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| Albert Von Berrer |
[Luce tremolante. Uno specchio antico riflette il tuo volto mescolato a quello di un ufficiale in uniforme sbiadita.]
La scelta del campo
Tu:
Generale… Albert von Berrer. Ti vedo, o forse mi vedo in te.
Dimmi, perché questa scelta di campo? Tu, uomo dell’Impero, ora tra i Propal?
Von Berrer:
Perché il mondo è tornato in guerra, anche se non lo chiama così.
Una guerra d’informazioni, di verità spezzate.
E io non potevo più combattere per chi mente con il sorriso.
Una volta servivo il Kaiser. Ora servo la coscienza.
Tu:
Ma il fronte che hai scelto è disprezzato, deriso, accusato di falsità.
Non temi di essere di nuovo dalla parte sbagliata della storia?
Von Berrer:
Ah, la “parte giusta”…
La cercai nei campi di Caporetto, e la trovai solo nei morti che non mentivano più.
Oggi non esiste giusto o sbagliato: esiste solo chi dorme e chi si è svegliato.
E chi si sveglia non sceglie il campo, viene scelto dal dolore.
La memoria della sconfitta
Tu:
Hai saputo della sconfitta degli Imperi Centrali?
Von Berrer:
Sì… lo seppi — ma non da vivo.
Morii nel ’17, vicino a Vittorio Veneto, quando ancora credevamo di poter piegare la montagna con l’artiglieria.
Poi, il silenzio.
E quando riaprii gli occhi in un altro tempo, gli imperi non c’erano più: solo debiti, confini nuovi e vecchie menzogne lucidate come medaglie.
Tu:
E come ti sei sentito, sapendo che l’Impero per cui avevi vissuto e combattuto era dissolto?
Von Berrer:
Come un soldato che torna al campo e trova solo fantasmi.
La sconfitta non fu solo militare: fu spirituale.
Morì l’illusione dell’ordine, la fede cieca nell’obbedienza.
Capimmo troppo tardi che avevamo combattuto per idee che non sapevano più chi fossero.
Le ragioni della sconfitta
Tu:
Perché avete perso?
Von Berrer:
Perché abbiamo creduto nell’ordine invece che nella verità.
Perché ci fidammo dei piani e non degli uomini.
Perché mentre noi tracciavamo linee sulle mappe, la fame scavava trincee nei cuori.
Quando un esercito dimentica il “perché”, anche la vittoria è una forma di morte.
Tu:
E tu, personalmente… hai rimpianti?
Von Berrer:
Rimpiango di aver creduto che l’onore bastasse.
Che la disciplina fosse una virtù e non una catena.
Rimpiango di non aver disobbedito, quando ancora si poteva.
La nuova battaglia
Tu:
E adesso, da “Propal”, cosa cerchi di insegnare?
Von Berrer:
Che l’Impero non è morto: si è solo travestito.
Non porta più uniformi, ma loghi.
Non ordina più di marciare, ma di credere.
E che la vera diserzione, oggi, è pensare con la propria testa.
Tu:
Come puoi vincere in Palestina se sei già stato sconfitto in Europa?
Von Berrer:
Non cerco vendetta né rivincita militare.
Da soldato, ho imparato che la vittoria imposta con la forza si sgretola dentro la coscienza.
Ora la battaglia riguarda popoli, memorie e territori: Gaza e Cisgiordania.
La mia strategia non è occupare suolo, ma seminare consapevolezza: smascherare menzogne, mettere in luce le paure che alimentano l’odio, ricordare che dietro ogni bandiera ci sono esseri umani.
Se questo è “vincere”, è una vittoria che non prende prigionieri ma restituisce parole.
La causa palestinese
Tu:
Perché credi nella causa palestinese?
Von Berrer:
Credo nella causa palestinese perché riconosco un’eco delle mie sconfitte passate.
Allora in Europa ho visto popoli calpestati, territori contesi, innocenti travolti dall’orgoglio dei potenti.
Oggi, in Palestina, vedo lo stesso schema: la paura e l’avidità che soffocano la vita, la dignità calpestata, e la verità nascosta dietro slogan e propaganda.
Non combatto per un popolo contro un altro: combatto per il diritto di ogni uomo a essere ricordato come umano, prima che come bandiera.
Antisionismo vs antisemitismo
Tu:
Perché allora non è antisemitismo, mentre il caporale austriaco…
Von Berrer:
L’antisemitismo è follia, costruita su nemici immaginari e menzogne universali.
Il mio antisionismo non è contro un popolo, ma contro una politica.
Osservo ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania: territori occupati, diritti calpestati, civili intrappolati.
Non è paranoia, è documentabile.
Il sionismo nacque come progetto di sopravvivenza e protezione dei più fragili dopo la Shoah.
