ECONOMIA & POTERE - Dalla Grande Depressione alla grande deregulation: il mito infranto della Glass–Steagall

Come una legge nata per difendere i risparmiatori divenne il simbolo della fiducia nello Stato e, sessant’anni dopo, fu smantellata in nome del mercato. Tra storia, crisi e teorie del complotto.

C’è una data che continua a tornare quando si parla di crisi finanziarie: il 1933. L’America era ancora piegata dalla Grande Depressione e dal crollo di Wall Street del ’29, le banche cadevano come birilli, i risparmiatori correvano agli sportelli per ritirare denaro che ormai non c’era più. In quel contesto, due legislatori – il senatore Carter Glass e il deputato Henry Steagall – riuscirono a far approvare una legge che avrebbe segnato per decenni l’architettura del sistema finanziario americano: il Glass–Steagall Act. La filosofia era semplice e rigorosa: separare le banche commerciali, quelle che custodivano i depositi e concedevano prestiti, dalle banche d’investimento, che vivevano di speculazione sui mercati. Un cordone sanitario, insomma, per impedire che i risparmi del cittadino comune venissero messi a rischio dai giochi d’azzardo di Wall Street.

La riforma funzionò. Restituì fiducia a milioni di risparmiatori, portò alla nascita della Federal Deposit Insurance Corporation – la garanzia sui depositi – e costruì un equilibrio che rimase in piedi per oltre sessant’anni. Ma con il passare dei decenni quella stessa separazione cominciò a essere percepita come un vincolo, un freno allo sviluppo di grandi colossi finanziari integrati. Negli anni Ottanta e Novanta, mentre la globalizzazione avanzava e le grandi banche americane guardavano con invidia ai gruppi europei, la pressione per una deregulation diventò sempre più forte. Lobby potenti, economisti liberisti e politici convinti che il mercato potesse autoregolarsi prepararono il terreno per la svolta.
La svolta arrivò nel 1999 con il Gramm–Leach–Bliley Act, firmato dal presidente Bill Clinton. In un clima di euforia economica, con la bolla tecnologica ancora in fase di gonfiarsi, venne smantellata la barriera del Glass–Steagall. Nacquero così conglomerati enormi come Citigroup, in cui si fondevano banche, assicurazioni e società di investimento. L’idea era che le sinergie avrebbero reso più competitivo il sistema americano. La realtà, qualche anno più tardi, avrebbe mostrato il lato oscuro: istituti troppo grandi per fallire, interconnessi al punto da mettere a rischio l’intero sistema.

Dopo il crollo dei mutui subprime nel 2008, molti analisti puntarono il dito proprio contro l’abolizione del Glass–Steagall. In realtà, gli studi successivi hanno mostrato che le cause della crisi furono più complesse: strumenti finanziari opachi, mutui concessi a chi non poteva permetterseli, derivati venduti a pioggia da attori che non erano nemmeno banche tradizionali. Eppure la sensazione rimase, e rimane ancora oggi, che la cancellazione di quel cordone di sicurezza avesse contribuito a creare un clima di deregulation e di spregiudicatezza.

In rete, soprattutto in ambienti complottisti, circola una versione alternativa della vicenda. Secondo alcuni, la decisione di smantellare Glass–Steagall non fu il risultato di dinamiche politiche ed economiche trasparenti, ma l’effetto di pressioni occulte provenienti dal Club Bilderberg o dalla Commissione Trilaterale. È una narrazione che mescola il gusto per il segreto e il sospetto di manovre delle élite globali. Ma a ben vedere non esistono prove che confermino un intervento diretto di questi gruppi. I documenti ufficiali raccontano una storia più prosaica: le lobby bancarie fecero pressione, il Congresso rispose, il presidente firmò.

Oggi, a distanza di quasi un secolo dal suo varo e più di vent’anni dalla sua abrogazione, la Glass–Steagall continua a vivere come fantasma politico ed economico. È il simbolo di un’epoca in cui lo Stato osò mettere regole alla finanza, ma anche il monito di quanto fragile possa diventare un sistema quando quelle regole vengono smantellate. Tra chi sogna di rivederla rinascere e chi la considera un reperto del passato, resta una domanda sospesa: chi, domani, avrà la forza di disegnare nuovi argini contro le maree della speculazione.

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