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(111) Marco Rizzo e la fine della destra e della sinistra? Storia di un comunista diventato sovranista

Per molti osservatori Marco Rizzo rappresenta una contraddizione. Per altri rappresenta invece un segnale dei tempi. Comunista dichiarato per tutta la vita, difensore dell'Unione Sovietica quando ormai quasi nessuno osava più farlo, fondatore del Partito Comunista e successivamente promotore di Democrazia Sovrana Popolare, Rizzo è passato dall'essere considerato uno degli ultimi comunisti ortodossi italiani a diventare una delle voci più note del sovranismo contemporaneo.

Ma la sua parabola politica è davvero una conversione? Oppure siamo di fronte a qualcosa di diverso: il tentativo di interpretare un cambiamento storico che potrebbe ridefinire le categorie politiche del XXI secolo?


Dalla Torino operaia al comunismo militante

Nato a Torino nel 1959, Marco Rizzo cresce in una città che rappresenta il cuore industriale d'Italia. La Torino della FIAT, delle grandi fabbriche, delle lotte sindacali e delle sezioni di partito. È in questo ambiente che matura la sua formazione politica.

Milita nel Partito Comunista Italiano e vive dall'interno il trauma che attraversa la sinistra italiana dopo la caduta del Muro di Berlino. Mentre gran parte dell'ex PCI abbandona progressivamente il riferimento al comunismo, Rizzo percorre la strada opposta. Considera la dissoluzione del PCI un errore storico e cerca di preservarne l'identità originaria.

Per anni la sua figura rimane confinata all'interno della galassia comunista tradizionale. Difesa della proprietà pubblica, critica del capitalismo finanziario, opposizione alla NATO, tutela del lavoro e dello Stato sociale costituiscono i pilastri del suo pensiero.


L'Europa come spartiacque

Il primo vero punto di svolta arriva con l'Unione Europea.

Quando gran parte della sinistra italiana vede nell'integrazione europea un progresso inevitabile, Rizzo sviluppa una critica sempre più radicale. A suo giudizio l'Unione Europea non rappresenta una federazione democratica dei popoli ma una costruzione tecnocratica che sottrae sovranità agli Stati e ai cittadini.

È qui che emerge il concetto che diventerà centrale nel suo percorso: la sovranità.

Per Rizzo, senza sovranità monetaria, economica e politica, non è possibile difendere né il lavoro né i diritti sociali. Una posizione che inizialmente appare minoritaria ma che, dopo la crisi finanziaria del 2008 e le politiche di austerità, inizia a trovare ascolto anche al di fuori dell'ambiente comunista.


La pandemia e la nascita di un nuovo fronte

Gli anni della pandemia accelerano ulteriormente il processo.

L'opposizione alle restrizioni, al Green Pass e alla gestione emergenziale porta Rizzo a dialogare con mondi che storicamente sarebbero stati lontanissimi dal comunismo tradizionale. Ex militanti della destra sociale, costituzionalisti, sovranisti, attivisti civici e gruppi antisistema si ritrovano improvvisamente a condividere alcune battaglie.

Nasce così un esperimento politico inedito: un movimento che non si definisce né di destra né di sinistra ma che individua il principale conflitto politico nella contrapposizione tra popolo ed élite.

Per i critici si tratta di una deriva populista.

Per i sostenitori è invece la presa d'atto che il mondo è cambiato.


Dal conflitto orizzontale al conflitto verticale

Per oltre due secoli la politica occidentale è stata organizzata attorno all'asse destra-sinistra.

Da una parte il capitale, dall'altra il lavoro.

Da una parte il conservatorismo, dall'altra il progressismo.

Da una parte il mercato, dall'altra lo Stato.

Oggi però queste categorie sembrano meno capaci di spiegare la realtà.

La globalizzazione economica ha creato una situazione paradossale: grandi gruppi finanziari, multinazionali, organismi sovranazionali e piattaforme digitali spesso condividono interessi comuni indipendentemente dalle tradizionali appartenenze ideologiche.

Allo stesso tempo, lavoratori, piccoli imprenditori, professionisti, agricoltori e ceti medi impoveriti si trovano ad affrontare problemi simili pur provenendo da culture politiche differenti.

