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(5) Scrivere per sé stessi, scrivere per gli altri: il viaggio di uno scrittore


Scrivere è un atto intimo, quasi sacro. È come tenere un diario segreto, dove parole e pensieri trovano rifugio. Ma quando si scrive un libro o un blog, quella segretezza svanisce: chiunque può entrare, scoprire, leggere. A volte arriva attraverso un motore di ricerca, altre volte spinto da una recensione o dalla curiosità.

Il lettore fa un investimento prezioso: il suo tempo. Anche se un libro costa pochi euro, quei minuti o ore dedicati alla lettura sono un dono che merita rispetto. Eppure spesso noi scrittori dimentichiamo che ogni lettore ha un solo testo da leggere alla volta. La scelta è soggettiva, certo, ma dietro c’è anche un mix di marketing e, soprattutto, di fortuna sfrontata.

La fortuna, quella vera, è come il sei al Superenalotto: imprevedibile, ingiusta a volte, eppure decisiva. E questo vale anche per i libri. È doloroso pensare a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il cui capolavoro Il Gattopardo fu scoperto solo dopo la sua morte. Un successo mondiale che lui non poté mai godere.

Scrivere è soprattutto per sé, ma anche per quei pochi – o tanti – che apprezzeranno il nostro lavoro ora o in futuro. Anche se solo dieci persone acquistano un libro alla fine di una presentazione, è un risultato. Lo stesso vale per chi visita un blog e ne esce arricchito.

Non bisogna fermarsi al primo romanzo, né al secondo. Il talento va coltivato, giorno dopo giorno, pagina dopo pagina. La fede – per chi la ha – ci ricorda che questo dono è uno strumento della Provvidenza, al di là di successi immediati o insuccessi.

Io stesso ho cambiato approccio: ho smesso di sentirmi uno “sfigato” per quei due libri – un manuale di self-help e un romanzo – che non hanno sfondato. Ho deciso di regalare copie, di continuare a scrivere, e soprattutto di firmarmi con un nome unico: Ettore Alpi. Nessuno all’anagrafe con questo nome, nessuno come me.

Scrivere resta un cammino da percorrere, con o senza gloria. Perché alla fine, è l’amore per le parole a guidarci. E forse, un giorno, la fortuna sfrontata bacerà anche noi. 

Il libro che non doveva essere scritto

 [Post a tempo: scadenza 15 febbraio 2028]


Ho il PC pieno di libri già pronti per il selfpublishing. Centinaia di pagine, file ben ordinati, idee già sviluppate, parole pensate per un pubblico che forse non esiste più — o che, semplicemente, non mi interessa più raggiungere.

Eppure non riesco a pubblicarli.
Non perché non siano “abbastanza buoni”, ma perché non mi ci riconosco più.
Sono il frutto di un’altra versione di me. Uno che scriveva per affermarsi, per condividere, forse anche per spiegare. Ma ora?

Ora mi sento seduto in contemplazione. Guardo la vita scorrere e non trovo più nulla da dire. Non perché non ci sia nulla da raccontare, ma perché sento che non serve. O forse, semplicemente, non mi interessa più aggiungere rumore al rumore.

La verità?
Forse non ho più niente da dire al prossimo.
Forse sono diventato lettore, non autore. Osservatore, non oratore. E va bene così.


La scrittura come saccenza


Scrivere un libro è spesso un atto di saccenza.

Lo dico senza rancore, ma con disillusione. Il 99% degli scrittori crede di avere qualcosa da insegnare agli altri. Ma pochi hanno davvero qualcosa di così profondo da meritare d'essere condiviso. Gli altri? Riempiono scaffali. Fanno rumore.

A volte penso che la vera saggezza sia restare in silenzio.
Lasciare che ognuno impari da solo, leggendo direttamente la vita.
Perché chi sale in cattedra con troppa facilità spesso rivela solo la propria ignoranza.


E se il silenzio fosse l’opera?

E allora, perché non pubblicare proprio questo?
Un’opera senza arroganza. Un libro senza contenuto, solo contemplazione.
Una raccolta di pensieri su ciò che non vale la pena dire, su ciò che si comprende solo stando zitti.

Non per spiegare.
Non per convincere.
Ma solo per testimoniare che c’ero, e che ho imparato a tacere.


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