplice quanto spietata: l’individuo, immerso nella massa, perde la capacità critica e si lascia guidare da suggestioni, immagini, parole forti, molto più che da ragionamenti complessi o da dati verificabili. La folla, diceva Le Bon, non ragiona: sente. Non discute: reagisce.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, quella diagnosi sembra adattarsi perfettamente non solo alla politica nazionale, ma a ogni spazio collettivo, dall’assemblea di condominio fino al Parlamento europeo, dal consiglio comunale fino al palcoscenico dell’ONU. In qualunque luogo la logica cede il passo alla dimensione emotiva, le dinamiche osservate da Le Bon ritornano con una regolarità quasi matematica.

E qui entra in scena Alberto Bertuzzi, con il suo Il mestiere di ciarlatano. Se Le Bon analizzava il funzionamento della folla, Bertuzzi spiega come alcuni sappiano approfittarne, trasformando l’arte della suggestione in un vero e proprio mestiere. Il ciarlatano, antico e moderno, non vince perché ha ragione, ma perché sa raccontare la sua versione con le giuste immagini, con il tono appropriato, con quella sicurezza che rassicura o spaventa, ma che comunque conquista.

Non si tratta di un fenomeno confinato al passato o alla bassa politica. La sociologia, la psicologia sociale e la linguistica contemporanee confermano la stessa intuizione: il linguaggio non è mai neutro. Le parole creano cornici di senso, evocano mondi, orientano scelte. Una metafora efficace può orientare più di un trattato, un’immagine potente può ribaltare l’esito di un dibattito più di cento dati tecnici.

Del resto, la saggezza popolare sintetizza questa dinamica con una crudezza che nessun manuale accademico riesce a eguagliare. In Toscana si dice: “ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa; se si incontrano, il furbo avrà un sicuro guadagno”. È la stessa logica che Bertuzzi mette nero su bianco quando osserva che i “creduloni” sono talmente numerosi che sarebbe quasi sciocco non approfittarne. La madre dei bischeri, come si suol dire, è sempre incinta.

E allora basta osservare i leader politici contemporanei per vedere Le Bon e Bertuzzi all’opera. Giorgia Meloni ha costruito la sua ascesa su immagini forti, sul richiamo a simboli identitari e su una retorica del “noi contro loro” che parla alla pancia della folla molto più che alla sua testa. Matteo Renzi, in chiave diversa, ha fatto della sorpresa, del colpo di scena e della brillantezza personale gli strumenti per sedurre un pubblico che non ama la noia, ma l’energia e la velocità. Antonio Tajani rappresenta invece la dimensione opposta: rassicurazione, continuità, istituzionalità, che in una folla più anziana o conservatrice valgono come garanzia di stabilità.

Sul piano internazionale, basti pensare a Donald Trump, che ha incarnato quasi alla lettera la descrizione leboniana del leader capace di ipnotizzare le folle: frasi semplici, slogan ripetuti all’infinito, individuazione di un nemico da additare, promesse roboanti. O, in senso diverso, a Volodymyr Zelensky, che ha saputo trasformare la sua figura in un simbolo resistenziale globale, costruendo attorno a sé un’immagine epica che trascende i dati militari o economici. Anche al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove la diplomazia dovrebbe essere regno della ragione e del diritto, i discorsi che restano nella memoria non sono quelli pieni di clausole giuridiche, ma quelli che offrono immagini potenti: “la guerra come cancro”, “la pace come ponte”, “il pianeta che brucia”.

La lezione che se ne ricava è duplice. Da un lato, la folla c’è sempre e ovunque, e funziona secondo regole immutabili: simbolo prima del ragionamento, emozione prima del calcolo. Dall’altro, il ciarlatano ha sempre un vantaggio competitivo, perché non deve rispettare vincoli di verità né di coerenza. Eppure, proprio per questo, diventa essenziale per chi ha a cuore la serietà e la competenza non rinunciare alla dimensione emotiva, ma imparare a usarla.

Il vero compito, allora, non è eliminare la folla o illudersi di educarla interamente alla razionalità, ma sviluppare gli strumenti per non cadere nella trappola della manipolazione. Bisogna riconoscere le tecniche, decifrare le parole, vaccinarsi culturalmente. Perché, se è vero che ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa, la vera partita sta tutta nel non permettere al primo di trovare terreno facile nel secondo.

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