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(120) La scienza della fortuna: i principi di Richard Wiseman

Secondo Richard Wiseman, la fortuna non è un fenomeno casuale, ma il risultato di atteggiamenti e comportamenti che le persone fortunate mettono in pratica quotidianamente. Le persone fortunate tendono innanzitutto a massimizzare le opportunità che la vita offre. Non si limitano a subire gli eventi, ma sono curiose, aperte agli incontri con gli altri e pronte a esplorare nuove esperienze. Questa apertura aumenta le possibilità di imbattersi in occasioni favorevoli, spesso quando meno se lo aspettano. La chiave, però, non è solo notare le opportunità, ma saperle sfruttare. Chi è fortunato combina preparazione, perseveranza e un ottimismo pragmatico per trasformare le possibilità in risultati concreti, affrontando i rischi calcolati senza paura.


Un altro elemento fondamentale della fortuna riguarda la mentalità. Le persone fortunate mantengono un atteggiamento positivo anche di fronte agli ostacoli, vedendo le difficoltà come sfide piuttosto che come insuccessi insormontabili. Questo atteggiamento permette loro di rimanere lucide, di visualizzare scenari di successo e di affrontare la vita con una maggiore sicurezza, creando così un circolo virtuoso di eventi favorevoli. Infine, la gestione della fortuna richiede capacità di riflessione e resilienza. I fortunati imparano dai propri successi e dai propri fallimenti, attribuendo le difficoltà a cause specifiche e modificabili e cercando sempre di trarre insegnamenti dalle esperienze vissute. Condividere la propria fortuna e riconoscerla rafforza inoltre le relazioni sociali, aumentando ulteriormente le possibilità di ricevere sostegno e nuove opportunità.

In definitiva, la fortuna, secondo Wiseman, è molto meno una questione di caso e molto più una questione di atteggiamento, apertura mentale e capacità di trasformare le circostanze in vantaggi concreti. Chi sa notare le occasioni, sfruttarle, mantenere una mentalità positiva e imparare dall’esperienza quotidiana, costruisce una vita ricca di eventi fortunati, spesso percepiti dagli altri come pura casualità, ma in realtà frutto di comportamenti ben precisi.

La freccia e il palcoscenico

 [Post a tempo: scadenza 10 dicembre 2030]





Un tempo, il sogno di quasi ogni scrittore emergente era quello di approdare in una puntata del Maurizio Costanzo Show. Non era soltanto una vetrina: era il luogo simbolico in cui la parola scritta diventava parola detta, in cui un libro, magari stampato in poche copie da una piccola casa editrice, poteva trasformarsi in un caso nazionale. Presentare la propria opera davanti alle telecamere, con Costanzo che ascoltava, faceva domande, lasciava spazio al racconto, equivaleva a ricevere una sorta di investitura pubblica. Era il preludio di un successo che, se non garantito, almeno si poteva legittimamente sperare.

Ma arrivarci non era impresa facile. Prima di giungere a Costanzo bisognava superare una vera e propria cintura di collaboratori, segretarie e assistenti che, come guardiani severi, vagliavano lettere e manoscritti, scartando senza pietà la gran parte delle proposte. Si racconta che molte missive, inviate con cuore tremante da aspiranti autori, finissero direttamente nel cestino senza essere mai state aperte. Eppure, quella barriera non era frutto di cattiveria personale: era piuttosto la manifestazione di un sistema che proteggeva il “centro” – la figura del personaggio famoso – da un assalto continuo e quotidiano.

Non accadeva solo con Costanzo. Personaggi come Vittorio Sgarbi – amati e odiati, spesso percepiti come eccentrici o inarrivabili – erano anch’essi circondati da una sorta di corona di spine: collaboratori, pressioni, interessi e filtri che isolavano il cuore umano, spesso gentile e disponibile, della celebrità. Il paradosso è che molte di queste persone famose, una volta raggiunte, si rivelavano in realtà garbate, ironiche, persino generose. Ma arrivarci era già una vittoria.

Il meccanismo ricorda molto da vicino ciò che accade nelle aziende e negli uffici pubblici, dove curriculum e domande di assunzione vengono scartati in serie, non sempre per valutazioni oggettive, ma perché già si conosce il nome del prescelto: il cugino, l’amico di famiglia, l’“amico degli amici”. È lo stesso filtro, la stessa opacità che protegge chi sta in alto e lascia fuori chi non ha padrini né santi in paradiso.

Eppure, esistono eccezioni che diventano leggenda. La più celebre è quella di Luciano De Crescenzo, l’ingegnere-filosofo napoletano che divenne autore di culto. Il suo colpo di fortuna – rimanere bloccato in ascensore con un pezzo grosso della Mondadori – sembra uscito da un romanzo: l’occasione irripetibile che trasforma un uomo qualunque in scrittore famoso. Ma quanti possono sperare in una simile congiunzione astrale?

Per tutti gli altri resta la via più difficile e più onesta: quella del lavoro silenzioso, della perseveranza, del gettare frecce nell’aria senza sapere se mai colpiranno il bersaglio. In questo senso gli scrittori emergenti, oggi come ieri, possono ispirarsi agli stoici, da Marco Aurelio in poi. “Fa la tua parte e lascia che il destino faccia il resto”, ammonivano i saggi. Scrivere, spedire, tentare, insistere: questo è il dovere dell’autore.