Secondo questa lettura, il conflitto non sarebbe più orizzontale ma verticale.

Non più destra contro sinistra.

Ma alto contro basso.

Non più borghesia nazionale contro proletariato nazionale.

Ma oligarchie globali contro comunità territoriali.


Keynes contro il neoliberismo

In questa prospettiva emerge un elemento particolarmente interessante.

Molte delle proposte che oggi vengono definite sovraniste hanno in realtà radici profonde nella tradizione keynesiana.

John Maynard Keynes sosteneva che il mercato lasciato completamente a sé stesso non fosse in grado di garantire né piena occupazione né stabilità sociale. Lo Stato doveva intervenire per correggere gli squilibri, sostenere la domanda e proteggere la coesione della società.

Per gran parte del Novecento questa impostazione ha caratterizzato sia governi di sinistra sia governi conservatori.

Con gli anni Ottanta e l'affermazione del neoliberismo, il paradigma cambia. Privatizzazioni, deregolamentazione finanziaria, riduzione del ruolo dello Stato e globalizzazione diventano i nuovi dogmi.

Rizzo interpreta il proprio percorso come una reazione a questo cambiamento. Non una fuga dal comunismo, ma una battaglia contro una fase storica dominata dal potere della finanza globale.


Un precursore del XXI secolo?

È impossibile sapere se Marco Rizzo verrà ricordato come una figura marginale o come un anticipatore.

Tuttavia la domanda che pone appare destinata a rimanere.

Se la globalizzazione continua a produrre disuguaglianze crescenti e se le vecchie categorie ideologiche perdono capacità di rappresentanza, potrebbe emergere una nuova geografia politica.

Una geografia in cui il tema centrale non sarà più la collocazione a destra o a sinistra, ma il rapporto tra chi detiene il potere economico e finanziario e chi subisce le conseguenze delle sue decisioni.

In questo scenario Marco Rizzo potrebbe essere ricordato non tanto come il comunista diventato sovranista, quanto come uno dei primi politici italiani ad aver intuito che il conflitto politico del XXI secolo avrebbe assunto una forma diversa da quella conosciuta nel Novecento.

Forse la vera domanda non è perché Marco Rizzo abbia cambiato posizione.

Forse la domanda è se sia il mondo ad essere cambiato attorno a lui.

(99) Silvia Salis, il “campo largo” e il vuoto della politica italiana

Da qualche tempo, negli ambienti politici e giornalistici, si fa sempre più insistente il nome di Silvia Salis come possibile candidata del centrosinistra alle elezioni politiche del 2027. L’attuale sindaco di Genova viene descritta come il profilo capace di unire le varie anime del cosiddetto “campo largo”, quella formula politica che dovrebbe tenere insieme Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, sinistra ecologista e aree moderate progressiste in funzione alternativa al centrodestra guidato da Giorgia Meloni.

L’ipotesi non nasce dal nulla. In un’epoca in cui la politica si muove sempre più sul terreno della percezione, dell’immagine e della comunicazione emotiva, Silvia Salis appare come una figura potenzialmente molto spendibile. Non proviene dalle vecchie correnti della sinistra tradizionale, ha un linguaggio meno ideologico, un profilo istituzionale rassicurante, una storia personale legata allo sport e un’immagine pubblica relativamente nuova rispetto ai volti consumati della politica nazionale. Per questo, una parte del mondo progressista la considera una possibile risposta alla forza comunicativa della Meloni.


Il problema, però, è capire se questa operazione possa trasformarsi in qualcosa di più di una semplice strategia elettorale. Perché una leadership può anche vincere le elezioni, ma governare un Paese richiede una visione storica, culturale e sociale che oggi sembra mancare non solo al centrosinistra italiano, ma in generale a gran parte della politica occidentale.

