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(99) Silvia Salis, il “campo largo” e il vuoto della politica italiana

Da qualche tempo, negli ambienti politici e giornalistici, si fa sempre più insistente il nome di Silvia Salis come possibile candidata del centrosinistra alle elezioni politiche del 2027. L’attuale sindaco di Genova viene descritta come il profilo capace di unire le varie anime del cosiddetto “campo largo”, quella formula politica che dovrebbe tenere insieme Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, sinistra ecologista e aree moderate progressiste in funzione alternativa al centrodestra guidato da Giorgia Meloni.

L’ipotesi non nasce dal nulla. In un’epoca in cui la politica si muove sempre più sul terreno della percezione, dell’immagine e della comunicazione emotiva, Silvia Salis appare come una figura potenzialmente molto spendibile. Non proviene dalle vecchie correnti della sinistra tradizionale, ha un linguaggio meno ideologico, un profilo istituzionale rassicurante, una storia personale legata allo sport e un’immagine pubblica relativamente nuova rispetto ai volti consumati della politica nazionale. Per questo, una parte del mondo progressista la considera una possibile risposta alla forza comunicativa della Meloni.


Il problema, però, è capire se questa operazione possa trasformarsi in qualcosa di più di una semplice strategia elettorale. Perché una leadership può anche vincere le elezioni, ma governare un Paese richiede una visione storica, culturale e sociale che oggi sembra mancare non solo al centrosinistra italiano, ma in generale a gran parte della politica occidentale.

Negli ultimi decenni la sinistra italiana ha subito una trasformazione profonda. Il vecchio asse costruito intorno al lavoro, ai salari, ai diritti sociali, alla partecipazione collettiva e alla rappresentanza delle classi popolari si è progressivamente indebolito. Al suo posto si è affermata una nuova cultura politica centrata prevalentemente sui diritti civili, sull’inclusione, sulle battaglie identitarie, sull’europeismo morale e sulla comunicazione etica. Temi importanti, certamente, ma che spesso non riescono a parlare alle fasce sociali più fragili, ai lavoratori impoveriti, alle periferie economiche e culturali del Paese.

Una volta la sinistra italiana parlava il linguaggio della fabbrica, del quartiere popolare, della mobilità sociale, della questione meridionale e dell’uguaglianza materiale. Oggi, almeno nella percezione di molti cittadini, sembra parlare soprattutto il linguaggio delle grandi aree urbane istruite, dei ceti professionali e delle minoranze culturali più sensibili ai temi simbolici. È qui che si è consumata una frattura politica enorme, forse la più importante degli ultimi vent’anni.

Molti elettori che un tempo si riconoscevano naturalmente nella sinistra hanno smesso di votare, oppure si sono rivolti a forze populiste e sovraniste. Non necessariamente perché abbiano cambiato valori profondi, ma perché non si sentono più rappresentati sul piano materiale ed esistenziale. In molte zone popolari del Paese si è diffusa la sensazione che la sinistra abbia smesso di comprendere il disagio economico reale delle persone comuni. Ed è in questo vuoto che la destra ha costruito la propria avanzata.

La forza politica di Giorgia Meloni, infatti, non deriva soltanto dai risultati di governo, che tra difficoltà economiche, compromessi europei e limiti strutturali non sono stati rivoluzionari. La sua forza deriva soprattutto dall’aver costruito una narrazione identitaria capace di parlare emotivamente a una parte consistente del Paese. Meloni ha saputo dare rappresentazione culturale a milioni di persone che si percepivano marginalizzate o disprezzate da una certa élite politica e mediatica. Ha restituito loro un senso di appartenenza, indipendentemente dai risultati concreti raggiunti.

È questo il punto che spesso il centrosinistra continua a sottovalutare. Le persone non chiedono soltanto misure economiche; chiedono anche riconoscimento, identità, dignità simbolica. La destra contemporanea, in Italia come altrove, ha capito che una comunità nazionale si costruisce prima di tutto attraverso il sentimento di essere visti e ascoltati. La sinistra, invece, appare spesso tecnocratica, moralistica o distante, incapace di produrre una grande narrazione collettiva.