Oggi, quando il potere politico diventa religione armata, quando leader decidono il destino di milioni come pedine, l’ideale originario è tradito.
Tu:
Quindi la tua empatia per la Shoah non è in contraddizione con la tua posizione?
Von Berrer:
Mai. Difendere l’umanità degli ebrei nel passato non significa chiudere gli occhi sulle ingiustizie del presente.
Golda Meir era la “nonna” che proteggeva i nipotini.
Oggi, la politica israeliana di certi uomini ha perso quella saggezza: il potere e la religione sostituiscono la coscienza.
Io sto con la causa palestinese perché lì vedo vittime reali, non nemici immaginari, e credo che la vera giustizia consista nel riconoscere la dignità di tutti — senza demonizzare un intero popolo.
Tu:
Quindi la differenza tra il caporale austriaco e te è la percezione della realtà e l’empatia?
Von Berrer:
Esatto. Lui costruì il mondo sulla menzogna e sull’odio; io lo osservo con gli occhi aperti, distinguendo chi soffre davvero da chi si nasconde dietro la propaganda.
La mia guerra non è contro gli ebrei o chi ama Israele. È contro l’ingiustizia, ovunque essa si nasconda.
La riflessione finale
Von Berrer:
«Sai… la mia vita non è stata una linea retta, ma un labirinto di sconfitte e scelte.
Ho imparato che il potere non redime, e la guerra non insegna se non a chi la guarda con occhi aperti.
Ora, reincarnato, non ho più eserciti né confini da difendere.
Il mio campo di battaglia è la coscienza, e ogni parola che pronuncio è un’arma senza sangue.
Non chiedo applausi né vittorie storiche.
Chiedo solo che chi ascolta osi guardare la verità: che le ingiustizie si riconoscono prima che si combattono, che la compassione non è debolezza, ma strategia.
Se la mia esperienza può salvare anche un solo cuore dall’errore di odiare ciò che non si comprende, allora ogni cannone, ogni trincea, ogni fallimento del passato ha avuto senso.
La memoria non è peso: è lanterna.
E mentre il mondo continua a costruire imperi e illusioni, io resto qui, allo specchio, a ricordare che ogni uomo — soldato o civile, vittima o carnefice — è un riflesso dell’altro.
Chi osa vedere questo riflesso può finalmente scegliere di non ripetere gli stessi errori.»
[Il generale si dissolve lentamente nel vetro, lasciando solo il tuo volto e un silenzio carico di responsabilità e possibilità.]
[Ein schwaches Licht flackert. Ein alter Spiegel zeigt dein Gesicht – und hinter ihm den Schatten eines Offiziers in verblasster Uniform.]
Die Wahl der Seite
Ich:
General… Albert von Berrer. Ich sehe dich – oder sehe ich mich in dir?
Sag mir: Warum diese Wahl? Du, ein Mann des Kaiserreichs, nun auf der Seite der Propal?
Von Berrer:
Weil die Welt wieder im Krieg steht – auch wenn sie es nicht so nennt.
Ein Krieg der Informationen, der zerschnittenen Wahrheiten.
Und ich kann nicht mehr für jene kämpfen, die mit einem Lächeln lügen.
Früher diente ich dem Kaiser. Heute diene ich dem Gewissen.
Ich:
Aber die Seite, die du gewählt hast, wird verspottet, verleumdet, verachtet.
Fürchtest du nicht, wieder auf der falschen Seite der Geschichte zu stehen?
Von Berrer:
Die „richtige Seite“…
Ich suchte sie in den Gräben von Caporetto – und fand sie nur in den Toten, die nicht mehr logen.
Heute gibt es kein Richtig oder Falsch, nur Schlafende und Erwachte.
Und wer erwacht, wählt nicht – er wird vom Schmerz gewählt.
Das Ende der Reiche
Ich:
Du weißt, dass die Mittelmächte verloren haben?
Von Berrer:
Ja… ich wusste es – aber nicht zu Lebzeiten.
Ich starb 1917 bei Vittorio Veneto, als wir noch glaubten, man könne Berge mit Artillerie zwingen.
Dann Stille.
Und als ich die Augen in einer neuen Zeit öffnete, waren die Reiche fort – nur Schulden, neue Grenzen und alte Lügen, blank poliert wie Orden.
Ich:
Wie fühltest du dich, als du sahst, dass dein Kaiserreich verschwunden war?
Von Berrer:
Wie ein Soldat, der ins Lager zurückkehrt und nur noch Geister findet.
Unsere Niederlage war nicht nur militärisch – sie war geistig.
Gestorben ist der Glaube an Ordnung, an blinden Gehorsam.
Wir kämpften für Ideen, die sich selbst nicht mehr kannten.