Negli ultimi decenni la sinistra italiana ha subito una trasformazione profonda. Il vecchio asse costruito intorno al lavoro, ai salari, ai diritti sociali, alla partecipazione collettiva e alla rappresentanza delle classi popolari si è progressivamente indebolito. Al suo posto si è affermata una nuova cultura politica centrata prevalentemente sui diritti civili, sull’inclusione, sulle battaglie identitarie, sull’europeismo morale e sulla comunicazione etica. Temi importanti, certamente, ma che spesso non riescono a parlare alle fasce sociali più fragili, ai lavoratori impoveriti, alle periferie economiche e culturali del Paese.

Una volta la sinistra italiana parlava il linguaggio della fabbrica, del quartiere popolare, della mobilità sociale, della questione meridionale e dell’uguaglianza materiale. Oggi, almeno nella percezione di molti cittadini, sembra parlare soprattutto il linguaggio delle grandi aree urbane istruite, dei ceti professionali e delle minoranze culturali più sensibili ai temi simbolici. È qui che si è consumata una frattura politica enorme, forse la più importante degli ultimi vent’anni.

Molti elettori che un tempo si riconoscevano naturalmente nella sinistra hanno smesso di votare, oppure si sono rivolti a forze populiste e sovraniste. Non necessariamente perché abbiano cambiato valori profondi, ma perché non si sentono più rappresentati sul piano materiale ed esistenziale. In molte zone popolari del Paese si è diffusa la sensazione che la sinistra abbia smesso di comprendere il disagio economico reale delle persone comuni. Ed è in questo vuoto che la destra ha costruito la propria avanzata.

La forza politica di Giorgia Meloni, infatti, non deriva soltanto dai risultati di governo, che tra difficoltà economiche, compromessi europei e limiti strutturali non sono stati rivoluzionari. La sua forza deriva soprattutto dall’aver costruito una narrazione identitaria capace di parlare emotivamente a una parte consistente del Paese. Meloni ha saputo dare rappresentazione culturale a milioni di persone che si percepivano marginalizzate o disprezzate da una certa élite politica e mediatica. Ha restituito loro un senso di appartenenza, indipendentemente dai risultati concreti raggiunti.

È questo il punto che spesso il centrosinistra continua a sottovalutare. Le persone non chiedono soltanto misure economiche; chiedono anche riconoscimento, identità, dignità simbolica. La destra contemporanea, in Italia come altrove, ha capito che una comunità nazionale si costruisce prima di tutto attraverso il sentimento di essere visti e ascoltati. La sinistra, invece, appare spesso tecnocratica, moralistica o distante, incapace di produrre una grande narrazione collettiva.

In questo contesto emerge la figura di Silvia Salis. Il suo nome rappresenta il tentativo di costruire una leadership nuova, più moderna, meno divisiva e più presentabile mediaticamente rispetto ad altri esponenti del centrosinistra. È, sotto molti aspetti, un’operazione politica perfettamente coerente con la fase storica attuale, nella quale il leader conta più del partito e la comunicazione conta più dell’ideologia.

Tuttavia il rischio è evidente. Una coalizione costruita principalmente attorno a un volto rischia di consumarsi rapidamente se dietro quell’immagine non esiste una vera idea di Paese. Il cosiddetto “campo largo” tiene insieme culture politiche molto differenti: progressisti liberali, cattolici sociali, ambientalisti, post-comunisti, grillini, europeisti moderati e sinistra radicale. Una simile alleanza può forse vincere contro qualcuno, ma governare richiede molto di più che un semplice collante anti-Meloni.

Il nodo centrale resta infatti irrisolto: quale modello di sviluppo vuole proporre il centrosinistra all’Italia dei prossimi decenni? Quale idea di lavoro, di industria, di Stato sociale, di scuola, di identità nazionale e di rapporto tra individuo e comunità? Quale risposta offre al declino del ceto medio, alla precarizzazione del lavoro, alla crisi demografica e al senso crescente di insicurezza sociale?

Su questi temi il dibattito progressista appare spesso fragile o confuso. E qui si intravede il limite potenziale anche di una candidatura come quella di Silvia Salis. Una leadership può certamente nascere attraverso una forte operazione comunicativa, ma senza una visione storica rischia di esaurire rapidamente la propria spinta. La politica contemporanea è piena di figure costruite come simboli di rinnovamento che, una volta arrivate al governo, hanno mostrato l’assenza di una struttura culturale profonda.

