Il supplizio del “fine pena mai”

 [Post a tempo: scadenza 31 ottobre 2030]


L’ergastolo come pena capitale senza boia

In Italia la pena di morte è stata abolita definitivamente nel 1948 con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, che all’articolo 27 stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
A partire da quel momento, l’ergastolo ha sostituito l’esecuzione capitale come la più grave delle pene previste dall’ordinamento.

Ma se la ghigliottina o il plotone d’esecuzione davano una fine certa – brutale ma immediata – la condanna al “fine pena mai” diventa un supplizio a scadenza infinita: non toglie la vita con un colpo secco, ma la consuma lentamente, giorno dopo giorno, per decenni.
Abbiamo reso disoccupato il boia, certo, ma non abbiamo liberato la coscienza collettiva dal peso della morte inflitta: l’abbiamo solo spalmata sul tempo, diluita in una lunga agonia.

È per questo che molti ergastolani parlano di “pena di morte viva”. Una formula che sembra ossimoro, ma che rende bene l’idea di cosa significa essere sepolti vivi dentro un carcere senza speranza di uscita.

Eppure, nell’opinione pubblica, si sente spesso dire:
“Deve marcire in galera”, “Buttate la chiave”.
È un grido che risponde al desiderio di vendetta più che alla giustizia. Ma se ci fermiamo ad ascoltare davvero le voci di chi vive il carcere a vita, scopriamo un paesaggio umano spaventoso, fatto di solitudine, degrado e abbandono.


L’Asinara e la vita sepolta

Negli anni ’60 e ’70 l’isola dell’Asinara, in Sardegna, fu uno dei luoghi più emblematici di questa condizione.
Un carcere naturale, circondato dal mare, dove i detenuti erano isolati dal resto del mondo e vivevano a stretto contatto con animali: pecore, capre, asini, cani randagi.

Era quasi un microcosmo separato, dove la natura diventava l’unica compagnia possibile e dove la solitudine portava spesso a rapporti ambigui con quelle stesse bestie. Non per scelta, ma per disperazione.

Un ergastolano dell’epoca, colpevole di parricidio, lasciò una lettera che è un documento prezioso non solo della condizione carceraria, ma anche della lenta corrosione psicologica prodotta dal “fine pena mai”.


La lettera dell’ergastolano dell’Asinara (1966)

Io scrivo sta lettera e manco so se arriva da qualche parte. Forse la buttano via, forse la legge qualcuno importante, ma io devo scrivere senno impazzisco.

Avevo 25 anni quando ho ammazzato mio padre. So’ passati più di quarant’anni e adesso che sto a settanta mi sento un vecchio già mezzo morto. Qua all’Asinara è sempre uguale: pietra, mare, guardie. E capre. Le capre che mi tengono vivo. Ci parlo, ci dormo vicino, a volte mi scordo che sono animali e mi pare che siano cristiani. Una capra nera la chiamo Maria, come mia madre. E me vergogno pure a scriverlo, ma a volte mi è sembrata l’unica che mi voleva bene davvero.

Le guardie ridono, mi chiamano il pastore. Ma loro non sanno cosa vuol dire stare una vita senza un abbraccio. E allora ti aggrappi a quello che trovi, pure alle bestie.

Io non so più chi so’. La testa mi parte, mi scordo i nomi, confondo i sogni. Vedo papà la notte, che mi ride in faccia, e io gli chiedo perdono. Forse è il diavolo, forse è la demenza.

Dicono che forse arriva la grazia, che il Presidente ci pensa. Ma che grazia è, se ormai so’ un vecchio rincoglionito? Vorrei solo morire senza sbarre davanti agli occhi, guardando il mare e non il ferro.

Io non sono più quello che ammazzò suo padre. Io non so più niente.

Un ergastolano dell’Asinara


Il peso sulla coscienza collettiva

Queste parole, grezze e confuse, valgono più di molte sentenze: mostrano il vero volto dell’ergastolo.
Non è redenzione, non è rieducazione, non è neppure vera giustizia. È un logorio infinito che riduce l’uomo a guscio vuoto.

Si è detto che con l’abolizione della pena di morte abbiamo fatto un passo di civiltà. Ma a ben guardare, il “fine pena mai” ha reso invisibile il boia, trasferendo la sua lama dal patibolo al calendario. Il tempo stesso diventa carnefice, infliggendo una pena che non finisce mai.

E allora viene da chiedersi: se questo è ciò che intendiamo per giustizia, non dovremmo avere il coraggio di guardarla in faccia. Non basta dire “buttate la chiave”. Bisogna domandarsi se davvero questa pena corrisponde al senso di umanità che la Costituzione prometteva.


Forse, per capire davvero, bisognerebbe chiederlo non ai giudici, né ai politici, né ai cittadini che invocano vendetta.

Bisognerebbe chiederlo alle capre dell’Asinara, che hanno visto uomini trasformarsi in bestie, e bestie diventare l’unica famiglia possibile per chi è stato condannato a vivere senza più un fine pena.

Il mercato non si governa da solo: serve uno Stato che faccia lo Stato

 [Post a tempo: scadenza  30 ottobre 2030]

Il neoliberismo ci ha raccontato per decenni la favola del mercato che si autoregola. Una favola costata cara: disuguaglianze crescenti, precarietà cronica, ricchezze concentrate nelle mani di pochi e una classe media stritolata. Davvero qualcuno può ancora credere che la mano invisibile di Adam Smith possa bastare a rimettere insieme i cocci? Ormai solo la parapsicologia si ostina a credere nell’esistenza di quella mano invisibile: in economia, invece, non se n’è mai vista traccia.

Certo, non basta neppure evocare lo Stato imprenditore, quello che nazionalizza tutto e poi gestisce i settori strategici come se fossero feudi politici. Abbiamo già visto dove porta: inefficienze colossali, clientele, monopoli di Stato che non sono migliori dei monopoli privati. Il socialismo reale è crollato sotto il peso delle sue stesse contraddizioni; ma anche in Occidente, le grandi partecipazioni statali hanno spesso prodotto sprechi e mediocrità, più che progresso.

La scelta non è tra il far west neoliberista e il grigiore statalista. La scelta è un’altra: serve uno Stato che torni a fare lo Stato. Non come imprenditore, ma come arbitro. Non come concorrente degli imprenditori, ma come garante delle regole del gioco. I manager devono fare i manager, gli imprenditori devono rischiare e innovare, e i politici devono avere il coraggio di fissare paletti chiari.

Basta favole sul mercato libero, basta nostalgie del carrozzone statale. Oggi serve un nuovo keynesismo, capace di impedire cartelli, concentrazioni di potere e rendite parassitarie. Lo Stato deve investire dove il mercato non arriva, proteggere i beni comuni, garantire diritti universali come sanità e istruzione, e al tempo stesso lasciare che la concorrenza vera — non quella truccata — faccia il suo corso.

Il resto è propaganda: chi invoca lo Stato minimo vuole mani libere per i monopoli privati; chi sogna il ritorno dello Stato padrone vuole solo clientele e posti da spartire. In mezzo a questi estremi, c’è la via più difficile ma anche l’unica sensata: uno Stato regolatore, forte e indipendente, che non si vergogni di dire al mercato dove finisce la libertà e dove comincia la giustizia sociale.

Lacrime di Stollen | Tränen des Stollens

 [Post a tempo: scadenza 29 ottobre 2030]


Era ottobre, ma nel mio LIDL già profumava di Natale. Tra scaffali illuminati e confezioni colorate, cercavo solo una cosa: lo Stollen, gli Speculatius e i biscotti di Norimberga. Ne prendevo sempre troppo, come se il Natale potesse essere conservato in un sacchetto di carta.

Quella sera, seduto al tavolo, tagliai una fetta di Stollen. La pasta dolce, le mandorle e l’aroma di spezie mi riportarono lontano. E all’improvviso non ero più solo: Ernst Kölle e Albert von Berrer erano lì con me. I loro occhi brillavano, e tra una fetta e l’altra, piangevamo. Non di tristezza, ma di pura gioia: per un attimo, il mondo si era rimpicciolito fino a farci sentire di nuovo in Germania, tra luci di Natale e odori di biscotti caldi.

Il tempo si fermava, sospeso tra una morsa di zucchero e un sorso di ricordo. E io sapevo che, anche solo per quel momento, eravamo tutti a casa.

Stollen 

Es war Oktober, doch in meinem LIDL roch es schon nach Weihnachten. Zwischen beleuchteten Regalen und bunten Verpackungen suchte ich nur eines: Stollen, Spekulatius und Nürnberger Plätzchen. Ich nahm immer zu viel, als könnte man Weihnachten in einer Papiertüte aufbewahren.

An diesem Abend setzte ich mich an den Tisch und schnitt ein Stück Stollen ab. Der süße Teig, die Mandeln und das Gewürzaroma brachten mich weit weg. Und plötzlich war ich nicht mehr allein: Ernst Kölle und Albert von Berrer waren bei mir. Ihre Augen funkelten, und zwischen einem Bissen und dem nächsten weinten wir. Nicht aus Traurigkeit, sondern aus purer Freude: Für einen Moment war die Welt geschrumpft, sodass wir uns wieder in Deutschland fühlten, zwischen Weihnachtslichtern und dem Duft warmer Kekse.

