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(126) Quando il Sionismo uccideva a sangue caldo

Il rapimento di Adolf Eichmann in Argentina fu una chiara violazione del diritto internazionale. L’Argentina non protestò più di tanto: si liberava di una presenza ingombrante. Per Israele e il Mossad, invece, fu un trionfo da esibire al mondo.

Rileggendo oggi quella vicenda, alla luce dei crimini contro l’umanità a Gaza, in Cisgiordania e nei bombardamenti nei paesi vicini, si corre un paradossale rischio: Eichmann potrebbe apparire come una vittima anticipata del sionismo, al pari delle persone eliminate durante l’“Operazione Ira di Dio”.

Il processo di Gerusalemme fu più teatro che giustizia: la sentenza era già scritta. Eichmann fu il trofeo con cui il giovane Stato sionista volle mostrare al mondo la propria forza. Gli attentatori palestinesi, veri o presunti, vengono sempre uccisi, quasi mai arrestati. Eichmann ebbe la “fortuna” di arrivare vivo davanti ai giudici, ma solo per essere condannato a morte a sangue caldo. Israele non avrebbe più ripetuto quell’“errore”: meglio uccidere a sangue freddo, come fa la mafia.

Quando l’albero cade, le scimmie non sempre scappano: il pericolo degli omicidi mirati | When the Tree Falls, the Monkeys Don’t Always Scatter: The Danger of Targeted Killings |Когда падает дерево, обезьяны не всегда разбегаются: опасность целевых убийс| 当大树倒下时,猴子并不总是散开:定点清除的危险

 [Post a tempo: scadenza 2 marzo 2031]


La strategia che non spezza i sistemi e crea precedenti pericolosi




Un mondo in allerta

Il cielo sopra Teheran si è illuminato come un’alba rossa, ma non era il sole a tingere le strade. Il 28 febbraio 2026, il rumore dei bombardamenti ha risvegliato una città che da settimane viveva sotto la tensione crescente tra sospetti, minacce e avvertimenti internazionali. Gli abitanti hanno visto colonne di fumo salire dai quartieri militari e dalle infrastrutture strategiche, e mentre le sirene urlavano, la consapevolezza si è diffusa rapidamente: il mondo era cambiato in un solo giorno.

In questa cornice, l’analisi storica degli omicidi mirati israeliani appare più chiara. La logica di “colpire il vertice per fermare il nemico” sembra semplice sulla carta, ma le conseguenze si dimostrano spesso imprevedibili e complesse, proprio come suggerisce la metafora: caduto l’albero, le scimmie non sempre si disperdono.


Non sempre facendo cadere l’albero le scimmie si disperdono

Gli omicidi mirati, da decenni, hanno rappresentato una strategia adottata da Israele per eliminare i leader di Hamas, Hezbollah e altri gruppi percepiti come minacce dirette. L’idea di fondo era semplice: togliere la testa al nemico per paralizzare la sua rete. Ma la realtà dimostra che la morte di una figura chiave non interrompe quasi mai le operazioni del gruppo. Nuovi leader emergono, le strutture si riorganizzano e il ciclo di violenza spesso riprende, talvolta con maggiore intensità e determinazione. La strategia tattica può avere successo immediato, ma raramente produce risultati strategici duraturi.


Casi storici: dagli omicidi mirati israeliani ai loro effetti

La storia recente offre esempi che confermano questa dinamica. Abdel Aziz al-Rantisi, leader di Hamas, fu eliminato nel 2004 da un missile israeliano. La sua morte colpì il gruppo sul piano simbolico e operativo, ma non fermò le attività di Hamas, che nominò subito un nuovo leader e continuò la sua campagna militare. Abbas al-Musawi, segretario generale di Hezbollah, fu colpito nel 1992, ma Hezbollah si riorganizzò e si rafforzò negli anni successivi. Analogamente, Ismail Abu Shanab, alto dirigente di Hamas, venne eliminato nel 2003 durante un periodo di tregua, provocando la fine della tregua stessa e una nuova ondata di violenza. In tutti questi casi, colpire il vertice ha avuto effetti immediati, ma non ha risolto i problemi strutturali né le cause profonde dei conflitti.


28 febbraio 2026: l’attacco in Iran

Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno lanciato una serie di bombardamenti su larga scala in Iran, colpendo infrastrutture militari e figure chiave delle Guardie Rivoluzionarie e del governo. Secondo alcune fonti, la Guida Suprema Ali Khamenei sarebbe stata uccisa. L’impatto immediato è stato drammatico: vittime civili e militari, scuole e infrastrutture colpite, lanci missilistici di ritorsione verso basi statunitensi e Israele. La popolazione iraniana osservava, attonita, le strade vuote e le sirene che continuavano a suonare, mentre il paese affrontava uno dei momenti di maggiore incertezza politica della sua storia recente.

