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San Sebastiano al Vesuvio: tra Storia, Arte e Spirito Vesuviano

San Sebastiano al Vesuvio è un piccolo comune della Campania, situato sulle pendici occidentali del Vesuvio, a pochi chilometri da Napoli. Con circa 9.000 abitanti e un’altitudine tra 75 e 175 metri, il paese offre un clima leggermente più fresco rispetto alla città, panorami mozzafiato sul Golfo di Napoli e un contesto ideale per escursioni nel Parco Nazionale del Vesuvio.

Fondato ufficialmente nel 1863, il paese prende il nome da San Sebastiano, patrono della comunità. La storia locale è segnata dalle eruzioni del Vesuvio, tra cui quelle del 1855, 1872 e la più devastante nel 1944, che distrusse circa il 40% dell’abitato. Nonostante ciò, il borgo è stato ricostruito e conserva oggi un aspetto ordinato e moderno.


Tra i luoghi di maggior interesse c’è il Santuario di San Sebastiano Martire, chiesa del XVI secolo famosa per la maestosa cupola maiolicata che domina il centro del paese. Nel 2007 il Santuario è stato elevato a Santuario Diocesano dall’arcivescovo di Napoli. Non meno importante è il Palazzo della Cultura “Cavalier Gaetano Filangieri”, dedicato al noto giurista e illuminista nato a San Sebastiano nel 1753. Il palazzo ospita eventi culturali e mostre, ed è stato per anni sede dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.

Il borgo conserva vivaci tradizioni religiose e popolari legate al culto di San Sebastiano, e le festività locali, unite alle escursioni naturalistiche, offrono un’esperienza autentica della vita vesuviana. San Sebastiano è anche un punto di partenza ideale per trekking e passeggiate tra i sentieri vulcanici del parco, con viste spettacolari sul Vesuvio e sul Golfo di Napoli.


Resina, la città dimenticata tra mito e vita quotidiana

Prima di chiamarsi Ercolano, la città portava un nome semplice ma carico di storia: Resina. Un nome che parlava di boschi profumati e pini rigogliosi, da cui si estraeva la resina, sostanza preziosa usata per tutto: sigillare anfore, accendere fuochi, preparare medicamenti. Era un legame concreto con la natura circostante, un marchio del territorio che scandiva il ritmo della vita degli abitanti.

La Resina del Novecento era fatta di strade strette, botteghe e mercati affollati, di chiacchiere scambiate davanti a un banco di frutta o al forno, mentre in lontananza si sentiva il mormorio del mare. Era una città piccola ma viva, dove il passato antico conviveva silenzioso con la quotidianità. Poco distante, gli scavi di Herculaneum restituivano già i segreti di una civiltà sepolta dal Vesuvio, ma per molti la città moderna continuava a chiamarsi Resina, un nome che custodiva ricordi familiari e tradizioni popolari.

Vista di Ercolano dagli scavi

Quando nel 1969 arrivò la decisione di cambiare nome in Ercolano, fu come risvegliare un legame millenario: da quel momento la città moderna divenne la custode ufficiale dell’antica Herculaneum, un ponte tra mito e storia. Eppure, nel cuore degli abitanti, Resina non scomparve mai del tutto. Rimase nei racconti degli anziani, nei documenti storici, nelle memorie dei mercati affollati e delle piazze animate, un ricordo di vita quotidiana che continuava a respirare tra le vie della città.

Resina e Ercolano convivono così, due nomi per un unico luogo: uno che guarda al mito di Ercole e alla grandezza romana, l’altro che racconta la semplicità e la vitalità di un passato recente, mai del tutto dimenticato.

(46) Badoglianesimo senza colore: il potere trasversale in Italia

In Campania, la destra badogliana ha trovato una sua forma moderna e meno dichiarata. Qui il potere non si conquista solo con ideologia, ma con relazioni, clientele e capacità di tessere reti di protezione intorno a sé. Il centro-destra tradizionale ha faticato a radicarsi, e così la destra moderata di stampo badogliano si è infiltrata nei gangli del potere locale: comuni, province e enti regionali, dove l’abilità nel mantenere privilegi e status quo conta più dei programmi politici. Napoli e i centri urbani mostrano una destra più moderna, spesso berlusconiana o post-fascista, ma nelle province interne come Avellino o Benevento il conservatorismo istituzionale sopravvive sotto mentite spoglie, travestito da efficienza amministrativa e garanzia di stabilità.

In Puglia, la situazione non è molto diversa. Le città costiere oscillano tra centro-sinistra e destra moderna, ma nelle zone interne e più rurali il badoglianesimo trasversale prospera. Qui il conservatorismo non ha bisogno di monarchia o nostalgia storica: è una cultura del potere, una pratica quotidiana di gestione delle posizioni e di protezione dei propri alleati. Le cooperative, gli enti pubblici locali e le amministrazioni municipali diventano strumenti per perpetuare la rete di influenza e garantire continuità.


La Toscana, pur essendo storicamente rossa, non è immune. Nelle aree rurali e in certe élite cittadine, il badoglianesimo si manifesta nella protezione dei privilegi accademici, amministrativi o professionali. Siena, Arezzo, Grosseto e alcune zone della Valdera conservano tracce di quel conservatorismo istituzionale che predilige la stabilità e il mantenimento del potere più che l’innovazione o il rinnovamento. Qui, come altrove, l’apparato funziona come un organismo a sé stante, impermeabile ai colori e fedele al principio di fondo: chi detiene posizioni di comando le mantiene a ogni costo.

E poi c’è l’Emilia-Romagna, terra simbolo del badoglianesimo al contrario. Una sinistra storica che si definiva rivoluzionaria e portatrice di cambiamento ha finito per incarnare lo stesso conservatorismo che criticava. Le stesse dinamiche di protezione del potere, delle poltrone e delle clientele che un tempo si attribuivano alla destra si manifestano oggi in un apparato di governo solido, capace di resistere a ogni crisi, di adattarsi a qualsiasi mutamento elettorale e di perpetuare interessi consolidati. È il badoglianesimo trasversale, senza bandiera, che dimostra quanto il potere, al di là dei proclami, sia sempre uguale a se stesso.

In tutta Italia, insomma, il badoglianesimo non è più un fenomeno di destra. È una tecnica di sopravvivenza politica, una cultura del privilegio che attraversa territori, colori e ideologie. La Campania, la Puglia, la Toscana e l’Emilia-Romagna mostrano ciascuna un volto diverso di questo stesso principio: chi governa protegge se stesso, chi controlla le leve istituzionali perpetua la propria influenza, e chi osserva comprende che la politica italiana è molto più pragmatica di quanto le etichette possano suggerire.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...