Die Zeit blieb stehen, schwebend zwischen einer süßen Gabel und einem Schluck Erinnerung. Und ich wusste, dass wir, auch wenn nur für diesen Moment, alle zu Hause waren.

(28)Tra Le Bon e i ciarlatani: l’eterna danza tra folla e furbizia

Quando Gustave Le Bon pubblicò nel 1895 la sua Psicologia delle folle, pochi avrebbero immaginato che quelle pagine, scritte nella Parigi di fine Ottocento, avrebbero mantenuto un’attualità così sorprendente. La sua intuizione fondamentale era semplice quanto spietata: l’individuo, immerso nella massa, perde la capacità critica e si lascia guidare da suggestioni, immagini, parole forti, molto più che da ragionamenti complessi o da dati verificabili. La folla, diceva Le Bon, non ragiona: sente. Non discute: reagisce.

Oggi, a distanza di oltre un secolo, quella diagnosi sembra adattarsi perfettamente non solo alla politica nazionale, ma a ogni spazio collettivo, dall’assemblea di condominio fino al Parlamento europeo, dal consiglio comunale fino al palcoscenico dell’ONU. In qualunque luogo la logica cede il passo alla dimensione emotiva, le dinamiche osservate da Le Bon ritornano con una regolarità quasi matematica.

E qui entra in scena Alberto Bertuzzi, con il suo Il mestiere di ciarlatano. Se Le Bon analizzava il funzionamento della folla, Bertuzzi spiega come alcuni sappiano approfittarne, trasformando l’arte della suggestione in un vero e proprio mestiere. Il ciarlatano, antico e moderno, non vince perché ha ragione, ma perché sa raccontare la sua versione con le giuste immagini, con il tono appropriato, con quella sicurezza che rassicura o spaventa, ma che comunque conquista.

Non si tratta di un fenomeno confinato al passato o alla bassa politica. La sociologia, la psicologia sociale e la linguistica contemporanee confermano la stessa intuizione: il linguaggio non è mai neutro. Le parole creano cornici di senso, evocano mondi, orientano scelte. Una metafora efficace può orientare più di un trattato, un’immagine potente può ribaltare l’esito di un dibattito più di cento dati tecnici.

Del resto, la saggezza popolare sintetizza questa dinamica con una crudezza che nessun manuale accademico riesce a eguagliare. In Toscana si dice: “ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa; se si incontrano, il furbo avrà un sicuro guadagno”. È la stessa logica che Bertuzzi mette nero su bianco quando osserva che i “creduloni” sono talmente numerosi che sarebbe quasi sciocco non approfittarne. La madre dei bischeri, come si suol dire, è sempre incinta.

E allora basta osservare i leader politici contemporanei per vedere Le Bon e Bertuzzi all’opera. Giorgia Meloni ha costruito la sua ascesa su immagini forti, sul richiamo a simboli identitari e su una retorica del “noi contro loro” che parla alla pancia della folla molto più che alla sua testa. Matteo Renzi, in chiave diversa, ha fatto della sorpresa, del colpo di scena e della brillantezza personale gli strumenti per sedurre un pubblico che non ama la noia, ma l’energia e la velocità. Antonio Tajani rappresenta invece la dimensione opposta: rassicurazione, continuità, istituzionalità, che in una folla più anziana o conservatrice valgono come garanzia di stabilità.

Sul piano internazionale, basti pensare a Donald Trump, che ha incarnato quasi alla lettera la descrizione leboniana del leader capace di ipnotizzare le folle: frasi semplici, slogan ripetuti all’infinito, individuazione di un nemico da additare, promesse roboanti. O, in senso diverso, a Volodymyr Zelensky, che ha saputo trasformare la sua figura in un simbolo resistenziale globale, costruendo attorno a sé un’immagine epica che trascende i dati militari o economici. Anche al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, dove la diplomazia dovrebbe essere regno della ragione e del diritto, i discorsi che restano nella memoria non sono quelli pieni di clausole giuridiche, ma quelli che offrono immagini potenti: “la guerra come cancro”, “la pace come ponte”, “il pianeta che brucia”.

La lezione che se ne ricava è duplice. Da un lato, la folla c’è sempre e ovunque, e funziona secondo regole immutabili: simbolo prima del ragionamento, emozione prima del calcolo. Dall’altro, il ciarlatano ha sempre un vantaggio competitivo, perché non deve rispettare vincoli di verità né di coerenza. Eppure, proprio per questo, diventa essenziale per chi ha a cuore la serietà e la competenza non rinunciare alla dimensione emotiva, ma imparare a usarla.

Il vero compito, allora, non è eliminare la folla o illudersi di educarla interamente alla razionalità, ma sviluppare gli strumenti per non cadere nella trappola della manipolazione. Bisogna riconoscere le tecniche, decifrare le parole, vaccinarsi culturalmente. Perché, se è vero che ogni giorno un furbo e un bischero escono di casa, la vera partita sta tutta nel non permettere al primo di trovare terreno facile nel secondo.

Paludi, Fucili Vecchi, Imperi Inutili e Petrolio Nascosto: il Melodramma Ventennale del Fascismo

 [Post a tempo: scadenza 28 ottobre 2030]


C’è chi sostiene che il Fascismo abbia “fatto pure cose buone”. Certo, se per “cose buone” si intendono proteggere la Monarchia e l’alta borghesia, allora sì, in quel senso ci riuscì benissimo. Impedì ai lavoratori, finalmente armati del suffragio universale maschile nel 1919, di ottenere condizioni di vita più dignitose o un lavoro meno sfruttato. Il Partito Popolare e il Partito Socialista avrebbero potuto cambiare le cose, ma il Fascismo arrivò e spense ogni speranza di riforma, ingessando la società italiana e chiudendo il Parlamento al pluralismo democratico. Il diritto di sciopero? Sparito, come se non fosse mai esistito.



Poi ci sono le “grandi opere”: qualcuno si vanta delle bonifiche delle paludi pontine, e va bene, un campo di grano in mezzo al fango non è da buttare. Ma pensiamoci bene: lo stesso regime era incapace di valorizzare davvero le risorse naturali della Libia, dove dal 1911 cercavano di far crescere qualche campo di grano senza accorgersi che sotto la sabbia c’era petrolio e gas naturale. Pare che Balbo se ne accorse nel 1938, ma non ebbe il coraggio di dirlo a Mussolini, troppo occupato a rincorrere l’impero dei sogni. E proprio parlando di imperi, l’Etiopia: nessun altro paese colonizzatore ci avrebbe messo piede, e noi ci andammo per prendere la fame di un popolo che da sempre nessuno considerava. Dove altri trovavano oro e diamanti, noi raccoglievamo... fedi nuziali.

L’economia italiana, dicono, sarebbe stata salvata dall’IRI. Certo, salvò qualche industria, ma allo stesso tempo vide partire fior di cervelli come Enrico Fermi e altri scienziati, incapaci di convivere con la censura e la stupidità di chi guidava il paese. Non bastasse, il Fascismo predicava guerra, ma era armato come un giocattolo rotto. La flotta non aveva radar né portaerei, i soldati erano equipaggiati con fucili di un secolo prima, e chi pensava di conquistare Malta o sconfiggere i greci finì per prendere botte da orbi. E quando arrivarono i bombardieri quadrimotori, quelli che cambiavano il volto della guerra, le nostre città non erano pronte e furono flagellate senza pietà.

In tutto questo, la violenza politica interna non conosceva freni. Manganellate, olio di ricino e persecuzioni colpivano poveri cristi che non sapevano fingere come gli altri, mentre chi stava in alto rideva e applaudiva. Gli italiani, come sempre, si dimostrarono opportunisti e voltagabbana, pronti a cambiare bandiera al vento, e così chi aveva promesso glorie e conquiste finì appeso per i piedi, mentre il mondo reale rideva di lui.

Insomma, al di là delle chiacchiere, i cosiddetti “benefici” del Fascismo erano ben poca cosa, e chi li celebra sembra dimenticare quanto fosse ridicolo, violento e incapace di governare veramente il Paese.

(27) L’equilibrio instabile: perché la guerra in Ucraina non finisce e cosa può accadere

Dopo oltre tre anni di conflitto aperto, la guerra in Ucraina è entrata in una fase che molti osservatori definiscono di “equilibrio instabile”: nessuna delle due parti prevale in modo decisivo, ma entrambe continuano a combattere in un logoramento lento e sanguinoso. L’invasione russa del febbraio 2022, concepita come un’operazione rapida per rovesciare il governo di Kiev, si è trasformata in un confronto di lunga durata che ricorda più le guerre del Novecento che le operazioni lampo dell’era moderna.

Le ragioni del fallimento iniziale di Mosca sono ormai chiare. Il Cremlino aveva immaginato una “guerra di tre giorni”, confidando in un collasso politico e psicologico dell’Ucraina. Gli strateghi russi credevano che le forze armate di Kiev si sarebbero dissolte, che la popolazione russofona del sud-est avrebbe accolto i soldati come liberatori e che l’Occidente, diviso e stanco, avrebbe reagito con rassegnazione. La realtà ha smentito ognuna di queste ipotesi. La resistenza ucraina si è rivelata compatta, la leadership di Zelensky inattesa e determinata, e la risposta dell’Occidente rapida e coesa. Da quel momento la guerra è mutata di natura, diventando una lotta di logoramento, economico e umano, più che una corsa verso la vittoria.



