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(21) Dal culto della memoria alla convenienza: perché i post-fascisti sostengono Israele

Il sostegno a Israele, nell’immediato dopoguerra, era vissuto come un imperativo morale. Dopo l’orrore della Shoah, le cancellerie occidentali si sentirono investite di un dovere storico: garantire che gli ebrei avessero finalmente una patria sicura. Per decenni, la ragione profonda di quell’appoggio non fu tanto strategica, quanto etica, un atto di riparazione per una tragedia che aveva marchiato l’Europa.

Col passare del tempo, però, quel debito morale si è lentamente dissolto, sostituito da un calcolo politico molto più freddo. Israele è diventato un alleato cruciale in Medio Oriente, un avamposto stabile in una regione segnata da conflitti e instabilità. Per l’Occidente, non era più la memoria dell’Olocausto a contare, ma la funzione geopolitica di Tel Aviv: un partner militare, tecnologico e di intelligence, con cui era conveniente schierarsi.

Parallelamente, Israele stesso ha conosciuto una trasformazione profonda. Dalla stagione dei kibbutz e del sionismo socialista, che sembrava incarnare l’utopia progressista di un popolo che rinasceva dopo la persecuzione, si è passati a un sionismo di destra, intriso di messianismo e di rivendicazioni territoriali senza compromessi. Il sogno della “Grande Israele” ha sostituito la prudenza del socialismo laburista, e la società israeliana si è radicalizzata attorno a un’idea etnico-religiosa dello Stato.

È proprio in questo scenario che avviene un paradosso storico: i partiti di matrice post-fascista e neofascista, un tempo intrisi di antisemitismo, oggi si dichiarano paladini di Israele. Come può un movimento politico che a porte chiuse inneggia ancora a Mussolini e Hitler sostenere apertamente il governo di Netanyahu? La risposta non sta in una riconciliazione con l’ebraismo, ma in una mutazione dei nemici. L’ebreo, simbolo dell’alterità per il fascismo novecentesco, è stato sostituito dal migrante e dal musulmano, nuovo “altro” su cui scaricare paure e ostilità.


Israele diventa così un modello da esaltare: lo Stato che resiste all’invasione, che difende i confini con le armi, che rivendica la supremazia identitaria di un popolo su un territorio. Per i post-fascisti europei, questo è l’ultimo baluardo del nazionalismo novecentesco, l’ultima incarnazione di un’ideologia che altrove è stata rigettata dopo la fine dell’apartheid sudafricano e la crisi degli imperi coloniali. Il sionismo radicale diventa l’ultima Thule, un simbolo globale della lotta contro il multiculturalismo e l’universalismo dei diritti.

Il cortocircuito è evidente: da un lato la retorica democratica necessaria per stare al governo, dall’altro la fascinazione per i modelli autoritari del passato. Israele, con la sua radicalizzazione, offre a queste forze politiche un comodo punto di appoggio. Non è più questione di memoria, ma di pura convenienza: difendere Israele significa difendere, per interposta persona, un’idea di nazione forte, esclusiva e armata. Ed è in questo scambio, tanto cinico quanto rivelatore, che si nasconde la ragione della convergenza tra Tel Aviv e i post-fascisti europei.

Ascari del Nord: i meridionali che si sono venduti alla Lega

 [Post a tempo: scadenza 10 settembre 2031]

In oltre 160 anni di unità nazionale, il Mezzogiorno continua a vivere in uno stato di sudditanza istituzionalizzata. Nonostante le belle parole sull’unità, la solidarietà e la fratellanza, la realtà quotidiana racconta un’Italia spaccata in due: da una parte le regioni favorite, che godono di infrastrutture moderne, di autonomia finanziaria e di rappresentanza politica; dall’altra il Sud, sistematicamente marginalizzato e trasformato in una colonia interna.

Ascaro

Le responsabilità sono trasversali. Nessun partito nazionale, da destra a sinistra, ha dimostrato di voler realmente sanare il divario territoriale. Ogni governo ha fatto "figlio e figliastri", tutelando le Regioni più ricche e lasciando alle altre solo le briciole. Lo si vede nelle leggi di bilancio, nei fondi strutturali, nella distribuzione dei servizi essenziali, ma anche nella composizione degli esecutivi e nella Conferenza Stato-Regioni, dove le Regioni più forti impongono la linea.

Anche la rappresentanza politica riflette questa disparità. I Presidenti del Consiglio provenienti dal Centro-Nord si contano a decine. Dal Sud, pochi e spesso deboli, quasi mai veramente autonomi. Ai meridionali è stato concesso più spesso un ruolo decorativo: la Presidenza della Repubblica, quella del Senato o della Camera — onorificenze che non decidono le politiche, ma che aiutano a far credere che l'Italia sia una e indivisibile.

Lo schifo, però, si completa con la complicità criminale delle élite locali. Diciamolo senza giri di parole: i politici meridionali che hanno aderito alla Lega sono traditori del Sud. La Lega è il partito che ha insultato, denigrato e umiliato i meridionali per decenni. Ha sventolato il disprezzo come bandiera, invocando secessioni e diffondendo l’idea che il Sud fosse solo un peso.