Sul piano regionale, la crisi ha innescato reazioni immediate. Paesi del Golfo e gruppi proxy sostenuti dall’Iran, come Hezbollah e milizie sciite in Iraq e Yemen, hanno intensificato le operazioni contro interessi occidentali, allargando rapidamente il rischio di conflitto a livello regionale. La comunità internazionale ha seguito con apprensione l’evolversi degli eventi, con le Nazioni Unite e l’Unione Europea che hanno chiesto un immediato cessate il fuoco e ribadito l’urgenza della diplomazia.


Il rischio di un precedente pericoloso

Gli omicidi mirati non rappresentano solo un’arma tattica, ma anche un rischio giuridico e geopolitico enorme. Secondo il diritto internazionale, capi di Stato, primi ministri e ministri degli esteri godono di immunità personale, il che significa che non possono essere perseguiti o attaccati militarmente da altri Stati in tempo di pace. Eliminare leader stranieri senza una guerra dichiarata viola quindi principi fondamentali. Se questa pratica dovesse consolidarsi come norma de facto, potrebbe essere usata come giustificazione da altri attori per colpire leader occidentali, aprendo la porta a un mondo più instabile. Oltre al rischio di escalation militare, si minerebbe la legittimità degli organismi internazionali e della diplomazia stessa, trasformando la violenza mirata in un precedente globale.


Conclusione

Dalla Striscia di Gaza al 28 febbraio in Iran, la lezione appare chiara: colpire l’albero non basta a disperdere le scimmie. Gli omicidi mirati possono ottenere risultati tattici immediati, ma raramente spezzano un sistema o risolvono problemi strategici a lungo termine. Al contrario, spesso innescano dinamiche imprevedibili, alimentano la violenza e creano precedenti pericolosi nel diritto internazionale, rendendo vulnerabili anche leader dei paesi occidentali. In un mondo interconnesso, ogni leader ucciso apre la porta a conseguenze complesse, mostrando come le strategie militari, per quanto precise, siano solo una parte di un puzzle che richiede diplomazia, politica e prevenzione per essere davvero risolto.

Ira di Dio: quando uno Stato si fa rispettare

 [Post a tempo: scadenza 25 settembre 2030]


L’estate del 1972 doveva essere un momento di festa e celebrazione per il mondo intero. I Giochi Olimpici di Monaco promettevano sport, fratellanza e pace tra le nazioni. Ma il 5 settembre, quell’atmosfera di gioia venne distrutta da un evento che sarebbe rimasto impresso nella memoria collettiva: un gruppo di terroristi palestinesi dell’organizzazione Settembre Nero irruppe nel villaggio olimpico e prese in ostaggio undici atleti israeliani. La tragedia si concluse con la morte di tutti gli ostaggi e di un poliziotto tedesco, e il mondo rimase scioccato, impotente di fronte a tanta brutalità.


In Israele, il dolore si trasformò rapidamente in rabbia e determinazione. La premier Golda Meir, con la sua ferrea volontà e il senso di responsabilità verso il suo popolo, prese una decisione che avrebbe segnato un’epoca: autorizzare il Mossad a rintracciare e colpire, ovunque si trovassero, i responsabili dell’attentato. Non si trattava di una vendetta cieca, ma di una risposta calcolata e sistematica, una dichiarazione chiara al mondo che uno Stato può farsi rispettare anche di fronte al terrore internazionale.

Il Mossad si mise subito all’opera. Gli agenti, addestrati a muoversi come ombre, iniziarono una caccia spietata che attraversò città europee e mediorientali. Lisbona, Parigi, Atene, Roma: nessun luogo era troppo lontano, nessuna strada troppo sicura. Ogni movimento dei terroristi veniva seguito, ogni contatto controllato, ogni dettaglio annotato. Quando il momento era giusto, l’azione era fulminea e precisa: esplosioni calibrate, colpi mirati, sparizioni improvvise. Nessuno dei membri di Settembre Nero poteva sentirsi al sicuro.

L’operazione durò anni, tra missioni segrete e tensioni diplomatiche. Molti attacchi rimasero nascosti all’opinione pubblica, e le notizie trapelavano solo come voci o rapporti riservati. L’Ira di Dio divenne così non solo una caccia ai colpevoli, ma una dimostrazione del potere di uno Stato deciso a difendere la propria dignità. In Israele fu accolta come giustizia necessaria; in Europa, alcuni governi guardavano con preoccupazione quegli omicidi clandestini, temendo per la sovranità dei propri territori e per la legalità internazionale.

Il Mossad dimostrò di saper colpire con precisione chirurgica, ma lasciò dietro di sé una scia di ombre, paure e dilemmi morali. La vendetta poteva essere giustificata, ma il prezzo era alto: vite umane perse, tensioni internazionali crescenti, un senso di inquietudine che attraversava le strade delle capitali europee.

Oggi, a decenni di distanza, l’Ira di Dio resta una pagina indelebile della storia contemporanea. Non è solo un racconto di vendetta, ma la testimonianza di come uno Stato possa affermare il proprio rispetto e la propria sicurezza con mano ferma, anche nelle situazioni più oscure. È la storia di un’azione implacabile, segreta e decisiva, dove giustizia e vendetta si intrecciano, e dove la determinazione di pochi può cambiare il corso della storia.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

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