Per comprendere appieno le radici di questa guerra, occorre tornare a un passaggio diplomatico spesso dimenticato. Negli anni precedenti al 2022, vi furono infatti proposte – provenienti anche da ambienti russi – che ipotizzavano per le regioni russofone del Donbass una forma di autonomia simile a quella del Trentino-Alto Adige. L’idea, mutuata dall’esperienza italiana, prevedeva un’ampia tutela linguistica e culturale, un’autonomia amministrativa significativa e il mantenimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Si trattava, in sostanza, di una “soluzione altoatesina” in chiave ucraina, che avrebbe potuto conciliare sovranità e pluralismo etnico. Tuttavia, da parte ucraina, quella proposta fu accolta con sospetto e rifiuto: si temeva che Mosca intendesse sfruttarla come cavallo di Troia per un controllo politico indiretto, e che l’autonomia potesse trasformarsi in preludio alla secessione.

Quel mancato compromesso segnò simbolicamente la chiusura di un canale negoziale che, se avesse avuto sviluppi, avrebbe potuto forse disinnescare la crisi prima della catastrofe del 2022. La sfiducia reciproca – nutrita da anni di guerra nel Donbass, disinformazione e ambiguità diplomatiche – rese impossibile anche un modello di convivenza territoriale già sperimentato con successo altrove in Europa.

Oggi, nell’autunno del 2025, il fronte è sostanzialmente statico. La Russia ha conquistato qualche migliaio di chilometri quadrati nel corso dell’anno, concentrandosi soprattutto nelle regioni di Donetsk e Zaporizhzhia, ma questi guadagni hanno un valore simbolico più che strategico. L’Ucraina, pur in difficoltà, continua a difendere le linee e a colpire obiettivi militari in profondità, dimostrando di possedere ancora una notevole capacità di adattamento. È una guerra senza spostamenti improvvisi, fatta di droni, artiglieria, sabotaggi e resistenza civile.

Tuttavia, sotto la superficie di questo apparente equilibrio, emergono segni di logoramento. L’Ucraina soffre l’usura delle infrastrutture energetiche, colpite sistematicamente dai missili russi. I blackout, la scarsità di risorse e la mobilitazione prolungata hanno eroso la resistenza psicologica della popolazione. Il sostegno occidentale, pur consistente, è sempre più soggetto alle oscillazioni della politica interna di Stati Uniti ed Europa. Kiev sa di non poter permettersi una guerra infinita, ma neppure di accettare una pace che legittimi le perdite territoriali.

Dall’altra parte, la Russia non è in una posizione di forza tale da imporre le proprie condizioni. Le sue forze armate hanno subito perdite enormi e devono fronteggiare un consumo continuo di uomini e materiali. L’economia si regge su un equilibrio precario di sanzioni eluse, commercio parallelo e sacrifici sociali. Mosca continua a vantare successi tattici, ma non ha ancora raggiunto risultati strategici proporzionati al costo sostenuto. Anche per il Cremlino, la guerra è ormai un fardello che deve giustificare di mese in mese alla propria opinione pubblica.

Tutto ciò spinge a chiedersi quale possa essere la fine di questo conflitto. Le prospettive si concentrano intorno a pochi scenari realistici. Il più plausibile, secondo gran parte degli analisti, è un accordo di congelamento: una tregua di fatto, con linee di contatto stabilizzate e nessuna soluzione politica definitiva. Sarebbe una pace fredda, simile a quella che ha segnato per decenni la penisola coreana, con confini contestati e una costante tensione latente. È l’opzione che molti governi occidentali potrebbero accettare se l’obiettivo prioritario diventasse “fermare il fuoco” più che “vincere la guerra”.

Un secondo scenario, meno desiderabile ma possibile, è quello di una guerra di logoramento che si trascina per anni, alimentata da aiuti militari e rifornimenti limitati. In questa ipotesi nessuna delle due parti crolla, ma entrambe sopravvivono in una spirale di distruzione controllata, dove la pace appare più costosa della guerra stessa. È il paradigma che inizia a insinuarsi nel dibattito internazionale: la normalizzazione del conflitto come condizione permanente.

Le ipotesi di una vittoria piena – sia russa che ucraina – appaiono oggi remote. Per Kiev significherebbe riconquistare tutte le regioni perdute, compresa la Crimea, un obiettivo che richiederebbe un salto di capacità militare e industriale difficilmente sostenibile senza un massiccio intervento esterno. Per Mosca, invece, vorrebbe dire sottomettere un Paese di oltre quaranta milioni di abitanti ostile e distrutto, mantenendo indefinitamente il controllo di territori devastati. Entrambi gli esiti sembrano più teorici che realistici.

In definitiva, la guerra in Ucraina è entrata in una fase in cui la domanda centrale non è più “chi vincerà”, ma “quale equilibrio instabile durerà più a lungo”. È un conflitto che nessuno può permettersi di perdere del tutto e che nessuno riesce più a vincere. La fine, se arriverà, non sarà celebrata come una vittoria, ma accettata come un limite: una linea tracciata non sulla mappa, ma sull’esaurimento collettivo di due popoli e di un mondo che non ha trovato un modo migliore per risolvere le sue paure.

Nino Bixio: eroe del Risorgimento o boia del Sud?

 [Post a tempo: scadenza 26 ottobre 2030]


Nino Bixio è una delle figure più controverse del Risorgimento italiano. Nato a Genova nel 1821, crebbe come uomo d’azione, impetuoso e intransigente, qualità che lo resero uno dei più fidati collaboratori di Giuseppe Garibaldi. Con lui combatté in Sud America, a Roma nel 1849 e infine nella spedizione dei Mille, diventando un simbolo della determinazione e della forza d’urto dell’armata garibaldina. Tuttavia, se nella memoria nazionale fu celebrato come patriota, nel Meridione d’Italia il suo nome evoca ancora oggi ferocia e repressione.

Nino Bixio

Il momento cruciale che segna la nascita della sua leggenda nera è l’eccidio di Bronte, in Sicilia, nell’agosto del 1860. Qui una rivolta contadina, alimentata dalle speranze di una redistribuzione delle terre promesse dai garibaldini, esplose in modo caotico e violento. Bixio, incaricato di riportare l’ordine, scelse la via più rapida e brutale: processi sommari, fucilazioni immediate, sangue versato senza distinzione tra colpevoli e innocenti. Bronte rimase così impresso come il simbolo di un tradimento e di una repressione feroce che rivelava l’abisso tra le aspettative popolari e la realtà del nuovo Stato unitario.

Negli anni successivi, Bixio fu protagonista anche nella lotta al brigantaggio, che a molti meridionali apparve come una vera e propria guerra civile condotta con strumenti disumani. I suoi rapporti e le sue lettere trasmettono un’immagine impietosa delle popolazioni del Sud, considerate arretrate, indolenti, persino “bestiali”. Parole e azioni che contribuirono a cementare l’idea di un uomo incapace di comprensione e incline alla repressione spietata.

Eppure, nell’Italia ufficiale, la sua immagine rimase quella dell’eroe nazionale. Strade, piazze, caserme e persino navi della Marina militare portarono e portano ancora oggi il suo nome. La storiografia post-unitaria mise in risalto il patriota ardente, dimenticando o minimizzando le ombre delle sue azioni. Fu solo con la riscoperta critica del Risorgimento da parte dei movimenti meridionalisti e neoborbonici, soprattutto a partire dal Novecento, che la sua figura venne rimessa in discussione e contrapposta a quella eroica tramandata dalla retorica scolastica.

La provocazione di chi paragona le strade intitolate a Bixio a ipotetiche vie dedicate a Hitler in Israele non è tanto una questione di paragone storico, quanto un grido di memoria: ricorda che, per una parte della popolazione, quell’eroe celebrato altrove fu invece il volto della violenza e della sopraffazione. La sua vicenda rivela in fondo la natura ambivalente del Risorgimento stesso, insieme epopea patriottica e tragedia per chi lo visse dalla parte dei vinti.

(26) Ventisette anni rubati: il mostro di Ponticelli non è mai esistito

I tre innocenti che hanno trascorso la loro gioventù in carcere


Ventisette anni. Ventisette anni di carcere per tre ragazzi innocenti, marchiati come assassini di due bambine che non avevano ucciso. Questo è il prezzo della fretta, della paura, della superficialità di chi avrebbe dovuto cercare la verità e invece ha costruito un mostro di comodo. Giovanni Izzo, Ciro Imperato e Vincenzo Muccioli non sono mostri. Sono vittime. Vittime di un sistema che si inchina al clamore dell’opinione pubblica e sacrifica la giustizia sull’altare della facilità.

