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Professionisti dell’Opposizione: perdere le elezioni, vincere lo stipendio

 [Post a tempo: scadenza 11 maggio 2031]


C’è una categoria umana che in politica sopravvive a tutto: alle sconfitte, ai cambi di simbolo, ai crolli elettorali, perfino alle rivoluzioni ideologiche. Non governa quasi mai, ma non sparisce mai. È l’eterno oppositore professionista, l’uomo — o la donna — che da trent’anni denuncia il sistema… vivendo comodamente dentro il sistema.

Sono quelli che hanno trasformato la sconfitta in una rendita. Non devono vincere, anzi: vincere sarebbe un problema. Governare significa decidere, firmare, assumersi responsabilità, fare i conti con bilanci, strade rotte, ospedali che non funzionano, tasse da aumentare o servizi da tagliare. Molto meglio stare all’opposizione, dove ogni problema diventa colpa degli altri e ogni fallimento è materiale perfetto per un comizio indignato.

L’oppositore permanente è una figura raffinata. Sa che non prenderà mai abbastanza voti per governare davvero, ma non è quello il punto. Il punto è mantenere il proprio recinto elettorale, coltivare una comunità di fedelissimi e alimentare il grande romanzo della resistenza continua. Ogni cinque anni perde, ma torna comunque in Parlamento, in consiglio regionale o comunale. E puntualmente si ricomincia: “Noi avevamo detto tutto”. Sì, ma intanto gli altri amministrano, sbagliano, cadono, mentre lui resta lì, immacolato come un santo medievale che però percepisce indennità, gettoni di presenza, rimborsi e vitalizi morali.


Sono gli avvocati delle cause perse della politica italiana. E come certi avvocati, anche quando perdono incassano la parcella.

La cosa straordinaria è che alcuni hanno trasformato il “no” in una professione. No a tutto. No alle riforme, no alle alleanze, no ai compromessi, no ai bilanci, no perfino alle soluzioni che loro stessi proponevano quando erano al 2%. Vivono di denuncia permanente. Più che partiti, sembrano compagnie teatrali itineranti specializzate nell’arte dell’indignazione.

Eppure il vero spettacolo comincia quando il vento cambia.

Perché esiste anche la categoria complementare: il rivoluzionario convertibile. Quello che fino a ieri urlava “mai con loro”, salvo poi entrare in maggioranza “per senso di responsabilità”. Una definizione elegante che in Italia spesso significa: assessorato, presidenza di commissione, incarico, sopravvivenza politica.

Succede nei piccoli comuni come nei palazzi romani. Il sindaco perde pezzi della maggioranza, i numeri traballano, il consiglio rischia di andare sotto. Ed ecco apparire il consigliere civico indipendente, il paladino della coerenza, che improvvisamente scopre “punti programmatici condivisi” con quelli che insultava fino al mese prima. Magia della politica. Un voto in cambio di una delega, una poltrona, un ruolo, qualche favore sul territorio. In certi comuni si assiste a scene degne del calciomercato: consiglieri che migrano da una parte all’altra con la naturalezza di chi cambia posto al bar.

A livello nazionale cambia solo il prezzo.

La storia italiana è piena di governi sopravvissuti grazie a parlamentari folgorati sulla via della convenienza. Deputati eletti contro un sistema che poi sostengono “per evitare il caos”. Senatori che passano dall’opposizione alla maggioranza nel nome della stabilità, concetto nobile che spesso coincide misteriosamente con la fine anticipata del rischio di tornare a lavorare davvero.

Il trasformismo non è nato oggi. Già nell’Ottocento, con Depretis, il Parlamento italiano viveva di maggioranze mobili, accordi sottobanco e oppositori addomesticati. Cambiano le epoche, ma il meccanismo resta identico: l’ideologia è rigida finché non arriva un’offerta conveniente.

E allora ecco il grande teatro della politica contemporanea. Da una parte gli oppositori eterni che campano denunciando il potere senza volerlo davvero esercitare. Dall’altra i professionisti del salto sul carro, pronti a vendersi come senatori mercenari del Rinascimento appena la maggioranza perde un pezzo.