In questo senso il paragone con altre esperienze internazionali viene quasi naturale. Negli ultimi anni molti leader occidentali sono stati costruiti più come “brand politici” che come interpreti di grandi culture storiche. La personalizzazione ha sostituito l’appartenenza ideologica e la comunicazione ha preso il posto della militanza. Ma le leadership durature, nella storia italiana, sono state quasi sempre quelle capaci di incarnare una frattura reale della società: Berlinguer con la questione morale e il mondo del lavoro, Craxi con la modernizzazione socialista, Berlusconi con la rivoluzione liberale-mediatica, la stessa Meloni con la destra identitaria post-establishment.

La domanda allora diventa inevitabile: quale frattura storica rappresenterebbe Silvia Salis? Quale nuova idea d’Italia incarnerebbe davvero?

Per ora non esiste una risposta chiara. Ed è proprio questa incertezza a rendere il dibattito così interessante. Perché il problema della politica italiana non sembra più essere soltanto la scelta del leader, ma il vuoto culturale che attraversa quasi tutte le forze politiche. Un vuoto che viene spesso coperto con slogan, narrazioni emotive e operazioni di marketing elettorale, ma che riemerge puntualmente quando si tratta di governare processi storici complessi.

Gli italiani, oggi, sembrano molto più concreti di quanto certa politica immagini. Alla fine continuano a giudicare i governi sulla base di questioni essenziali: salari, sanità, costo della vita, lavoro, prospettive per i figli, sicurezza economica e mobilità sociale. Chi riuscirà a collegare questi bisogni materiali a una narrazione collettiva credibile potrebbe davvero aprire una nuova fase politica. Chi invece si limiterà alla gestione dell’immagine rischierà di consumarsi rapidamente, lasciando dietro di sé un’ulteriore ondata di disillusione e sfiducia.

(97) Sovranismi italiani: destra e sinistra nella guerra per il controllo della nazione

Negli ultimi anni, “sovranismo” è diventata una parola d’ordine che tutti pronunciano, ma pochi ne colgono davvero le sfumature. Parlare di sovranismo non significa parlare di un’unica ideologia: in Italia convivono due declinazioni distinte, spesso antagoniste, che condividono il concetto di sovranità nazionale ma lo interpretano in modi radicalmente diversi.

Il sovranismo di destra è l’emblema di un’Italia che vuole proteggere la propria identità, i propri simboli, la propria storia. Qui la sovranità significa controllare i confini, difendere la tradizione e costruire un senso di comunità forte contro ogni minaccia esterna, reale o percepita. La retorica è chiara: l’élite politica e culturale sarebbe distante dal popolo, incapace di proteggere l’Italia dagli influssi globali. In questa chiave, la Lega punta tutto sulla sicurezza e sull’autonomia nazionale rispetto all’Europa, mentre Fratelli d’Italia incarna la difesa dei valori tradizionali e l’orgoglio identitario. Perfino Forza Italia, pur più centrista, mostra talvolta aperture sovraniste, ma senza l’enfasi identitaria dei due partiti principali.

Al contrario, il sovranismo di sinistra concentra la sua attenzione sulla sovranità economica e sociale. La nazione, in questo caso, deve essere padrona delle proprie scelte economiche, proteggere i lavoratori e difendere il welfare da imposizioni esterne o dai diktat dei mercati. Qui la sfida non è culturale ma economica: l’Europa e la globalizzazione non minacciano l’identità, ma i salari, i servizi pubblici e il benessere dei cittadini. In Italia, questa visione trova espressione nel Movimento 5 Stelle, soprattutto nella fase post-2013 e più populista, e in movimenti della sinistra radicale come Potere al Popolo, che insistono sulla giustizia sociale e sul controllo statale dell’economia.


Nonostante le differenze, destra e sinistra sovraniste condividono alcuni punti: entrambe respingono la subordinazione agli interessi esterni, entrambe rivendicano il diritto del popolo di essere protagonista del proprio destino. Ma qui finiscono le somiglianze. Il sovranismo di destra vuole una nazione forte nella cultura e nella tradizione; quello di sinistra vuole una nazione forte nell’economia e nella protezione dei cittadini. Due visioni parallele che parlano a pubblici diversi, con strumenti retorici simili, ma obiettivi spesso opposti.