Il resto appartiene al mistero. Una freccia scoccata può cadere nel vuoto, spegnersi senza eco. Ma può anche, improvvisamente, trovare il suo bersaglio: la persona giusta che legge, il lettore che passa parola, il piccolo editore che crede, l’occasione che si apre quando meno te lo aspetti.

Forse, in fondo, la carriera di uno scrittore non è mai stata altro che questo: un palcoscenico atteso, un pubblico invisibile, e una freccia lanciata nel cielo.

(5) Scrivere per sé stessi, scrivere per gli altri: il viaggio di uno scrittore


Scrivere è un atto intimo, quasi sacro. È come tenere un diario segreto, dove parole e pensieri trovano rifugio. Ma quando si scrive un libro o un blog, quella segretezza svanisce: chiunque può entrare, scoprire, leggere. A volte arriva attraverso un motore di ricerca, altre volte spinto da una recensione o dalla curiosità.

Il lettore fa un investimento prezioso: il suo tempo. Anche se un libro costa pochi euro, quei minuti o ore dedicati alla lettura sono un dono che merita rispetto. Eppure spesso noi scrittori dimentichiamo che ogni lettore ha un solo testo da leggere alla volta. La scelta è soggettiva, certo, ma dietro c’è anche un mix di marketing e, soprattutto, di fortuna sfrontata.

La fortuna, quella vera, è come il sei al Superenalotto: imprevedibile, ingiusta a volte, eppure decisiva. E questo vale anche per i libri. È doloroso pensare a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il cui capolavoro Il Gattopardo fu scoperto solo dopo la sua morte. Un successo mondiale che lui non poté mai godere.

Scrivere è soprattutto per sé, ma anche per quei pochi – o tanti – che apprezzeranno il nostro lavoro ora o in futuro. Anche se solo dieci persone acquistano un libro alla fine di una presentazione, è un risultato. Lo stesso vale per chi visita un blog e ne esce arricchito.

Non bisogna fermarsi al primo romanzo, né al secondo. Il talento va coltivato, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina. La fede – per chi la ha – ci ricorda che questo dono è uno strumento della Provvidenza, al di là di successi immediati o insuccessi.

Io stesso ho cambiato approccio: ho smesso di sentirmi uno “sfigato” per quei due libri – un manuale di self-help e un romanzo – che non hanno sfondato. Ho deciso di regalare copie, di continuare a scrivere, e soprattutto di firmarmi con un nome unico: Ettore Alpi. Nessuno all’anagrafe con questo nome, nessuno come me.

Scrivere resta un cammino da percorrere, con o senza gloria. Perché alla fine, è l’amore per le parole a guidarci. E forse, un giorno, la fortuna sfrontata bacerà anche noi. 

Quando un capolavoro finisce al macero (e forse non è colpa tua)

 [Post a tempo: scadenza 17 febbraio 2030]

Ci sono libri bellissimi che nessuno ha letto. Non perché scritti male, ma perché stampati in tre copie e ignorati da tutti. Così, un giorno, finiscono al macero. Non fa notizia, non fa scandalo. Accade ogni giorno.

Eppure, l’editore ci ha guadagnato qualcosa. Perché quasi sempre lo scrittore ha pagato per pubblicare. Fino a 5.000 euro, in certi casi. Una specie di tassa sull’illusione.
Il 99% degli autori emergenti non supera questo primo stadio. E molti di loro sono convinti che investire sul proprio libro significhi crederci. Come in una società: tu metti i soldi, l’altro (forse) il mercato.

Poi ci sono gli editori "seri". Quelli che non chiedono contributi, perché spalmano il rischio su molti titoli, come fanno le assicurazioni. Pubblicano romanzi che hanno già funzionato all’estero, saggi che cavalcano le tendenze, oppure l’ultima autobiografia di un personaggio televisivo. Insomma: meno rischio, più ritorno.

Chi pubblica per la prima volta deve affrontare numeri impietosi: il 99% degli esordienti non venderà nulla. E quel 1%?
Ah, quel famoso 1%... quello che fa il botto e paga i debiti degli altri.

Nel frattempo, le case editrici longeve sopravvivono grazie alle ristampe dei loro cavalli di battaglia. Le novità vere? Sono fiches su un tavolo da poker.

C’è poi chi sceglie l’autopubblicazione. Coraggiosi? Disillusi? Dipende. Ma senza una rete promozionale forte, senza contatti con la stampa, senza qualcuno che parli del tuo libro, si resta invisibili.
E La Repubblica non parlerà di te. A meno che tu non sia un colonnello o un generale in pensione.

Altro discorso meritano i professori universitari. Loro pubblicano i manuali per i corsisti e, nel dubbio, bocciano chi ha studiato dalle fotocopie. Un altro tipo di editoria, un altro tipo di garanzia.

E allora, a chi ci affidiamo? Alla Fortuna?

La Fortuna è bionda, severa, protestante. Cieca, oltretutto.
Non guarda in faccia a nessuno.

Rimane Quero.
Quero non è una divinità riconosciuta, né un algoritmo. È una presenza che interferisce con le coincidenze, le sincronicità, le svolte. Una specie di interruttore quantico tra un destino fallito e un’occasione trovata nel caos.

Forse non esiste. Forse abbiamo solo un biglietto della lotteria in mano.
Forse i miei cornetti napoletani non servono a niente.

Ma se Quero esiste, allora lo fa per questo: per evitare che un originale muoia da fotocopia.

Quero: il demone del successo letterario 



(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...