In mezzo restano i cittadini, spettatori paganti di una commedia che conoscono ormai a memoria. Sentono parlare di ideali, battaglie, popolo, democrazia, rivoluzioni. Poi però osservano consiglieri comunali cambiare schieramento per una poltrona e parlamentari riscoprire il dialogo appena compare un sottosegretariato.

E capiscono che spesso la vera ideologia dominante non è la destra, la sinistra o il centro.

È la sopravvivenza. 

Achille Lauro e l’ombra lunga del populismo: dal pacco di pasta al voto consapevole

 [Post a tempo: scadenza 31 marzo 2031]


C’è una linea sottile, ma ben visibile, che separa la politica come servizio dalla politica come mercato. Nel dopoguerra italiano, quando il Paese usciva devastato dal fascismo e dalle macerie della guerra, Napoli divenne il laboratorio di un populismo che avrebbe fatto scuola per decenni. Al centro di questa epopea stava Achille Lauro, armatore di successo, patron del Calcio Napoli, figura ingombrante e carismatica. Non va confuso con il cantante omonimo: il suo nome è inciso nelle cronache politiche degli anni ’50 e ’60 come simbolo di un modo di intendere il consenso che oggi definiremmo clientelare.


Le cronache raccontano delle “borse della spesa” consegnate alle famiglie più povere in cambio di un voto, dei pacchi di pasta e dello scatolame che diventavano moneta elettorale, fino alle famose banconote tagliate a metà: una parte consegnata prima, l’altra dopo che l’elettore aveva “saldato” il suo debito politico recandosi alle urne. Era un populismo concreto, tangibile, che toccava la pancia più che la testa. Lauro, come un piccolo Domingo Perón partenopeo, seppe interpretare la fame e la disperazione della sua città, trasformandole in consenso. Ma a quale prezzo? Alla Napoli di quegli anni lasciò non solo il ricordo delle feste e delle vittorie sportive, ma anche la ferita della cementificazione selvaggia, che deturpò quartieri e paesaggi, consegnandoli ai palazzinari senza scrupoli.

Achille Lauro non inventò il populismo, ma lo rese popolare, spettacolare, anticipando di decenni i linguaggi che avrebbero segnato la politica italiana: la promessa facile, il dono elettorale, la costruzione di un leader amato più per ciò che dava che per ciò che rappresentava. Prima della Lega, prima di Berlusconi, prima del Movimento 5 Stelle, Napoli ebbe il suo “Comandante” capace di parlare al popolo e conquistarlo non con idee lungimiranti, ma con favori immediati.

Ed è proprio qui che si annida il cuore del populismo: non è politica, ma scambio. Non è futuro, ma presente istantaneo. Si nutre del bisogno e del desiderio, li sfrutta per consolidarsi, e lascia dietro di sé il deserto delle istituzioni deboli.

Difendersi dal populismo non significa solo indignarsi per un pacco di pasta o per una promessa irrealizzabile. Significa sviluppare un senso critico, chiedersi sempre chi ci guadagna davvero, e pretendere che la politica torni a parlare di progetti, di città vivibili, di diritti che non devono essere concessi a singhiozzo come elemosine, ma garantiti a tutti. L’antidoto è la consapevolezza, il rifiuto di farsi ridurre a consumatori di favori.

Achille Lauro, con il suo stile teatrale e il suo carisma da armatore, ha lasciato un’eredità che ancora oggi pesa: ci ha mostrato quanto sia fragile la linea che separa la democrazia dalla compravendita del consenso. E ci ha avvertito, forse senza volerlo, che ogni volta che la politica si abbassa a distribuire regali, è la cittadinanza intera a pagare il conto, spesso per generazioni.