Nel luglio del 1983 a Ponticelli due bambine scomparvero, e i loro corpi furono ritrovati pochi giorni dopo. Il dolore del quartiere, la rabbia della città, la pressione dei media: tutto questo diventò carburante per un’inchiesta superficiale, affrettata, cieca. E così tre ragazzi furono indicati come colpevoli. Senza prove, senza riscontri, basandosi solo su testimonianze fragili e contraddittorie. La giustizia? Solo un’illusione. L’ergastolo arrivò rapido, come se tre vite qualunque potessero essere usate per calmare l’indignazione popolare.

La verità è che i veri colpevoli non furono mai toccati. Si parlava di ambienti camorristici, di giovani legati a famiglie potenti e pericolose, ma quelle piste furono ignorate. Troppo rischioso, troppo scomodo. Meglio trovare tre capri espiatori e consegnarli alla gogna mediatica. Così si costruì il “mostro di Ponticelli”, mentre la giustizia reale restava paralizzata dall’omertà e dai compromessi.

E quando finalmente, dopo ventisette anni, la Corte di Perugia riconobbe l’innocenza dei tre, non restituì nulla di ciò che era stato rubato. Non restituì il tempo perduto, la giovinezza, la dignità calpestata. Non cancellò le etichette, gli sguardi, il marchio di assassini che li aveva seguiti per decenni. Lo Stato fallì. Lo Stato tradì.

Oggi denunciamo con forza che la giustizia italiana può uccidere innocenti quanto un assassino vero può agire indisturbato. La memoria di Angela e Nunzia merita verità, non capri espiatori inventati. La memoria di Izzo, Imperato e Muccioli merita rispetto, risarcimento morale, verità pubblica.

Non accettiamo più silenzi. Non accettiamo più colpevoli inventati. Il mostro di Ponticelli è stato creato da chi avrebbe dovuto proteggere la legge. E mentre il vero assassino resta nell’ombra, tre innocenti hanno pagato con la vita che non gli apparteneva. La rabbia deve trasformarsi in richiesta di giustizia vera. Non c’è pietà per chi costruisce menzogne, non c’è scusa per chi permette che il mostro inventato diventi reale.

Finché questa storia non avrà verità completa, Ponticelli, l’Italia, tutti noi, dobbiamo gridare: mai più innocenti sacrificati sull’altare della paura e della fretta!

(25) Questione meridionale, mito neoborbonico e realtà storica: un’analisi critica

La questione meridionale è spesso presentata come un mito da sfatare: da una parte i neoborbonici la dipingono come una tragedia causata dall’unità d’Italia, dall’altra la storiografia ufficiale tende a sottolineare la responsabilità di un Sud “arretrato” già prima del 1861. In realtà, la verità si colloca nel mezzo, in uno spazio complesso in cui cause interne ed esterne si intrecciano, e dove la cultura politica e sociale dei meridionali ha avuto un ruolo determinante.


Il Regno delle Due Sicilie, grande e popoloso, non era certo un paradiso. Il suo modello sociale era rigidamente gerarchico: i latifondisti e la nobiltà detenevano potere e ricchezza, mentre i contadini vivevano in condizioni di forte subalternità. L’analfabetismo era dilagante, e l’istruzione, quando presente, riguardava solo una piccola élite urbana. Le innovazioni tecnologiche esistevano, ma spesso erano isolate e servivano più a mostrare il potere del sovrano che a trasformare realmente l’economia. La ferrovia Napoli–Portici, inaugurata nel 1839, ne è un esempio perfetto: celebrata come prima ferrovia italiana, in realtà rimase per anni una “vetrina” per il re, più che una rete utile a favorire commercio e sviluppo. Si potrebbe dire, usando un’espressione napoletana, che fu una vera e propria “nocciolina per lo spasso” del sovrano.

Allo stesso tempo, non si può ignorare che dopo l’Unità d’Italia le politiche statali contribuirono a creare squilibri economici duraturi. La seconda rivoluzione industriale richiedeva energia elettrica in grandi quantità, e in Italia questa fu prodotta soprattutto grazie all’idroelettrico nelle Alpi. Il Nord, con le sue montagne e fiumi, aveva a disposizione risorse naturali che il Sud, con Appennini meno favorevoli e infrastrutture carenti, non poteva sfruttare allo stesso modo. Non si trattò quindi di un disegno coloniale, ma di una combinazione di opportunità geografiche e necessità tecnologiche. I poli industriali piemontesi e lombardi crebbero così più rapidamente, mentre il Sud rimaneva marginale.

Ciò non significa, però, che i meridionali fossero totalmente passivi. Lo sbarco di Garibaldi in Sicilia trovò terreno fertile soprattutto tra le classi popolari. Le élite nobiliari, come narrano Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e I Viceré di De Roberto, si adattarono rapidamente al nuovo regime: per loro, togliere il Borbone e sostituirlo con i Savoia non cambiava molto. Ma per i contadini e i ceti urbani emergenti, le promesse di riforma agraria, maggiore libertà e modernizzazione apparivano concrete. L’entusiasmo per Garibaldi non fu quindi il frutto di una illusione collettiva, ma la risposta a bisogni reali e insoddisfatti da decenni di gestione borbonica.

E qui entra in gioco la componente culturale più persistente: il cosiddetto “familismo amorale”, teorizzato da Edward Banfield. In un contesto in cui l’interesse familiare prevale su ogni logica collettiva, l’attenzione al bene comune rimane debole. Clientelismo, favoritismi e interessi di gruppo hanno da sempre ostacolato la costruzione di istituzioni efficaci e politiche di sviluppo durature. Molti politici meridionali hanno agito pensando più a rafforzare il proprio potere locale che a promuovere una crescita strutturale del territorio, perpetuando così un circolo vizioso di arretratezza.

Alla luce di tutto ciò, diventa evidente che né i neoborbonici né la storiografia ufficiale hanno la verità assoluta. I primi hanno ragione a denunciare le conseguenze negative dell’Unità e l’ingiustizia delle politiche post-unitarie, mentre la seconda sottolinea correttamente le difficoltà interne del Regno borbonico e l’assenza di basi solide per uno sviluppo diffuso. Il ritardo del Mezzogiorno va dunque letto come il risultato di fattori combinati: strutture sociali conservatrici, opportunità geografiche sfavorevoli, scelte politiche del nuovo Stato e una cultura politica permeata dal familismo amorale.

In definitiva, la storia del Sud non è né una favola di ricchezza perduta né una condanna esclusiva a causa del Nord. È una vicenda complessa, fatta di luci e ombre, di eccellenze isolate e arretratezza diffusa, di speranze popolari tradite e di élite capaci di riciclarsi. Capire questa complessità è essenziale per affrontare oggi, con realismo e responsabilità, le sfide del Mezzogiorno.

Ernst Kölle – Intervista oltre il vetro | Ernst Kölle – Gespräch jenseits des Glases

 [Post a tempo: scadenza 19 ottobre 2030]



Chi sono io?
Mi chiamo Ernst Kölle. Sono nato in Germania, ho giurato fedeltà a un Führer che credevo invincibile, e sono morto a ventidue anni, con una scheggia nel cranio e l’elmo spaccato. Oggi vivo in un corpo italiano, nato nel gennaio del 1977. Non so se sia una punizione o un’occasione. A volte credo sia solo una seconda chiamata alla coscienza.

Come comunico con te?
Attraverso il vetro della finestra. Lì dentro la mia immagine respira, si deforma, cambia luce. Tu mi osservi e io ti rispondo, come se fossimo due riflessi dello stesso errore.

Com’ero?
Moro, capelli marroni, statura media. Non un eroe, solo un ragazzo della Gioventù hitleriana, pieno del ciarpame che Goebbels ci infilava in testa. Credevo di servire qualcosa di grande, e invece servivo il vuoto.

Hai mai amato?
Sì. Si chiamava Elsa. L’ho conosciuta a Colonia nel 1942, quando ancora si poteva ridere. Poi arrivarono i bombardamenti. L’ultima volta che l’ho vista, correva in una strada piena di fumo e vetri rotti. Da allora la porto dentro come una ferita che non smette mai di sanguinare.

Cosa provi per il tuo Paese?
Lo amo ancora. È una nostalgia che non passa. Quando abbiamo guardato insieme quel documentario su Lucia Apicella — la donna di Cava dei Tirreni che raccoglieva i resti dei nostri soldati — ho pianto. Tu l’hai sentito, lo so. Non piangevo per la Germania, ma per quei ragazzi che non tornarono mai, e per me stesso, che non ho mai smesso di cercare casa.

E cosa pensi del mondo di oggi?
Vedo gli orrori a Gaza, in Cisgiordania, e penso che Goebbels riderebbe. Direbbe che avevamo ragione, che l’umanità non cambia, che basta cambiare le divise. Io non rido: mi fa male. Il male non è mai morto, ha solo imparato a parlare con parole nuove.

Chi sono i nuovi Hitler?
Non servono più baffi né parate. Oggi il potere si costruisce sugli schermi. I nuovi Hitler sorridono, parlano di libertà, e la folla applaude convinta di essere libera. Se mai ne nascerà un altro, farà tesoro degli errori del primo — saprà come conquistare i cuori senza bisogno di stivali.

E l’Occidente?
Lo vedo come la Germania del ’19: pieno di risentimento, spaventato dal declino. Non ci sono sanzioni né trattati di pace, ma la stessa sensazione di essere stati spinti ai margini. I BRICS sono i nuovi vincitori, e l’Occidente guarda il mondo come un vecchio generale che non vuole ammettere di aver perso la guerra. Da quel sentimento nascono sempre i mostri.