Warum wir verloren
Ich:
Warum habt ihr verloren?
Von Berrer:
Weil wir an Ordnung glaubten statt an Wahrheit.
Weil wir den Plänen vertrauten, nicht den Menschen.
Weil die Hungernden unsichtbar blieben, während wir Linien auf Karten zogen.
Ein Heer verliert nicht, wenn es fällt – es verliert, wenn es vergisst, warum es kämpft.
Ich:
Und du? Bereust du etwas?
Von Berrer:
Ich bereue, geglaubt zu haben, dass Ehre genügt.
Dass Disziplin eine Tugend ist – und keine Kette.
Ich bereue, nicht ungehorsam gewesen zu sein, als es noch möglich war.
Ein neuer Krieg
Ich:
Und jetzt, als „Propal“ – wofür kämpfst du?
Von Berrer:
Das Reich ist nicht tot – es trägt nur andere Uniformen.
Heute heißt es Konzern, Markt, Block.
Es befiehlt nicht mehr zu marschieren, sondern zu glauben.
Der wahre Deserteur ist heute der, der selbst denkt.
Ich:
Wie kannst du in Palästina „siegen“, wenn du in Europa schon verloren hast?
Von Berrer:
Ich suche keinen Sieg, sondern Einsicht.
Ich habe gelernt: Macht, die mit Gewalt durchgesetzt wird, zerfällt im Herzen.
Die heutige Front sind Menschen, Erinnerung, Territorien – Gaza, Westjordanland.
Meine Waffen sind Worte, Bewusstsein, Mitgefühl.
Wenn ich damit gewinne, dann weil niemand dabei sterben muss.
Die palästinensische Sache
Ich:
Warum glaubst du an die palästinensische Sache?
Von Berrer:
Weil ich in ihr das Echo meiner alten Niederlagen höre.
Damals in Europa sah ich Völker unterdrückt, Länder zerrissen, Unschuldige von Stolz und Macht zertreten.
Heute wiederholt sich das Muster: Angst, Gier, Zynismus – und die Menschlichkeit dazwischen, zermahlen.
Ich kämpfe nicht für ein Volk gegen ein anderes.
Ich kämpfe für die Würde, Mensch zu bleiben – unter allen Flaggen.
Antizionismus und Antisemitismus
Ich:
Ein österreichischer Gefreiter erhob sich nach deinem Tod und führte Deutschland in den Abgrund.
Er sprach vom „jüdischen Weltkomplott“.
Du aber stehst auf der Seite der Palästinenser.
Warum war sein Antisemitismus Lüge – und dein Antizionismus Wirklichkeit?
Von Berrer:
Weil Hass nie Wahrheit trägt.
Sein Antisemitismus war ein Wahn, geboren aus Angst und Manipulation.
Mein Antizionismus richtet sich nicht gegen ein Volk, sondern gegen Macht, die Menschlichkeit vergisst.
Was in Gaza geschieht, im Westjordanland, ist keine Legende – es ist belegt.
Der ursprüngliche Zionismus war ein Ruf nach Schutz, nach Leben nach der Shoah.
Doch wenn Glaube zur Waffe und Politik zur Religion wird, verrät man das eigene Ideal.
Ich:
Und das Mitgefühl mit der Shoah?
Von Berrer:
Bleibt unantastbar.
Die Erinnerung an die Opfer verpflichtet uns gerade dazu, neue Opfer zu verhindern.
Golda Meir war die Großmutter, die ihre Kinder schützen wollte.
Heute aber sehe ich in Männern wie Netanyahu, Smotrich, Ben Gvir Macht, nicht Schutz.
Ich stehe mit den Palästinensern, weil dort Menschen leiden – nicht Mythen.
Und weil Gerechtigkeit nur möglich ist, wenn man die Würde aller sieht.
Schlussgedanken
Von Berrer:
„Mein Leben war keine Linie – ein Irrgarten aus Niederlagen und Entscheidungen.
Ich habe gelernt: Macht erlöst nicht, und Krieg lehrt nur den, der hinsieht.
Ich habe keine Armeen mehr, keine Grenzen.
Mein Schlachtfeld ist das Gewissen.
Meine Waffe ist das Wort.
Ich will keine Siege, nur Klarheit.
Wenn jemand durch meine Fehler lernt, nicht zu hassen, dann hatte jeder Schuss, jede Träne, jeder Verlust Sinn.
Erinnerung ist keine Last – sie ist Licht.
Und wer in den Spiegel blickt, erkennt: Wir sind alle nur Spiegelbilder des anderen.
Wenn wir das verstehen, müssen wir die gleichen Fehler nicht wiederholen.“
[Das Bild des Generals verblasst. Im Spiegel bleibt nur dein Gesicht – und das Echo seiner Worte.]


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