In un’Italia sempre più interconnessa e sempre più dipendente da scelte economiche e politiche esterne, il sovranismo rimane una bussola importante per chi cerca un’Italia autonoma. Ma il dibattito non è mai neutrale: capire se un partito difende la cultura o l’economia, l’identità o il welfare, significa capire davvero chi lotta per la sovranità e chi la usa come slogan. In questo senso, parlare di sovranismo oggi significa parlare di una battaglia su più fronti, dove la parola “nazione” assume significati diversi a seconda di chi la pronuncia.

Dietro il sipario della democrazia: il potere invisibile che governa

 [Post a tempo: scadenza 12 aprile 2031]



Camminando per le vie delle capitali europee, si potrebbe avere l’illusione di vivere in una democrazia pienamente funzionante. Le urne, le assemblee parlamentari, i discorsi dei leader politici sembrano confermare che il popolo abbia voce e scelta. Ma basta guardare più da vicino, osservare le pieghe del sistema, per scorgere un’altra realtà: quella di un potere che opera dietro il sipario, silenzioso e invisibile, e che decide ciò che apparentemente rimane fuori dalla portata dei cittadini.



Non è il fascismo né il comunismo a dettare le regole del gioco oggi. I movimenti estremisti, con le loro bandiere, slogan e manifestazioni rumorose, sembrano più il rumore di fondo che il vero motore della storia. Il vero pericolo è costituito da un’élite che governa senza legittimazione reale, sostenuta non tanto dal consenso popolare quanto da reti di influenza, accordi sotterranei e interessi economici che trascendono i confini nazionali. Forum riservati, think tank internazionali, incontri di lobby finanziarie — spesso evocati come teorie complottiste — diventano in realtà strumenti concreti di controllo, modi per orientare la politica in maniera invisibile e definitiva.

Ogni forza politica nuova, ogni progetto che osa sfidare lo status quo, incontra muri invisibili: tribunali pronti a smontare iniziative legislative, media che amplificano ogni errore o esagerazione, e procedure parlamentari che trasformano l’innovazione in un percorso a ostacoli. Le campagne contro “estremisti” e “populisti” servono così da scudo: non proteggono la democrazia, ma proteggono chi già detiene il potere, creando un’illusione di equilibrio mentre il vero comando rimane nascosto.

E il cittadino? È come uno spettatore in un teatro enorme. Può applaudire, lamentarsi, votare a intervalli regolari, ma la trama principale si svolge lontano dai suoi occhi. La politica visibile diventa così un grande spettacolo, dove le decisioni importanti — quelle che incidono su economie, risorse, diritti — vengono prese in stanze chiuse, da mani invisibili che nessun voto può realmente influenzare.

La democrazia, in questo scenario, sopravvive formalmente. Il sistema continua a funzionare sulla carta, con leggi, elezioni e assemblee. Ma nella sostanza, la voce del popolo è ridotta a un eco lontano, e ogni cambiamento reale viene filtrato, smorzato o deviato. La polarizzazione, la paura di estremismi e la frammentazione sociale non sono altro che riflessi di questa condizione: sintomi di un sistema in cui l’apparenza conta più della sostanza, e in cui la libertà del cittadino si misura più nella capacità di osservare che nella possibilità di agire.

In definitiva, la sfida più grande per la democrazia occidentale non è quella di fronteggiare vecchi fantasmi ideologici, ma di ritrovare il contatto con chi dovrebbe essere al centro di ogni decisione: il popolo. Finché il sipario resta chiuso e le stanze del potere continuano a operare nell’ombra, la democrazia rischia di essere soltanto un palcoscenico, elegante e convincente, dove la vera azione rimane invisibile.