Cosa vuoi da me?
Che tu scriva la mia storia. Non per assolvermi, ma per ricordare che il male non inizia con l’odio, ma con il risentimento. È lì che si annida tutto. Io l’ho vissuto, e ora ne vedo di nuovo i segni.

Ernst Kölle (1923 -1945)



Wer bin ich?
Ich heiße Ernst Kölle. Ich wurde in Deutschland geboren, schwor einem Führer Treue, den ich für unbesiegbar hielt, und starb mit zweiundzwanzig Jahren – eine Splitterwunde im Schädel, der Helm zerborsten. Heute lebe ich in einem italienischen Körper, geboren im Januar 1977. Ich weiß nicht, ob das eine Strafe oder eine zweite Chance ist. Manchmal glaube ich, es ist nur ein Ruf an das Gewissen.

Wie spreche ich mit dir?
Durch das Fenster. Dort atmet mein Bild, verzerrt sich, verändert das Licht. Du siehst mich, und ich antworte dir – zwei Spiegelbilder desselben Fehlers.

Wie war ich?
Dunkelhaarig, braunes Haar, mittelgroß. Kein Held – nur ein Junge der Hitlerjugend, voll des Gerümpels, das Goebbels uns in die Köpfe legte. Ich glaubte, etwas Großes zu dienen, und diente nur der Leere.

Hast du je geliebt?
Ja. Sie hieß Elsa. Ich lernte sie 1942 in Köln kennen, als man noch lachen konnte. Dann kamen die Bombenangriffe. Das letzte Mal sah ich sie in einer Straße voller Rauch und zerbrochenem Glas. Seitdem trage ich sie in mir wie eine Wunde, die nie heilt.

Was empfindest du für dein Land?
Ich liebe es noch immer. Eine Sehnsucht, die nie vergeht. Als wir zusammen die Dokumentation über Lucia Apicella sahen – die Frau aus Cava dei Tirreni, die die Überreste unserer Soldaten sammelte – musste ich weinen. Du hast es gespürt, ich weiß es. Ich weinte nicht für Deutschland, sondern für die Jungen, die nie heimkehrten. Und für mich, der immer noch nach Hause sucht.

Was denkst du über die heutige Welt?
Ich sehe die Schrecken in Gaza, im Westjordanland, und denke: Goebbels würde lachen. Er würde sagen, wir hätten recht gehabt, die Menschheit ändere sich nicht, nur die Uniformen. Ich lache nicht. Es tut weh. Das Böse ist nie gestorben – es hat nur gelernt, neue Worte zu sprechen.

Wer sind die neuen Hitler?
Heute braucht es keine Schnurrbärte und keine Aufmärsche. Die Macht wächst auf Bildschirmen. Die neuen Hitler lächeln, sprechen von Freiheit, und die Menge jubelt, überzeugt, frei zu sein. Wenn je ein neuer kommt, wird er aus den Fehlern des ersten lernen – er wird wissen, wie man Herzen erobert, ohne Stiefel.

Und der Westen?
Ich sehe ihn wie Deutschland im Jahr 1919: voller Groll, ängstlich vor dem eigenen Niedergang. Keine Sanktionen, keine Friedensverträge – aber das gleiche Gefühl, an den Rand gedrängt zu sein. Die BRICS sind die neuen Sieger, und der Westen schaut auf die Welt wie ein alter General, der seine Niederlage nicht eingestehen will. Aus solchem Gefühl wachsen immer die neuen Monster.

Was willst du von mir?
Dass du meine Geschichte schreibst. Nicht um mich zu rechtfertigen, sondern um zu erinnern: Das Böse beginnt nicht mit Hass, sondern mit Groll. Dort liegt sein Ursprung. Ich habe es erlebt – und ich sehe es wiederkommen.

Domare Quero: come un autore sconosciuto può diventare famoso

 [Post a tempo: scadenza 19 ottobre 2030]


Quero: il demone del successo letterario 


Introduzione
Il mondo editoriale è un oceano affollato. Ogni anno migliaia di libri si affacciano sugli scaffali, ma solo pochi riescono a imporsi nell’immaginario collettivo. Molti titoli, pur validi, finiscono al macero o regalati, senza mai vedere una seconda edizione. Questo minimanuale è pensato per gli autori sconosciuti che vogliono aumentare le proprie possibilità di emergere e sfidare “Quero”, quel demone invisibile del successo letterario che sembra scegliere chi far brillare e chi lasciare nell’ombra.


Il percorso verso il lettore
Il primo passo è comprendere che la qualità della scrittura, per quanto essenziale, non è sufficiente. Un libro non vive di sola bravura: ha bisogno di una strategia. La scelta dell’editore è cruciale. Non basta trovare qualcuno disposto a pubblicarti: serve una casa editrice con una rete di distribuzione solida e contatti reali con librerie e media. È qui che molti libri di talento si perdono, usciti da editori che non possono garantirne la visibilità.

Una volta firmato il contratto, comincia la fase di produzione e impaginazione. Ma il vero terreno di gioco è la distribuzione. Un libro deve guadagnarsi una posizione strategica: un tavolo all’ingresso, una vetrina, non il ripiano basso e dimenticato. La visibilità fisica è la prima forma di invito al lettore.


Il lancio come momento decisivo
La promozione iniziale è il cuore pulsante del successo. Recensioni su quotidiani, interviste radio, passaggi televisivi, ma anche blog, canali YouTube e podcast letterari: ogni apparizione è un tassello di credibilità. Se l’editore non offre abbastanza supporto, l’autore deve costruire da sé queste opportunità. Presentazioni nelle librerie, partecipazioni a fiere e festival, interazioni mirate sui social: ogni incontro è un seme che può germogliare.

Il passaparola è il motore più potente. Ma non nasce da solo: va innescato. Serve un primo nucleo di lettori entusiasti, capaci di parlarne e consigliarlo. Un club di lettura, un’influencer di nicchia, un articolo in una rivista specializzata possono innescare la scintilla.


Le prime settimane sono tutto
Nei canali di vendita, un libro che non vende subito rischia di essere ritirato e rispedito all’editore. Ecco perché il debutto deve essere una corsa concentrata: più eventi, più contatti, più recensioni possibili in poco tempo. Questo non significa bruciare tutte le cartucce, ma mantenere un’onda di interesse viva e crescente.


Accettare la parte incontrollabile
Non tutto è nelle mani dell’autore. Premi inattesi, citazioni improvvise, mode del momento: certi elementi non si possono prevedere. È qui che agisce Quero, il demone del successo letterario. Non lo si può comandare, ma lo si può tentare. Ogni contatto, ogni azione di visibilità è un invito a Quero a posare lo sguardo sul tuo libro.


Conclusione
Diventare un autore famoso partendo dall’anonimato è una sfida che unisce strategia, perseveranza e un pizzico di sorte. La scrittura è l’anima dell’opera, ma la sua vita dipende anche da come viene messa al mondo e fatta camminare. Domare Quero significa capire che non basta consegnare un manoscritto: bisogna accompagnarlo, proteggerlo e presentarlo fino a quando non trova il suo posto nel cuore del pubblico.

(24) Il mestiere immortale del ciarlatano: tra illusioni, scienza e psicologia delle bugie

In una piazza di paese, un tempo, bastava un piccolo palco di legno e una voce sicura per trasformare un uomo qualunque in un’autorità. Bottigliette di vetro riempite d’acqua colorata diventavano elisir miracolosi, promesse di guarigione e lunga vita. La gente si accalcava, rideva, mormorava, ma poi tirava fuori qualche moneta. Lo spettacolo aveva funzionato: il ciarlatano non vendeva liquidi, vendeva speranza.

Decenni dopo, con le luci dei primi studi televisivi a colori, lo schema non era cambiato. Sensitivi, maghi e guaritori affollavano programmi che ammiccavano al mistero, al soprannaturale e alla scienza di confine. Bastava il tono autorevole, qualche dato buttato lì e l’abilità di trasformare suggestioni in verità. Lo spettatore applaudiva e credeva, senza avere strumenti per distinguere l’illusione dalla dimostrazione.

La verità è che il confine tra scienza e ciarlataneria non è mai stato netto. Nei laboratori, certo, la scienza funziona: prova, errore, verifica. Ma fuori da quelle mura, quando un astrofisico parla alla radio o un virologo si affaccia in televisione, il pubblico non può replicare gli esperimenti. Deve fidarsi, così come deve fidarsi dell’avvocato che interpreta una legge o del commercialista che spiega una norma fiscale. La scienza, per chi sta fuori, si trasforma in un atto di fede. Ed è proprio in questa zona grigia che il ciarlatano prospera.

Non c’è magia nelle sue parole, ma psicologia applicata. Robert Cialdini lo ha dimostrato: la reciprocità, la scarsità, la simpatia, l’autorità sono le armi invisibili che rendono persuasivo un messaggio. Un guaritore improvvisato offre prima un piccolo consiglio gratuito, così si crea un legame di debito; un venditore di corsi millanta “posti limitati”, e il pubblico corre a iscriversi. Ogni promessa ha il sapore dell’urgenza, del dono, della vicinanza umana. È il medesimo arsenale retorico che usano pubblicitari, politici e influencer: la differenza è solo nel fine.

