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(124) Terrorismo o Resistenza? Il potere di una parola che decide la Storia

L’ambiguità del termine

Terrorista” è una delle parole più potenti — e più pericolose — del linguaggio politico moderno. Nata durante la Rivoluzione francese per descrivere il terrore di Stato giacobino, nel corso del Novecento il termine è stato ribaltato contro i nemici del potere costituito. Oggi, chiamare qualcuno terrorista significa collocarlo fuori dal campo della legittimità politica, negargli qualunque causa o dignità. Ma chi decide chi è terrorista e chi è resistente?



I partigiani “banditi”

Durante la Seconda guerra mondiale, i bollettini nazifascisti descrivevano i partigiani italiani come banditi, sovversivi e terroristi. Le rappresaglie naziste — come quelle di Marzabotto o delle Fosse Ardeatine — erano giustificate proprio con la lotta al “terrorismo partigiano”. Eppure, pochi anni dopo, quegli stessi combattenti furono riconosciuti come i protagonisti della Liberazione. Un esempio lampante di come il potere di definire i termini possa rovesciare il senso della storia.


Decolonizzazione e doppie verità

Negli anni ’50 e ’60, l’onda delle guerre di liberazione travolse i vecchi imperi coloniali. In Algeria, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) fu considerato dai francesi un’organizzazione terroristica responsabile di attentati a civili, ma per milioni di algerini rappresentava la speranza d’indipendenza. In Kenya, i Mau Mau furono repressi come ribelli sanguinari dall’amministrazione britannica, salvo poi essere riconosciuti decenni dopo come simboli della lotta anticoloniale. In Sudafrica, Nelson Mandela fu inserito fino al 2008 nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti: oggi è il volto universale della libertà e della riconciliazione.


Medio Oriente: il confine più sottile

Nel conflitto israelo-palestinese, l’ambiguità raggiunge l’apice. I gruppi palestinesi armati — dall’OLP negli anni ’70 a Hamas oggi — sono per Israele e per l’Occidente organizzazioni terroristiche; ma per una parte del mondo arabo e per molti palestinesi rappresentano movimenti di resistenza contro l’occupazione. Lo stesso Yasser Arafat, insignito del Nobel per la Pace nel 1994, era stato per decenni indicato come terrorista internazionale.
Il termine terrorismo, in questo contesto, funziona come un sigillo morale: impedisce qualsiasi discussione sulle cause del conflitto o sulle responsabilità storiche.


Il caso irlandese e altre resistenze “proibite”

In Irlanda del Nord, l’IRA ha rappresentato per decenni la voce armata del nazionalismo cattolico contro il dominio britannico. Mentre Londra lo considerava un gruppo terroristico, molti irlandesi lo vedevano come un’eredità del lungo processo di liberazione dall’impero. Un discorso simile vale per i curdi del PKK, perseguitati dalla Turchia e classificati come terroristi dalla NATO, pur rivendicando autodeterminazione e diritti culturali.


Il diritto internazionale e le zone grigie

Dopo la Seconda guerra mondiale, le Convenzioni di Ginevra e le risoluzioni ONU hanno tentato di distinguere il terrorismo dalla resistenza legittima. I movimenti di liberazione nazionale che lottano contro un’occupazione straniera o una dominazione razzista possono essere riconosciuti come combattenti legittimi, purché rispettino le regole di guerra e non colpiscano civili. Ma la realtà geopolitica rende questa distinzione quasi teorica: chi detiene il potere di riconoscere la legittimità? Le Nazioni Unite, spesso paralizzate dal diritto di veto, raramente riescono a stabilire confini netti.


Il linguaggio come arma

Ogni guerra, prima che con le armi, si combatte con le parole. Definire un movimento “terrorista” o “resistente” significa orientare la percezione pubblica, giustificare repressioni, costruire consenso. Le stesse azioni — un attentato, un sabotaggio, un’imboscata — possono essere narrate come atto barbarico o gesto eroico, a seconda di chi racconta. È il potere narrativo a decidere la morale.