In questo contesto emerge la figura di Silvia Salis. Il suo nome rappresenta il tentativo di costruire una leadership nuova, più moderna, meno divisiva e più presentabile mediaticamente rispetto ad altri esponenti del centrosinistra. È, sotto molti aspetti, un’operazione politica perfettamente coerente con la fase storica attuale, nella quale il leader conta più del partito e la comunicazione conta più dell’ideologia.

Tuttavia il rischio è evidente. Una coalizione costruita principalmente attorno a un volto rischia di consumarsi rapidamente se dietro quell’immagine non esiste una vera idea di Paese. Il cosiddetto “campo largo” tiene insieme culture politiche molto differenti: progressisti liberali, cattolici sociali, ambientalisti, post-comunisti, grillini, europeisti moderati e sinistra radicale. Una simile alleanza può forse vincere contro qualcuno, ma governare richiede molto di più che un semplice collante anti-Meloni.

Il nodo centrale resta infatti irrisolto: quale modello di sviluppo vuole proporre il centrosinistra all’Italia dei prossimi decenni? Quale idea di lavoro, di industria, di Stato sociale, di scuola, di identità nazionale e di rapporto tra individuo e comunità? Quale risposta offre al declino del ceto medio, alla precarizzazione del lavoro, alla crisi demografica e al senso crescente di insicurezza sociale?

Su questi temi il dibattito progressista appare spesso fragile o confuso. E qui si intravede il limite potenziale anche di una candidatura come quella di Silvia Salis. Una leadership può certamente nascere attraverso una forte operazione comunicativa, ma senza una visione storica rischia di esaurire rapidamente la propria spinta. La politica contemporanea è piena di figure costruite come simboli di rinnovamento che, una volta arrivate al governo, hanno mostrato l’assenza di una struttura culturale profonda.

In questo senso il paragone con altre esperienze internazionali viene quasi naturale. Negli ultimi anni molti leader occidentali sono stati costruiti più come “brand politici” che come interpreti di grandi culture storiche. La personalizzazione ha sostituito l’appartenenza ideologica e la comunicazione ha preso il posto della militanza. Ma le leadership durature, nella storia italiana, sono state quasi sempre quelle capaci di incarnare una frattura reale della società: Berlinguer con la questione morale e il mondo del lavoro, Craxi con la modernizzazione socialista, Berlusconi con la rivoluzione liberale-mediatica, la stessa Meloni con la destra identitaria post-establishment.

La domanda allora diventa inevitabile: quale frattura storica rappresenterebbe Silvia Salis? Quale nuova idea d’Italia incarnerebbe davvero?

Per ora non esiste una risposta chiara. Ed è proprio questa incertezza a rendere il dibattito così interessante. Perché il problema della politica italiana non sembra più essere soltanto la scelta del leader, ma il vuoto culturale che attraversa quasi tutte le forze politiche. Un vuoto che viene spesso coperto con slogan, narrazioni emotive e operazioni di marketing elettorale, ma che riemerge puntualmente quando si tratta di governare processi storici complessi.

Gli italiani, oggi, sembrano molto più concreti di quanto certa politica immagini. Alla fine continuano a giudicare i governi sulla base di questioni essenziali: salari, sanità, costo della vita, lavoro, prospettive per i figli, sicurezza economica e mobilità sociale. Chi riuscirà a collegare questi bisogni materiali a una narrazione collettiva credibile potrebbe davvero aprire una nuova fase politica. Chi invece si limiterà alla gestione dell’immagine rischierà di consumarsi rapidamente, lasciando dietro di sé un’ulteriore ondata di disillusione e sfiducia.