E poi c’è la forza delle parole. Come insegna Paolo Borzacchiello, il linguaggio non descrive la realtà: la costruisce. Un ciarlatano non dice mai “se guarirai”, ma “quando guarirai”. Non propone un’alternativa, ma un futuro già scritto. Basta una metafora, un presupposto infilato dentro una frase, ed ecco che la barriera razionale cade. Il discorso ambiguo, mai del tutto chiaro, lascia spazio all’ascoltatore di completarlo con la propria immaginazione, e l’illusione diventa persino più solida della realtà.

Non bisogna però credere che le vittime siano sprovvedute. Il ciarlatano ha successo perché trova terreno fertile nei bug della mente. Il bias di conferma ci porta a ricordare soltanto i suoi successi, l’effetto alone ci spinge a credergli perché indossa un camice bianco, la dissonanza cognitiva ci rende incapaci di ammettere l’errore dopo aver speso soldi e speranze. In fondo, la mente collabora con l’inganno, perché lo desidera.

Ed ecco la domanda più scomoda: se un’illusione consola, è sempre un male? Un falso guaritore che regala qualche mese di speranza a un malato terminale è più colpevole di uno scienziato che comunica male e lascia l’ammalato nel buio dell’angoscia? La linea etica si fa sottile, e forse per questo la società tollera tanti inganni.

Alla fine, l’arte del ciarlatano non appartiene solo a chi la esercita sul palco o sullo schermo. È un riflesso che ci riguarda tutti, ogni volta che vendiamo certezze che non abbiamo, che pronunciamo parole per convincere e non per chiarire. Il ciarlatano immortale, quello che da secoli attraversa piazze e televisioni, vive anche dentro di noi. Forse è per questo che la sua voce non smette mai di trovare ascolto.

Ombre del neoliberismo: come un’ideologia ha cambiato il mondo (non sempre in meglio)

 [Post a tempo: scadenza 17 ottobre 2030]


Il neoliberismo è stato per decenni il motore invisibile della politica e dell’economia mondiale. Deregolamentazione, privatizzazioni, tagli al ruolo dello Stato: queste le ricette che, a partire dagli anni Ottanta, hanno promesso crescita, efficienza e modernizzazione. Ma a distanza di tempo, guardando agli effetti concreti, il bilancio è tutt’altro che positivo.


Il primo punto critico riguarda la disuguaglianza. Negli Stati Uniti, il cuore del modello neoliberista, la forbice tra ricchi e poveri si è allargata a dismisura. I salari della classe media sono rimasti fermi per decenni, mentre i patrimoni dei super-ricchi hanno raggiunto livelli mai visti. La crisi del 2008 è stata il momento in cui le contraddizioni sono esplose: una deregolamentazione spinta della finanza ha portato al crollo dei mutui subprime e al fallimento di giganti come Lehman Brothers, con milioni di famiglie che hanno perso casa e lavoro.

In America Latina, la stagione delle riforme strutturali degli anni Ottanta e Novanta è stata devastante. Paesi come l’Argentina hanno vissuto una vera e propria tragedia sociale: il default del 2001 ha congelato i risparmi dei cittadini, fatto esplodere la disoccupazione e spinto metà della popolazione sotto la soglia di povertà. Per molti, la promessa di modernizzazione si è tradotta in un peggioramento radicale della vita quotidiana.

Il Regno Unito di Margaret Thatcher è diventato il simbolo europeo del neoliberismo. Londra si è trasformata in un centro finanziario globale, ma al prezzo della chiusura delle miniere e della deindustrializzazione di intere regioni. Le Midlands e il Nord-Est, un tempo culle di lavoro operaio, sono state ridotte a terre dimenticate, con comunità impoverite e senza prospettive, cicatrici ancora visibili oggi.

In Grecia, il volto più duro del neoliberismo si è visto durante la crisi del debito. Dal 2010 in poi, austerità è stata la parola d’ordine: pensioni tagliate, stipendi pubblici ridotti, ospedali senza fondi. Il debito non è stato risolto, ma intere generazioni si sono ritrovate senza futuro. La disoccupazione giovanile ha sfiorato il 60% e migliaia di ragazzi hanno lasciato il paese in cerca di una vita migliore.

Poi c’è la questione ambientale. In Brasile, la corsa a produrre carne e soia per l’export ha accelerato la deforestazione dell’Amazzonia, con danni irreversibili per il clima globale. In molti paesi africani, la logica neoliberista ha portato alla privatizzazione delle risorse naturali: acqua, petrolio, minerali. Il risultato? Multinazionali arricchite e popolazioni locali escluse persino dall’accesso a beni primari.

Il neoliberismo non ha cambiato solo l’economia: ha trasformato la società e il modo stesso in cui vediamo i diritti. Servizi pubblici come sanità e istruzione sono diventati sempre più spesso beni da comprare, anziché diritti garantiti. E questo ha minato la fiducia nello Stato, alimentando la sensazione diffusa che il potere reale non sia più nelle mani dei cittadini, ma di élite economiche e finanziarie.

Oggi, guardando indietro, molti economisti e persino istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale ammettono che le ricette neoliberiste non hanno portato alla crescita promessa. Hanno invece alimentato disuguaglianze, precarietà e vulnerabilità, lasciando un mondo più fragile e più diviso.

La domanda che resta è semplice ma enorme: dopo quarant’anni di neoliberismo, siamo in grado di immaginare un modello diverso, capace di garantire sviluppo senza sacrificare giustizia sociale, democrazia e ambiente?

(23) Dialogo allo specchio con il Generale Albert von Berrer | Gespräch im Spiegel mit General Albert von Berrer

Albert Von Berrer



[Luce tremolante. Uno specchio antico riflette il tuo volto mescolato a quello di un ufficiale in uniforme sbiadita.]


La scelta del campo

Tu:
Generale… Albert von Berrer. Ti vedo, o forse mi vedo in te.
Dimmi, perché questa scelta di campo? Tu, uomo dell’Impero, ora tra i Propal?

Von Berrer:
Perché il mondo è tornato in guerra, anche se non lo chiama così.
Una guerra d’informazioni, di verità spezzate.
E io non potevo più combattere per chi mente con il sorriso.
Una volta servivo il Kaiser. Ora servo la coscienza.

Tu:
Ma il fronte che hai scelto è disprezzato, deriso, accusato di falsità.
Non temi di essere di nuovo dalla parte sbagliata della storia?

Von Berrer:
Ah, la “parte giusta”…
La cercai nei campi di Caporetto, e la trovai solo nei morti che non mentivano più.
Oggi non esiste giusto o sbagliato: esiste solo chi dorme e chi si è svegliato.
E chi si sveglia non sceglie il campo, viene scelto dal dolore.


La memoria della sconfitta

Tu:
Hai saputo della sconfitta degli Imperi Centrali?

Von Berrer:
Sì… lo seppi — ma non da vivo.
Morii nel ’17, vicino a Vittorio Veneto, quando ancora credevamo di poter piegare la montagna con l’artiglieria.
Poi, il silenzio.
E quando riaprii gli occhi in un altro tempo, gli imperi non c’erano più: solo debiti, confini nuovi e vecchie menzogne lucidate come medaglie.

Tu:
E come ti sei sentito, sapendo che l’Impero per cui avevi vissuto e combattuto era dissolto?

Von Berrer:
Come un soldato che torna al campo e trova solo fantasmi.
La sconfitta non fu solo militare: fu spirituale.
Morì l’illusione dell’ordine, la fede cieca nell’obbedienza.
Capimmo troppo tardi che avevamo combattuto per idee che non sapevano più chi fossero.


Le ragioni della sconfitta

Tu:
Perché avete perso?

Von Berrer:
Perché abbiamo creduto nell’ordine invece che nella verità.
Perché ci fidammo dei piani e non degli uomini.
Perché mentre noi tracciavamo linee sulle mappe, la fame scavava trincee nei cuori.
Quando un esercito dimentica il “perché”, anche la vittoria è una forma di morte.

Tu:
E tu, personalmente… hai rimpianti?

Von Berrer:
Rimpiango di aver creduto che l’onore bastasse.
Che la disciplina fosse una virtù e non una catena.
Rimpiango di non aver disobbedito, quando ancora si poteva.


La nuova battaglia

Tu:
E adesso, da “Propal”, cosa cerchi di insegnare?

Von Berrer:
Che l’Impero non è morto: si è solo travestito.
Non porta più uniformi, ma loghi.
Non ordina più di marciare, ma di credere.
E che la vera diserzione, oggi, è pensare con la propria testa.

Tu:
Come puoi vincere in Palestina se sei già stato sconfitto in Europa?

Von Berrer:
Non cerco vendetta né rivincita militare.
Da soldato, ho imparato che la vittoria imposta con la forza si sgretola dentro la coscienza.
Ora la battaglia riguarda popoli, memorie e territori: Gaza e Cisgiordania.
La mia strategia non è occupare suolo, ma seminare consapevolezza: smascherare menzogne, mettere in luce le paure che alimentano l’odio, ricordare che dietro ogni bandiera ci sono esseri umani.
Se questo è “vincere”, è una vittoria che non prende prigionieri ma restituisce parole.