(28)Tra Le Bon e i ciarlatani: l’eterna danza tra folla e furbizia

Quando Gustave Le Bon pubblicò nel 1895 la sua Psicologia delle folle, pochi avrebbero immaginato che quelle pagine, scritte nella Parigi di fine Ottocento, avrebbero mantenuto un’attualità così sorprendente. La sua intuizione fondamentale era semplice quanto spietata: l’individuo, immerso nella massa, perde la capacità critica e si lascia guidare da suggestioni, immagini, parole forti, molto più che da ragionamenti complessi o da dati verificabili. La folla, diceva Le Bon, non ragiona: sente. Non discute: reagisce.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, quella diagnosi sembra adattarsi perfettamente non solo alla politica nazionale, ma a ogni spazio collettivo, dall’assemblea di condominio fino al Parlamento europeo, dal consiglio comunale fino al palcoscenico dell’ONU. In qualunque luogo la logica cede il passo alla dimensione emotiva, le dinamiche osservate da Le Bon ritornano con una regolarità quasi matematica.

E qui entra in scena Alberto Bertuzzi, con il suo Il mestiere di ciarlatano. Se Le Bon analizzava il funzionamento della folla, Bertuzzi spiega come alcuni sappiano approfittarne, trasformando l’arte della suggestione in un vero e proprio mestiere. Il ciarlatano, antico e moderno, non vince perché ha ragione, ma perché sa raccontare la sua versione con le giuste immagini, con il tono appropriato, con quella sicurezza che rassicura o spaventa, ma che comunque conquista.

Non si tratta di un fenomeno confinato al passato o alla bassa politica. La sociologia, la psicologia sociale e la linguistica contemporanee confermano la stessa intuizione: il linguaggio non è mai neutro. Le parole creano cornici di senso, evocano mondi, orientano scelte. Una metafora efficace può orientare più di un trattato, un’immagine potente può ribaltare l’esito di un dibattito più di cento dati tecnici.

Del resto, la saggezza popolare sintetizza questa dinamica con una crudezza che nessun manuale accademico riesce a eguagliare. In Toscana si dice: “ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa; se si incontrano, il furbo avrà un sicuro guadagno”. È la stessa logica che Bertuzzi mette nero su bianco quando osserva che i “creduloni” sono talmente numerosi che sarebbe quasi sciocco non approfittarne. La madre dei bischeri, come si suol dire, è sempre incinta.

E allora basta osservare i leader politici contemporanei per vedere Le Bon e Bertuzzi all’opera. Giorgia Meloni ha costruito la sua ascesa su immagini forti, sul richiamo a simboli identitari e su una retorica del “noi contro loro” che parla alla pancia della folla molto più che alla sua testa. Matteo Renzi, in chiave diversa, ha fatto della sorpresa, del colpo di scena e della brillantezza personale gli strumenti per sedurre un pubblico che non ama la noia, ma l’energia e la velocità. Antonio Tajani rappresenta invece la dimensione opposta: rassicurazione, continuità, istituzionalità, che in una folla più anziana o conservatrice valgono come garanzia di stabilità.

Sul piano internazionale, basti pensare a Donald Trump, che ha incarnato quasi alla lettera la descrizione leboniana del leader capace di ipnotizzare le folle: frasi semplici, slogan ripetuti all’infinito, individuazione di un nemico da additare, promesse roboanti. O, in senso diverso, a Volodymyr Zelensky, che ha saputo trasformare la sua figura in un simbolo resistenziale globale, costruendo attorno a sé un’immagine epica che trascende i dati militari o economici. Anche al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove la diplomazia dovrebbe essere regno della ragione e del diritto, i discorsi che restano nella memoria non sono quelli pieni di clausole giuridiche, ma quelli che offrono immagini potenti: “la guerra come cancro”, “la pace come ponte”, “il pianeta che brucia”.

La lezione che se ne ricava è duplice. Da un lato, la folla c’è sempre e ovunque, e funziona secondo regole immutabili: simbolo prima del ragionamento, emozione prima del calcolo. Dall’altro, il ciarlatano ha sempre un vantaggio competitivo, perché non deve rispettare vincoli di verità né di coerenza. Eppure, proprio per questo, diventa essenziale per chi ha a cuore la serietà e la competenza non rinunciare alla dimensione emotiva, ma imparare a usarla.