Conclusione: oltre le etichette

La storia insegna che il confine tra terrorismo e resistenza non è morale, ma politico. I vincitori riscrivono le definizioni, e ciò che oggi è “crimine” domani può essere “liberazione”. Ma una cosa resta certa: l’uso del terrore, da qualunque parte provenga, produce ferite profonde nella coscienza collettiva. La vera sfida è imparare a leggere oltre le parole, distinguendo la violenza cieca da quella disperata, e la propaganda dal diritto dei popoli alla libertà.

(100) L’opinione pubblica non si misura: si fabbrica

C’è un equivoco che da anni domina la politica italiana: credere che i sondaggi siano la bussola per orientarsi. Ogni settimana compaiono grafici e numeri, i leader commentano entusiasti o preoccupati per un punto in più o in meno, i talk show costruiscono dibattiti sulla base delle percentuali. Ma i sondaggi, per loro natura, non creano nulla: si limitano a fotografare ciò che già esiste. Sono un termometro, non una medicina. E chi si illude di governare inseguendo le rilevazioni demoscopiche finisce inevitabilmente per restare schiavo dell’umore del momento, incapace di indicare una direzione.



Edward Bernays, il padre delle pubbliche relazioni, lo aveva capito quasi un secolo fa. Nel suo celebre Propaganda spiegava che l’opinione pubblica non nasce dal basso in maniera spontanea, ma è costruita, modellata, orientata. Non perché la gente sia manipolabile in senso passivo, ma perché in una società complessa nessuno ha tempo e strumenti per farsi un’idea autonoma su tutto. E allora entrano in gioco le “guide invisibili”: comunicatori, giornalisti, pubblicitari, politici capaci di associare simboli, emozioni e narrazioni a un messaggio. Il politico che si limita a inseguire i sondaggi fotografa l’esistente. Lo statista, invece, lavora per creare il pensiero di domani.

La Finestra di Overton, che descrive il percorso di accettazione sociale delle idee, ci aiuta a capire il meccanismo. Ciò che oggi sembra impensabile, col tempo può diventare discutibile, poi accettabile, infine normale e inevitabile. Non è un processo automatico: qualcuno deve spostare la finestra, qualcuno deve preparare il terreno, rendere dicibile ciò che era tabù e desiderabile ciò che era marginale.


La storia è piena di esempi. Negli anni Venti Bernays rese “normale” il gesto di una donna che fuma in pubblico, trasformandolo in simbolo di emancipazione. Non chiese prima alle donne se fossero pronte: le rese pronte. Negli Stati Uniti i diritti civili passarono dallo status di idea radicale a conquista irrinunciabile grazie a immagini potenti come il discorso di Martin Luther King o la marcia su Washington. Lo stesso è accaduto con l’ambientalismo, passato da argomento di pochi militanti a tema centrale delle agende globali.

Anche in Italia gli esempi non mancano. Craxi negli anni Ottanta impose la modernizzazione socialista sfidando la tradizione, non seguendo i sondaggi. Berlusconi, con la sua rivoluzione televisiva, inventò un linguaggio nuovo che trasformò la politica in spettacolo e il consenso in prodotto mediatico. Più di recente Renzi, con la “rottamazione”, riuscì a rendere accettabile un’idea che fino a poco tempo prima sembrava sacrilega: mettere in discussione i padri fondatori del suo stesso partito. Tutti casi in cui la comunicazione ha preceduto i numeri, non il contrario.

Ecco perché inseguire i sondaggi è roba da dilettanti. I sondaggi sono utili per capire l’umore del momento, ma non possono sostituire la visione. Servono agli amministratori del consenso, non ai leader. Chi si limita a consultare i numeri finirà per adattarsi continuamente, senza mai guidare. Chi invece ha il coraggio di spostare la finestra di Overton, di usare la comunicazione come leva strategica e non come specchio, può davvero cambiare la società.

In fondo la differenza è tutta qui: i dilettanti inseguono i sondaggi. I leader li fabbricano.