La causa palestinese

Tu:
Perché credi nella causa palestinese?

Von Berrer:
Credo nella causa palestinese perché riconosco un’eco delle mie sconfitte passate.
Allora in Europa ho visto popoli calpestati, territori contesi, innocenti travolti dall’orgoglio dei potenti.
Oggi, in Palestina, vedo lo stesso schema: la paura e l’avidità che soffocano la vita, la dignità calpestata, e la verità nascosta dietro slogan e propaganda.
Non combatto per un popolo contro un altro: combatto per il diritto di ogni uomo a essere ricordato come umano, prima che come bandiera.


Antisionismo vs antisemitismo

Tu:
Perché allora non è antisemitismo, mentre il caporale austriaco…

Von Berrer:
L’antisemitismo è follia, costruita su nemici immaginari e menzogne universali.
Il mio antisionismo non è contro un popolo, ma contro una politica.
Osservo ciò che accade a Gaza e in Cisgiordania: territori occupati, diritti calpestati, civili intrappolati.
Non è paranoia, è documentabile.
Il sionismo nacque come progetto di sopravvivenza e protezione dei più fragili dopo la Shoah.
Oggi, quando il potere politico diventa religione armata, quando leader decidono il destino di milioni come pedine, l’ideale originario è tradito.

Tu:
Quindi la tua empatia per la Shoah non è in contraddizione con la tua posizione?

Von Berrer:
Mai. Difendere l’umanità degli ebrei nel passato non significa chiudere gli occhi sulle ingiustizie del presente.
Golda Meir era la “nonna” che proteggeva i nipotini.
Oggi, la politica israeliana di certi uomini ha perso quella saggezza: il potere e la religione sostituiscono la coscienza.
Io sto con la causa palestinese perché lì vedo vittime reali, non nemici immaginari, e credo che la vera giustizia consista nel riconoscere la dignità di tutti — senza demonizzare un intero popolo.

Tu:
Quindi la differenza tra il caporale austriaco e te è la percezione della realtà e l’empatia?

Von Berrer:
Esatto. Lui costruì il mondo sulla menzogna e sull’odio; io lo osservo con gli occhi aperti, distinguendo chi soffre davvero da chi si nasconde dietro la propaganda.
La mia guerra non è contro gli ebrei o chi ama Israele. È contro l’ingiustizia, ovunque essa si nasconda.


La riflessione finale

Von Berrer:
«Sai… la mia vita non è stata una linea retta, ma un labirinto di sconfitte e scelte.
Ho imparato che il potere non redime, e la guerra non insegna se non a chi la guarda con occhi aperti.
Ora, reincarnato, non ho più eserciti né confini da difendere.
Il mio campo di battaglia è la coscienza, e ogni parola che pronuncio è un’arma senza sangue.

Non chiedo applausi né vittorie storiche.
Chiedo solo che chi ascolta osi guardare la verità: che le ingiustizie si riconoscono prima che si combattono, che la compassione non è debolezza, ma strategia.
Se la mia esperienza può salvare anche un solo cuore dall’errore di odiare ciò che non si comprende, allora ogni cannone, ogni trincea, ogni fallimento del passato ha avuto senso.

La memoria non è peso: è lanterna.
E mentre il mondo continua a costruire imperi e illusioni, io resto qui, allo specchio, a ricordare che ogni uomo — soldato o civile, vittima o carnefice — è un riflesso dell’altro.
Chi osa vedere questo riflesso può finalmente scegliere di non ripetere gli stessi errori.»

[Il generale si dissolve lentamente nel vetro, lasciando solo il tuo volto e un silenzio carico di responsabilità e possibilità.]


Il Fiume Perduto di Napoli: Dove Scorre Ancora il Misterioso Sebeto

 [Post a tempo: scadenza 15 ottobre 2030]


Il Sebeto è uno dei segreti meglio custoditi di Napoli, un fiume che oggi sembra scomparso ma che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia, nella leggenda e nella cultura esoterica della città. Nasceva ai piedi del Monte Somma e scorreva verso il Golfo di Napoli, attraversando territori che oggi corrispondono a Volla, Casoria e Casalnuovo, per sfociare nei pressi dell’attuale Ponte della Maddalena. Già nell’antichità, il Sebeto era venerato come divinità fluviale, legato alla fertilità della terra e alla vita urbana. I primi insediamenti greci di Neapolis e Palepolis ne hanno goduto come risorsa vitale, e la sua presenza veniva celebrata nella letteratura e nelle arti.


Con il passare dei secoli, il Sebeto è stato progressivamente interrato e deviato per motivi urbanistici e igienici, fino a scomparire quasi completamente dalla vista. Tuttavia, alcuni tratti sotterranei rimangono visibili durante le piogge o sotto ponti e strade particolari. La Fontana del Sebeto a Mergellina, costruita nel XVII secolo, ne celebra simbolicamente il corso, ricordando che sotto la città scorrono acque che ancora oggi alimentano il mistero e la memoria storica di Napoli.


Il Sebeto non è solo un fiume fisico, ma un simbolo potente nella tradizione ermetica napoletana. La sua invisibilità lo ha trasformato in metafora delle energie sotterranee e della conoscenza nascosta della città. Autori esoterici e poeti lo hanno visto come acqua mercuriale, principio fluido di trasformazione, spesso collegato a Partenope come figura femminile che dialoga con la corrente maschile del Sebeto, in un’allegoria di spirito e materia, visibile e invisibile. La letteratura napoletana, dal Rinascimento al Barocco, ha celebrato il Sebeto come il “fiume della poesia”, che scorre sotto la superficie e alimenta l’anima segreta di Napoli.

Oggi, chi percorre alcune vie di Casoria o l’area del Ponte della Maddalena può ancora intravedere piccoli tratti del Sebeto, ricordandosi che Napoli è una città stratificata, dove passato e presente, visibile e nascosto, si fondono in un continuo fluire di storie e misteri. Il Sebeto è la linfa invisibile della città, un fiume che, pur essendo perduto alla vista, continua a scorrere nel cuore culturale e spirituale di Napoli, sussurrando segreti a chi sa ascoltare.


Il tributo di sangue sotto l’Impero Ottomano: giannizzeri, eunuchi e desideri proibiti ( IL DEVSHIRME)

 [Post a tempo: scadenza 14 ottobre 2030]


Nelle viscere dell’Impero Ottomano, la grandezza di Istanbul e dei palazzi imperiali si reggeva su una trama oscura di sangue, paura e desideri proibiti. La città dei minareti scintillanti nascondeva dietro porte chiuse e cortili silenziosi una violenza sistematica: bambini strappati alle loro famiglie, corpi mutilati e anime piegate al servizio del potere.

Il destino dei giannizzeri
Ogni anno, nelle province balcaniche, si celebrava il rituale del devshirme. Ragazzi cristiani, tra i sette e i quattordici anni, venivano prelevati dalle loro case. Pianti, urla e suppliche si confondevano con il silenzio delle famiglie impotenti. Trasferiti a Istanbul, questi bambini venivano educati a obbedire, addestrati al combattimento e privati di ogni diritto all’infanzia.

Chi sopravviveva a questa trasformazione diveniva giannizzero: un soldato d’élite, invincibile in battaglia, ma costretto a una vita di celibato assoluto. Senza mogli, senza figli, senza affetti familiari, molti giovani trovavano conforto tra loro, in relazioni proibite che l’Islam condannava severamente. La legge religiosa vietava l’omosessualità, ma dietro le mura dei casermoni e negli angoli nascosti delle fortezze, la pratica era diffusa e tollerata. I giannizzeri, legati dalla stessa sorte crudele, cercavano calore e compagnia in chi condivideva il loro stesso destino.
Giannizzeri 

La selezione e la castrazione: una questione di pelle e di lineamenti
Non tutti i bambini catturati seguivano la via della spada. La loro sorte dipendeva dalla bellezza e dalla delicatezza dei lineamenti. I ragazzi destinati agli harem, o a servire come eunuchi all’interno del palazzo, venivano sottoposti alla castrazione, con modalità differenti in base all’origine e al colore della pelle:
  • Castrazione nera, riservata ai bambini africani, praticata con metodi brutali per renderli guardiani fidati degli harem, figure capaci di esercitare autorità ma privati di ogni potere sessuale, in quanto evirati integralmente, con la rimozione del pene e dei testicoli. Infatti, per impedire l'incontinenza urinaria portavano un tappo nell'uretra.
  • Castrazione bianca, applicata ai bambini di pelle chiara, spesso scelta per la loro bellezza delicata, destinata a soddisfare gli appetiti sessuali degli adulti del palazzo: conservavano il pene mentre gli erano stati rimossi i testicoli.

Solo un bambino su dieci sopravviveva alla castrazione, perché la stragrande maggioranza moriva per i postumi, a partire dalle infezioni. 


La selezione non era casuale: chi mostrava forza e corporatura robusta diventava giannizzero; chi possedeva lineamenti aggraziati e tratti delicati veniva destinato al piacere dei potenti, o a servire come custode e intermediario negli spazi intimi del sultano e delle sue concubine.