Dalla difesa della razza a lustrascarpe di Netanyahu

 [Post a tempo: scadenza 5 agosto 2030]


Come la destra italiana è passata da Giorgio Almirante a Giorgia Meloni



C’erano una volta la Patria, la sovranità, l’onore nazionale. C’erano le parole dure di chi si opponeva sia all’imperialismo americano sia all’internazionalismo sovietico. C’era una destra “terzaforzista”, che rifiutava di scegliere tra est e ovest, tra Mosca e Washington, e che talvolta flirtava con i regimi panarabisti in nome dell’anti-globalismo. Quella destra si chiamava MSI e aveva in Giorgio Almirante il suo portabandiera.

Almirante, figura controversa e storicamente ingombrante, fu segretario di redazione de “La Difesa della Razza” negli anni ’30, organo ufficiale del razzismo fascista. Dopo la guerra fondò il Movimento Sociale Italiano, raccogliendo reduci della RSI e nostalgici del regime. Un partito che si proclamava nazionale, sociale, identitario, antisistema. Rifiutava l’antifascismo come fondamento della Repubblica, denunciava le foibe, l’esodo giuliano-dalmata e il “tradimento” dei partiti del CLN.


E oggi?

Oggi quella destra è diventata Fratelli d’Italia, e il suo leader – Giorgia Meloni – bacia la mano a Netanyahu, si allinea senza una piega alle posizioni di Washington, Tel Aviv e Bruxelles, e firma impegni atlantici senza esitazioni. La sovranità è piegata ai trattati europei, l’identità nazionale è ridotta a slogan da palco, e le dichiarazioni sulla “civiltà giudaico-cristiana” fanno impallidire anche i più atlantisti dei democristiani di una volta.

Nel giro di 70 anni, la destra italiana è passata:

  • dalla difesa del sangue e della razza alla retorica “pro-Israele a prescindere”;
  • dall’antisemitismo biologico all’ebraismo come pilastro identitario dell’Occidente;
  • dall’autarchia e dalla sovranità economica al pieno appoggio al libero mercato, alla NATO e al neoliberismo.

Certo, i tempi cambiano, e ogni partito ha il diritto di rinnovarsi. Ma qui non si tratta di evoluzione, bensì di mutazione profonda, quasi genetica. Non è un cammino lineare: è un ribaltamento.

Chi una volta si proclamava erede della RSI, oggi è complice delle strategie americane in Europa e nel Mediterraneo, sostenitore senza riserve di Zelensky, e paladino dell’occidentalismo senza identità.


Dalla tribuna al TikTok: la premier-influencer

Nel frattempo, il linguaggio si è fatto spettacolo. Il contenuto ha ceduto il passo alla comunicazione istintiva. Giorgia Meloni non è solo la leader di un partito di governo: è diventata un brand, un personaggio da social, una figura che alterna citazioni di Tolkien a video ammiccanti, slogan virali e clip emozionali da centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Matteo Renzi, che di comunicazione politica se ne intende, l’ha definita "L'influencer", sintetizzando bene il clima: la sostanza ideologica è secondaria, l’estetica digitale è tutto. La premier si rivolge al “popolo” come una creator, non come una statista: dice ciò che funziona, misura il consenso in like e visualizzazioni, e plasma il suo patriottismo su misura per l’algoritmo.

Risultato? Una leadership emotiva, epidermica, dove il patriottismo diventa intrattenimento e il consenso è questione di engagement, non di radicamento. Così, mentre l’Italia assiste a un restringimento degli spazi democratici, la retorica della “nazione sovrana” si consuma in diretta stories.


Un patriottismo usa-e-getta?

“Dalla difesa della razza a lustrascarpe di Netanyahu” non è solo una provocazione retorica. È il riassunto amaro di una parabola politica che ha barattato la coerenza ideologica con il potere, la memoria con la convenienza, la nazione con il globalismo mascherato.

Il vecchio MSI, con tutte le sue colpe, non avrebbe mai obbedito senza discutere a Bruxelles, Tel Aviv o Washington. Oggi invece, la destra “sovranista” governa con la bandiera italiana in mano e i piani NATO in tasca.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...