(28)Tra Le Bon e i ciarlatani: l’eterna danza tra folla e furbizia

Quando Gustave Le Bon pubblicò nel 1895 la sua Psicologia delle folle, pochi avrebbero immaginato che quelle pagine, scritte nella Parigi di fine Ottocento, avrebbero mantenuto un’attualità così sorprendente. La sua intuizione fondamentale era semplice quanto spietata: l’individuo, immerso nella massa, perde la capacità critica e si lascia guidare da suggestioni, immagini, parole forti, molto più che da ragionamenti complessi o da dati verificabili. La folla, diceva Le Bon, non ragiona: sente. Non discute: reagisce.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, quella diagnosi sembra adattarsi perfettamente non solo alla politica nazionale, ma a ogni spazio collettivo, dall’assemblea di condominio fino al Parlamento europeo, dal consiglio comunale fino al palcoscenico dell’ONU. In qualunque luogo la logica cede il passo alla dimensione emotiva, le dinamiche osservate da Le Bon ritornano con una regolarità quasi matematica.

E qui entra in scena Alberto Bertuzzi, con il suo Il mestiere di ciarlatano. Se Le Bon analizzava il funzionamento della folla, Bertuzzi spiega come alcuni sappiano approfittarne, trasformando l’arte della suggestione in un vero e proprio mestiere. Il ciarlatano, antico e moderno, non vince perché ha ragione, ma perché sa raccontare la sua versione con le giuste immagini, con il tono appropriato, con quella sicurezza che rassicura o spaventa, ma che comunque conquista.

Non si tratta di un fenomeno confinato al passato o alla bassa politica. La sociologia, la psicologia sociale e la linguistica contemporanee confermano la stessa intuizione: il linguaggio non è mai neutro. Le parole creano cornici di senso, evocano mondi, orientano scelte. Una metafora efficace può orientare più di un trattato, un’immagine potente può ribaltare l’esito di un dibattito più di cento dati tecnici.

Del resto, la saggezza popolare sintetizza questa dinamica con una crudezza che nessun manuale accademico riesce a eguagliare. In Toscana si dice: “ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa; se si incontrano, il furbo avrà un sicuro guadagno”. È la stessa logica che Bertuzzi mette nero su bianco quando osserva che i “creduloni” sono talmente numerosi che sarebbe quasi sciocco non approfittarne. La madre dei bischeri, come si suol dire, è sempre incinta.

E allora basta osservare i leader politici contemporanei per vedere Le Bon e Bertuzzi all’opera. Giorgia Meloni ha costruito la sua ascesa su immagini forti, sul richiamo a simboli identitari e su una retorica del “noi contro loro” che parla alla pancia della folla molto più che alla sua testa. Matteo Renzi, in chiave diversa, ha fatto della sorpresa, del colpo di scena e della brillantezza personale gli strumenti per sedurre un pubblico che non ama la noia, ma l’energia e la velocità. Antonio Tajani rappresenta invece la dimensione opposta: rassicurazione, continuità, istituzionalità, che in una folla più anziana o conservatrice valgono come garanzia di stabilità.

Sul piano internazionale, basti pensare a Donald Trump, che ha incarnato quasi alla lettera la descrizione leboniana del leader capace di ipnotizzare le folle: frasi semplici, slogan ripetuti all’infinito, individuazione di un nemico da additare, promesse roboanti. O, in senso diverso, a Volodymyr Zelensky, che ha saputo trasformare la sua figura in un simbolo resistenziale globale, costruendo attorno a sé un’immagine epica che trascende i dati militari o economici. Anche al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove la diplomazia dovrebbe essere regno della ragione e del diritto, i discorsi che restano nella memoria non sono quelli pieni di clausole giuridiche, ma quelli che offrono immagini potenti: “la guerra come cancro”, “la pace come ponte”, “il pianeta che brucia”.

La lezione che se ne ricava è duplice. Da un lato, la folla c’è sempre e ovunque, e funziona secondo regole immutabili: simbolo prima del ragionamento, emozione prima del calcolo. Dall’altro, il ciarlatano ha sempre un vantaggio competitivo, perché non deve rispettare vincoli di verità né di coerenza. Eppure, proprio per questo, diventa essenziale per chi ha a cuore la serietà e la competenza non rinunciare alla dimensione emotiva, ma imparare a usarla.

Il vero compito, allora, non è eliminare la folla o illudersi di educarla interamente alla razionalità, ma sviluppare gli strumenti per non cadere nella trappola della manipolazione. Bisogna riconoscere le tecniche, decifrare le parole, vaccinarsi culturalmente. Perché, se è vero che ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa, la vera partita sta tutta nel non permettere al primo di trovare terreno facile nel secondo.

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