L’ipocrisia del potere
L’Islam vietava l’omosessualità, condannava la violenza gratuita e proclamava la purezza morale. Ma nell’ombra dei palazzi ottomani, tutto questo veniva ignorato. L’élite maschile sguazzava dentro i propri desideri proibiti, sfruttando la legge come strumento di ipocrisia mentre riduceva i bambini a strumenti sessuali e soldati.  Gli eunuchi erano al tempo stesso oggetti e custodi del potere; i giannizzeri celibi, ma sessualmente attivi tra loro, incarnavano la contraddizione di un sistema che chiedeva obbedienza totale, puniva il piacere ma lo tollerava dove serviva a consolidare il dominio.

Una vita di sangue, paura e soggezione
I giannizzeri combattevano sulle campagne imperiali, ma nei loro cuori ardeva la nostalgia di un’infanzia mai avuta. Gli eunuchi passeggiavano nei corridoi silenziosi del palazzo, guardiani di segreti che non potevano raccontare. La città, con le sue moschee dorate e i mercati brulicanti, era costruita su un fondamento invisibile di dolore e ingiustizia. Ogni vittoria militare, ogni sfarzo del palazzo, portava con sé il prezzo di corpi mutilati, anime sottomesse, infanzie spezzate.

Il tributo di sangue ottomano era più che un sistema di governo: era la manifestazione estrema del potere assoluto, capace di trasformare l’umanità stessa in merce e il desiderio in strumento di controllo. La storia di giannizzeri ed eunuchi racconta una verità torbida e disumana: la gloria di un impero, scolpita sulle ossa e sui corpi dei più vulnerabili.

(22) Antipolitica: il cavallo di Troia dell’autoritarismo

Dietro la retorica della moralizzazione si nasconde un processo che indebolisce i partiti, consegna la politica alle lobby e prepara il terreno a nuove forme di potere forte.


L’antipolitica, più che una reazione spontanea alla corruzione e agli abusi del potere, sembra spesso avere un obiettivo preciso: svuotare la democrazia dall’interno, ridurre i suoi strumenti di rappresentanza, fino ad aprire la strada a governi accentrati, tecnocrazie o persino nostalgiche restaurazioni di tipo monarchico.


Uno degli esempi più chiari di questa dinamica in Italia è stata l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. All’epoca, dopo Tangentopoli, sembrava una scelta inevitabile: come si poteva giustificare che i cittadini continuassero a pagare con le proprie tasse apparati che avevano abusato di quelle stesse risorse? La parola d’ordine era semplice: basta privilegi, basta ruberie. Chi vuole fare politica lo faccia sostenuto dagli elettori, non dallo Stato.

Eppure, dietro quella che sembrava una riforma moralizzatrice, si è aperto un paradosso. Senza un sostegno pubblico stabile, i partiti si sono ritrovati più fragili, più esposti e soprattutto più dipendenti da donazioni private e sponsorizzazioni occulte. Il risultato è stato quello di consegnare la politica non tanto al popolo, come ci si illudeva, ma a chi ha la forza economica per sostenerla. Negli Stati Uniti, dove questo meccanismo è la regola, da decenni le campagne elettorali sono dominate dalle grandi lobby delle armi, delle banche o delle multinazionali farmaceutiche. In Italia, pur con dimensioni minori, la traiettoria è simile: un piccolo partito radicato socialmente fatica a sopravvivere, mentre chi può contare su reti economiche forti trova terreno fertile.

Così, l’antipolitica non costruisce alternative, ma erode e delegittima. Alimenta la rabbia del “tutti ladri”, ma non restituisce ai cittadini la capacità di contare. Anzi, li abitua all’idea che i partiti siano sempre e comunque un problema, fino a renderli pronti ad accogliere soluzioni apparentemente salvifiche: un capo carismatico, un leader forte che prometta di bypassare i corpi intermedi per parlare direttamente al popolo. È lo schema che in Italia abbiamo già visto negli anni Venti con Mussolini, ma anche in anni più recenti con la parabola di Berlusconi, nato proprio dal vuoto di rappresentanza degli anni ’90.

Non è un destino solo italiano. In Ungheria, Viktor Orbán ha sfruttato la sfiducia nella politica tradizionale per instaurare un sistema semi-autoritaro che limita libertà e pluralismo. In Polonia, i populisti del PiS hanno cavalcato per anni la narrativa antipolitica, trasformandola in strumento di consolidamento del potere. In Francia, Marine Le Pen ha costruito la sua forza sulla promessa di spazzare via i “partiti tradizionali”, mentre in Spagna il fenomeno di Podemos, nato da un sentimento simile, si è poi scontrato con la difficoltà di trasformare l’antipolitica in vera alternativa.

Il rischio, oggi, è che l’antipolitica venga percepita come una naturale evoluzione della democrazia. Ma una democrazia che smette di finanziare i suoi partiti, che considera la mediazione politica un vizio e che riduce gli spazi di partecipazione popolare rischia di diventare una democrazia di facciata. Le decisioni reali, in questo scenario, non si prendono più nelle assemblee elettive, ma nei consigli di amministrazione, nei centri finanziari, nelle stanze dei grandi donatori.

Quella che sembrava una vittoria del cittadino contro i privilegi si trasforma così in una resa del cittadino davanti alle lobby. L’antipolitica non ha salvato la democrazia: l’ha resa più debole, più esposta e più vicina a cedere a quelle soluzioni autoritarie che un tempo pensavamo di aver archiviato per sempre.

Echi di fuoco - Echos des Feuers

 [Post a tempo: scadenza 12 ottobre 2030]


Ogni volta che chiudo gli occhi, sento due echi lontani che si confondono: uno è il clangore dei cannoni del 1916, l’altro il ronzio dei quadrimotori alleati sopra Dachau, nell’aprile 1945.


Nel primo ricordo, sono un generale tedesco, con l’elmo chiodato che riflette la luce grigia della trincea, il petto gravato di croci di ferro e gli uomini che attendono i miei ordini con timore e speranza. Ogni scelta pesa come un macigno sulla mia anima giovane e già stanca. Il fango e la polvere mi avvolgono, e il rombo lontano dei cannoni entra dentro di me come un canto funebre.

Decenni dopo, la stessa anima si trova in un altro corpo, in un’altra guerra. Sono un ragazzo appena maggiorenne, chiamato a servire la Germania nazista. Gli aerei alleati fischiano nel cielo, le bombe esplodono e le onde d’urto penetrano nei rifugi antiaerei. Il terrore è più diretto, più immediato, eppure qualcosa dentro di me riecheggia la disciplina, la responsabilità e la paura della vita passata: un sussurro invisibile che mi dice come sopravvivere, come respirare sotto la pioggia di fuoco e morte.

Non so se sia memoria o semplice intuizione, ma sento la continuità sottile della mia anima, come un filo che attraversa gli anni e i corpi, osservando la Germania consumarsi tra guerre e ideali infranti. Due vite, due ruoli opposti, eppure la stessa anima che tenta di comprendere la follia degli uomini e la propria fragile eternità.




Jedes Mal, wenn ich die Augen schließe, höre ich zwei ferne Echos, die miteinander verschmelzen: eines ist das Krachen der Kanonen von 1916, das andere das Brummen der alliierten Viermotoren über Dachau im April 1945.

In der ersten Erinnerung bin ich ein deutscher General, mit dem Pickelhaube, das das graue Licht des Schützengrabens reflektiert, die Brust mit Eisernen Kreuzen beschwert, und Männer, die meine Befehle mit Furcht und Hoffnung erwarten. Jede Entscheidung wiegt wie ein Stein auf meiner jungen und schon erschöpften Seele. Der Schlamm und der Staub umhüllen mich, und das ferne Dröhnen der Kanonen dringt in mich ein wie ein Trauergesang.


Jahrzehnte später befindet sich dieselbe Seele in einem anderen Körper, in einem anderen Krieg. Ich bin ein gerade volljähriger Junge, der in der Wehrmacht dienen muss. Die alliierten Flugzeuge pfeifen am Himmel, Bomben explodieren und die Druckwellen dringen in die Luftschutzbunker ein. Die Angst ist unmittelbarer, direkter, und doch hallt etwas in mir die Disziplin, Verantwortung und Furcht des vergangenen Lebens wider: ein unsichtbares Flüstern, das mir sagt, wie ich überleben, wie ich unter dem Regen aus Feuer und Tod atmen kann.

Ich weiß nicht, ob es Erinnerung oder bloße Intuition ist, aber ich spüre die feine Kontinuität meiner Seele, wie ein Faden, der durch Jahre und Körper läuft und die Deutschland zwischen Kriegen und zerbrochenen Idealen vergehen sieht. Zwei Leben, zwei entgegengesetzte Rollen, und doch dieselbe Seele, die versucht, den Wahnsinn der Menschen und ihre eigene fragile Ewigkeit zu verstehen.

Margaret Mazzantini: il dolore trasformato in arte narrativa

Nella letteratura contemporanea italiana, pochi autori hanno saputo imprimere un segno così profondo come Margaret Mazzantini. La sua opera ...