(74) Il viaggio di Goethe in Italia e lo stereotipo del disordine italiano

Nel suo celebre Italienische Reise, Johann Wolfgang von Goethe, raccontando le esperienze del suo soggiorno in Italia tra il 1786 e il 1788, offre uno scorcio di straordinaria vividezza sulla vita italiana dell'epoca. In un passaggio particolarmente lucido e insieme critico, Goethe si rivolge a Faustina, descrivendo con parole che sembrano quasi scritte oggi, il carattere del paese e dei suoi abitanti:

„Noch ist Italien, wie ich’s verließ, noch stäuben die Wege,
Noch ist der Fremde geprellt, stell er sich, wie er auch will.
Deutsche Rechtlichkeit suchst du in allen Winkeln vergebens,
Leben und Weben ist hier, aber nicht Ordnung und Zucht;
Jeder sorgt nur für sich, ist eitel, misstrauet dem andern,
Und die Meister des Staats sorgen nur wieder für sich.“

Traducendo queste righe in italiano, si coglie appieno la forza della riflessione: «L’Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero, si presenti come vuole. Onestà tedesca ovunque cercherai invano, c’è vita e animazione qui, ma non ordine e disciplina; ognuno pensa per sé, è vano, dell’altro diffida, e i capi dello stato, pure loro, pensano solo per sé».

Johann Wolfgang von Goethe


Questa descrizione non è semplice critica, ma testimonianza di una percezione acuta di un’Italia frammentata, vibrante e allo stesso tempo caotica, dove la vitalità delle persone si accompagna a forme di diffidenza e a una spiccata propensione all’autointeresse. L’osservazione di Goethe sembra oggi uno stereotipo: l’idea dell’italiano creativo, passionale, ma anche furbo, poco disciplinato e incline a truffare lo straniero. Eppure, come spesso accade con gli stereotipi duraturi, vi è un fondo di verità storica.

Nel XVIII secolo l’Italia era un mosaico di Stati e città-stato con leggi, governi e sistemi fiscali differenti, dove spesso la sopravvivenza quotidiana richiedeva flessibilità, astuzia e un certo pragmatismo morale. Goethe coglieva questi tratti con l’occhio di un viaggiatore tedesco abituato all’ordine, alla disciplina e alla trasparenza burocratica della sua patria. La vitalità che descrive, così come la mancanza di un ordine uniforme, erano caratteristiche concrete di un paese ricco di vita culturale e sociale, ma politicamente frammentato.

Con il tempo, le parole di Goethe hanno contribuito a plasmare un’immagine dell’Italia che persiste ancora oggi in alcune percezioni esterne, sebbene il paese abbia conosciuto profondi cambiamenti istituzionali, economici e sociali. La storia e la letteratura hanno così alimentato uno stereotipo che combina il fascino della creatività e della passionalità italiana con la fama di disordine e furberia. È uno stereotipo parziale, che riflette situazioni reali di un’epoca e di contesti specifici, ma che va sempre contestualizzato e confrontato con la complessità di una realtà in continuo mutamento.

Il viaggio di Goethe in Italia, dunque, non è solo un resoconto letterario: è anche un osservatorio culturale che ci invita a riflettere su come le percezioni degli stranieri, filtrate dalla letteratura, possano cristallizzarsi in stereotipi che sopravvivono nei secoli, diventando parte della memoria collettiva europea. E proprio in questa combinazione di energia vitale, ingegno e caos apparente, possiamo scorgere la bellezza e la complessità di un’Italia che continua a sorprendere e a stimolare l’immaginario di chi la visita.

La democrazia è viva solo se l’ascensore sociale funziona

 [Post a tempo: scadenza 2 giugno 2032]


La democrazia non vive solo di regole, elezioni e procedure. Tutto questo è importante, certo, ma non basta. La vera prova di forza di una società democratica è la mobilità sociale: la possibilità per chi nasce in condizioni svantaggiate di cambiare il proprio destino grazie al talento, all’impegno e all’istruzione.