Poi, quando il vento è cambiato, la Lega ha cambiato pelle. È sbarcata al Sud come un tempo Garibaldi. E ha trovato chi le aprisse le porte. Sindaci, assessori, consiglieri: una folla di moderni ascari pronti a inginocchiarsi pur di ottenere uno strapuntino di potere, un invito in TV, o una candidatura sicura.

Questi soggetti sono il peggio della classe dirigente meridionale. Non solo non difendono la propria terra, ma si fanno strumenti della sua sottomissione. Fingono di rappresentare il territorio, ma obbediscono ai comandi che arrivano da Milano, Bergamo, Varese. Sono burattini travestiti da politici.

Il risultato? Il Sud continua a emigrare, a spopolarsi, a morire di disillusione. Continua ad aspettare investimenti che non arrivano, infrastrutture che restano solo nei progetti, una politica che non sia schiava del Nord.

Ma forse è ora di smettere di aspettare. È il momento di smascherare i traditori. Di dire chiaramente che non esiste fratellanza se c'è chi si comporta da colonizzatore e chi, peggio, da servo felice del colonizzatore.

Il Sud non ha bisogno di mediatori del nulla. Ha bisogno di coraggio, di coscienza e di gente che non si pieghi per un piatto di lenticchie padane.

Dalla difesa della razza a lustrascarpe di Netanyahu

 [Post a tempo: scadenza 5 agosto 2030]


Come la destra italiana è passata da Giorgio Almirante a Giorgia Meloni



C’erano una volta la Patria, la sovranità, l’onore nazionale. C’erano le parole dure di chi si opponeva sia all’imperialismo americano sia all’internazionalismo sovietico. C’era una destra “terzaforzista”, che rifiutava di scegliere tra est e ovest, tra Mosca e Washington, e che talvolta flirtava con i regimi panarabisti in nome dell’anti-globalismo. Quella destra si chiamava MSI e aveva in Giorgio Almirante il suo portabandiera.

Almirante, figura controversa e storicamente ingombrante, fu segretario di redazione de “La Difesa della Razza” negli anni ’30, organo ufficiale del razzismo fascista. Dopo la guerra fondò il Movimento Sociale Italiano, raccogliendo reduci della RSI e nostalgici del regime. Un partito che si proclamava nazionale, sociale, identitario, antisistema. Rifiutava l’antifascismo come fondamento della Repubblica, denunciava le foibe, l’esodo giuliano-dalmata e il “tradimento” dei partiti del CLN.


E oggi?

Oggi quella destra è diventata Fratelli d’Italia, e il suo leader – Giorgia Meloni – bacia la mano a Netanyahu, si allinea senza una piega alle posizioni di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, e firma impegni atlantici senza esitazioni. La sovranità è piegata ai trattati europei, l’identità nazionale è ridotta a slogan da palco, e le dichiarazioni sulla “civiltà giudaico-cristiana” fanno impallidire anche i più atlantisti dei democristiani di una volta.

Nel giro di 70 anni, la destra italiana è passata:

  • dalla difesa del sangue e della razza alla retorica “pro-Israele a prescindere”;
  • dall’antisemitismo biologico all’ebraismo come pilastro identitario dell’Occidente;
  • dall’autarchia e dalla sovranità economica al pieno appoggio al libero mercato, alla NATO e al neoliberismo.

Certo, i tempi cambiano, e ogni partito ha il diritto di rinnovarsi. Ma qui non si tratta di evoluzione, bensì di mutazione profonda, quasi genetica. Non è un cammino lineare: è un ribaltamento.

Chi una volta si proclamava erede della RSI, oggi è complice delle strategie americane in Europa e nel Mediterraneo, sostenitore senza riserve di Zelensky, e paladino dell’occidentalismo senza identità.


Dalla tribuna al TikTok: la premier-influencer

Nel frattempo, il linguaggio si è fatto spettacolo. Il contenuto ha ceduto il passo alla comunicazione istintiva. Giorgia Meloni non è solo la leader di un partito di governo: è diventata un brand, un personaggio da social, una figura che alterna citazioni di Tolkien a video ammiccanti, slogan virali e clip emozionali da centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Matteo Renzi, che di comunicazione politica se ne intende, l’ha definita "L'influencer", sintetizzando bene il clima: la sostanza ideologica è secondaria, l’estetica digitale è tutto. La premier si rivolge al “popolo” come una creator, non come una statista: dice ciò che funziona, misura il consenso in like e visualizzazioni, e plasma il suo patriottismo su misura per l’algoritmo.

Risultato? Una leadership emotiva, epidermica, dove il patriottismo diventa intrattenimento e il consenso è questione di engagement, non di radicamento. Così, mentre l’Italia assiste a un restringimento degli spazi democratici, la retorica della “nazione sovrana” si consuma in diretta stories.


Un patriottismo usa-e-getta?

“Dalla difesa della razza a lustrascarpe di Netanyahu” non è solo una provocazione retorica. È il riassunto amaro di una parabola politica che ha barattato la coerenza ideologica con il potere, la memoria con la convenienza, la nazione con il globalismo mascherato.

Il vecchio MSI, con tutte le sue colpe, non avrebbe mai obbedito senza discutere a Bruxelles, Tel Aviv o Washington. Oggi invece, la destra “sovranista” governa con la bandiera italiana in mano e i piani NATO in tasca.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...