Il vero compito, allora, non è eliminare la folla o illudersi di educarla interamente alla razionalità, ma sviluppare gli strumenti per non cadere nella trappola della manipolazione. Bisogna riconoscere le tecniche, decifrare le parole, vaccinarsi culturalmente. Perché, se è vero che ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa, la vera partita sta tutta nel non permettere al primo di trovare terreno facile nel secondo.

(22) Antipolitica: il cavallo di Troia dell’autoritarismo

Dietro la retorica della moralizzazione si nasconde un processo che indebolisce i partiti, consegna la politica alle lobby e prepara il terreno a nuove forme di potere forte.


L’antipolitica, più che una reazione spontanea alla corruzione e agli abusi del potere, sembra spesso avere un obiettivo preciso: svuotare la democrazia dall’interno, ridurre i suoi strumenti di rappresentanza, fino ad aprire la strada a governi accentrati, tecnocrazie o persino nostalgiche restaurazioni di tipo monarchico.


Uno degli esempi più chiari di questa dinamica in Italia è stata l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. All’epoca, dopo Tangentopoli, sembrava una scelta inevitabile: come si poteva giustificare che i cittadini continuassero a pagare con le proprie tasse apparati che avevano abusato di quelle stesse risorse? La parola d’ordine era semplice: basta privilegi, basta ruberie. Chi vuole fare politica lo faccia sostenuto dagli elettori, non dallo Stato.

Eppure, dietro quella che sembrava una riforma moralizzatrice, si è aperto un paradosso. Senza un sostegno pubblico stabile, i partiti si sono ritrovati più fragili, più esposti e soprattutto più dipendenti da donazioni private e sponsorizzazioni occulte. Il risultato è stato quello di consegnare la politica non tanto al popolo, come ci si illudeva, ma a chi ha la forza economica per sostenerla. Negli Stati Uniti, dove questo meccanismo è la regola, da decenni le campagne elettorali sono dominate dalle grandi lobby delle armi, delle banche o delle multinazionali farmaceutiche. In Italia, pur con dimensioni minori, la traiettoria è simile: un piccolo partito radicato socialmente fatica a sopravvivere, mentre chi può contare su reti economiche forti trova terreno fertile.

Così, l’antipolitica non costruisce alternative, ma erode e delegittima. Alimenta la rabbia del “tutti ladri”, ma non restituisce ai cittadini la capacità di contare. Anzi, li abitua all’idea che i partiti siano sempre e comunque un problema, fino a renderli pronti ad accogliere soluzioni apparentemente salvifiche: un capo carismatico, un leader forte che prometta di bypassare i corpi intermedi per parlare direttamente al popolo. È lo schema che in Italia abbiamo già visto negli anni Venti con Mussolini, ma anche in anni più recenti con la parabola di Berlusconi, nato proprio dal vuoto di rappresentanza degli anni ’90.

Non è un destino solo italiano. In Ungheria, Viktor Orbán ha sfruttato la sfiducia nella politica tradizionale per instaurare un sistema semi-autoritaro che limita libertà e pluralismo. In Polonia, i populisti del PiS hanno cavalcato per anni la narrativa antipolitica, trasformandola in strumento di consolidamento del potere. In Francia, Marine Le Pen ha costruito la sua forza sulla promessa di spazzare via i “partiti tradizionali”, mentre in Spagna il fenomeno di Podemos, nato da un sentimento simile, si è poi scontrato con la difficoltà di trasformare l’antipolitica in vera alternativa.

Il rischio, oggi, è che l’antipolitica venga percepita come una naturale evoluzione della democrazia. Ma una democrazia che smette di finanziare i suoi partiti, che considera la mediazione politica un vizio e che riduce gli spazi di partecipazione popolare rischia di diventare una democrazia di facciata. Le decisioni reali, in questo scenario, non si prendono più nelle assemblee elettive, ma nei consigli di amministrazione, nei centri finanziari, nelle stanze dei grandi donatori.

Quella che sembrava una vittoria del cittadino contro i privilegi si trasforma così in una resa del cittadino davanti alle lobby. L’antipolitica non ha salvato la democrazia: l’ha resa più debole, più esposta e più vicina a cedere a quelle soluzioni autoritarie che un tempo pensavamo di aver archiviato per sempre.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...