Finché l’“ascensore sociale” funziona, la democrazia è viva. Anche con la corruzione, il clientelismo o i soliti giochi di potere, ciò che conta davvero è che un ragazzo di periferia possa diventare medico, avvocato o dirigente. Una società aperta, che dà a ciascuno una chance, riesce sempre a rigenerarsi.

Il problema arriva quando l’ascensore si blocca. La scuola, che dovrebbe essere lo strumento di emancipazione per eccellenza, rischia di ridursi a un’inclusione di facciata: proclama pari opportunità, ma spesso non riesce a spezzare le disuguaglianze. Don Milani, negli anni Sessanta, denunciava una scuola che “bocciava i poveri”. Oggi rischiamo qualcosa di peggiore: una scuola che non boccia più, ma neppure promuove davvero, lasciando ciascuno dov’è nato.

Il risultato è una società “a canne d’organo”: i figli dei professionisti restano professionisti, i figli degli operai restano operai. Proprio come nel passato, quando tutti potevano farsi chierici, ma solo i nobili arrivavano a diventare vescovi, cardinali o papi.

Ecco il punto: una democrazia senza mobilità sociale è una democrazia svuotata. Non è la corruzione il male più grande, ma la cristallizzazione delle disuguaglianze, che spegne i sogni delle nuove generazioni. Perché senza la possibilità di cambiare vita, la democrazia perde la sua sostanza e resta soltanto una facciata.

Dal Familismo agli Ascari: quando il Sud si condanna da solo

 [Post a tempo: scadenza 3 novembre 2030]


“Il Mezzogiorno è la più grande colonia che l’Italia settentrionale possieda”. Così Gaetano Salvemini, quasi un secolo fa, sintetizzava la condizione meridionale. E non era il solo: Giustino Fortunato parlava della “più grave malattia della nazione italiana”, mentre Antonio Gramsci accusava le élite meridionali di comportarsi come mediatori servili degli interessi settentrionali. A ben vedere, nulla di sostanziale è cambiato.

Gaetano Salvemini 


Al Nord persiste uno sguardo riduttivo, eredità di quella Lega che negli anni ’90 gridava “Roma ladrona” e bollava il Sud come zavorra improduttiva. Ma il vero nodo sta a Sud, dove da decenni prevalgono protagonismi individuali, familismi e logiche clientelari. Edward Banfield, osservando un paesino lucano negli anni Cinquanta, coniò l’espressione “familismo amorale”: l’idea che l’interesse privato prevalga sempre su quello collettivo. È un concetto che continua a descrivere perfettamente la scena politica meridionale, costellata di “primedonne” più attente alla propria carriera che al destino delle comunità.

Qui la metafora degli ascari diventa tristemente attuale: come i soldati coloniali che combattevano per conto di un esercito straniero, così molti politici del Sud finiscono per eseguire ordini dettati altrove, garantendosi in cambio un piccolo privilegio personale. Francesco Saverio Nitti, da presidente del Consiglio, raccontava amaramente che in Parlamento “per un meridionale era più facile ottenere un ministero che un acquedotto per la sua terra”. Una battuta amara che resta oggi di drammatica attualità.

Il risultato è duplice: da un lato, un Nord che rafforza il pregiudizio secondo cui il Meridione sarebbe pigro, corrotto o incapace; dall’altro, un Sud che si auto-condanna a restare diviso, incapace di fare sistema e di esprimere una vera classe dirigente. Così la “barzelletta” che accompagna da decenni il racconto del Sud rischia di trasformarsi in tragedia: spopolamento, fuga dei giovani, intere province ridotte a deserti sociali.

Il vero scandalo non è che il Sud venga deriso, ma che i meridionali stessi recitino, consapevoli o meno, la parte di comparse nella commedia del declino. Fino a quando la logica dell’applauso immediato e della rendita personale prevarrà sulla costruzione di un destino comune, il Mezzogiorno resterà intrappolato nel ruolo che gli altri gli hanno cucito addosso. E allora Salvemini, Fortunato e Gramsci avranno avuto ragione: il Sud non sarà mai davvero padrone del proprio futuro.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...