Visualizzazione post con etichetta polarizzazione politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta polarizzazione politica. Mostra tutti i post

(92) Dal sogno americano all’incubo ateniese: il crepuscolo di una democrazia imperiale

Per oltre un secolo il cosiddetto sogno americano ha rappresentato non solo un modello sociale interno, ma anche un orizzonte simbolico globale. L’idea che chiunque potesse elevarsi grazie al lavoro e alla libertà individuale ha alimentato generazioni di migranti, investitori, intellettuali e semplici cittadini. Oggi, però, quello stesso sogno sembra essersi incrinato. Negli Stati Uniti, la fiducia collettiva nella possibilità di ascesa sociale è ai minimi storici, la classe media si erode, le disuguaglianze esplodono. A questo quadro economico e sociale si somma una polarizzazione politica che ricorda più le convulsioni di una repubblica in crisi che la solidità di una superpotenza.

L’America che si affaccia al XXI secolo non è più quella che aveva imposto il proprio modello al mondo dopo il 1945, né quella che aveva trionfato sull’URSS negli anni ’90. È un’America divisa, affaticata, spesso incapace di generare un consenso condiviso persino sui fondamenti della convivenza civile. La radicalizzazione del discorso pubblico, incarnata da movimenti come Make America Great Again, non promette un ritorno a un’età dell’oro, ma piuttosto un irrigidimento identitario, più vicino a un’ossessione nostalgica che a un progetto politico di lungo respiro.

Allegoria della decadenza statunitense 

Il parallelo storico con la Grecia classica, e in particolare con Atene, è suggestivo. Atene, culla della democrazia e dell’arte, visse un secolo di splendore ma, dopo la sconfitta nella guerra del Peloponneso, cadde sotto il regime oligarchico dei Trenta Tiranni. Non si trattò solo di un cambio di regime: fu il segnale del tramonto di un sistema che aveva creduto di essere eterno. La città che aveva dettato legge a mezzo mondo ellenico si ritrovò divisa, impoverita, priva della fiducia in sé stessa.

Oggi gli Stati Uniti non sono una polis, ma un impero globale. Tuttavia, la dinamica presenta echi inquietanti. L’erosione della legittimità democratica è ormai palpabile: cresce la sfiducia nelle istituzioni, nelle elezioni, nella stampa, e un capitale di fiducia che, una volta perso, è difficile ricostruire. La polarizzazione interna trasforma democratici e repubblicani non più in due poli dialettici di un sistema, ma in due comunità ostili che si delegittimano a vicenda, proprio come avvenne tra democratici e oligarchici ad Atene. A ciò si aggiunge il progressivo declino dell’egemonia globale, così come Atene perse il primato culturale e militare. Anche Washington si trova oggi contestata da nuove potenze come la Cina e l’India, oltre che da una crescente autonomia dei partner europei e asiatici. Infine, l’accentramento del potere economico nelle mani di pochi colossi tecnologici e finanziari apre lo scenario di una post-democrazia in cui la forma sopravvive, ma la sostanza scivola verso una gestione elitaria.

La domanda cruciale è se l’America riuscirà, come altre volte nella sua storia, a reinventarsi, trovando una nuova sintesi tra libertà e giustizia sociale, oppure se il suo destino sarà quello di una lenta deriva verso una democrazia svuotata, ostaggio di oligarchie e leader carismatici pronti a trasformare la paura in consenso.

Il mito del sogno americano non è solo un fatto interno: la sua crisi ha implicazioni globali. Un’America ripiegata su sé stessa e instabile trascinerebbe con sé il sistema internazionale costruito attorno alla sua egemonia. Il rischio è un mondo multipolare non cooperativo, ma frammentato, in cui la transizione di potere si accompagni a conflitti, nuove guerre fredde e regimi sempre più illiberali.

Forse, dunque, non è azzardato dire che oggi ci troviamo a vivere il nostro “momento ateniese”. La domanda che resta aperta è se sapremo apprendere dalla storia, o se, ancora una volta, saremo costretti a riviverla.

(52) L’America si distruggerà da sola? Wang Huning e la profezia della nuova guerra civile

Quando nel 1991 Wang Huning, allora giovane professore cinese di scienze politiche, pubblicò America contro America, nessuno immaginava che quel libro, frutto di sei mesi passati a girare università, biblioteche e periferie degli Stati Uniti, sarebbe diventato uno dei testi più citati per capire non solo la Cina di oggi, ma anche il futuro dell’America. Wang non era un semplice accademico: i suoi occhi di straniero colsero contraddizioni che molti americani preferivano ignorare. La sua tesi era chiara e radicale: l’America non sarà sconfitta da un nemico esterno, ma da se stessa. Se mai ci sarà una nuova guerra civile, non nascerà dall’invasione di un esercito straniero, bensì dalle fratture interne di un Paese che ha fatto dell’individualismo la sua religione.

Wang Huning


Wang rimase colpito dalla potenza creativa degli Stati Uniti: Silicon Valley, i campus pullulanti di idee, la ricchezza diffusa nelle grandi metropoli. Ma dietro questa vetrina scintillante intravide le ombre. Nelle periferie di New York o di Chicago, annotò il degrado, la povertà estrema, la ghettizzazione. Nelle strade di Los Angeles vide le tensioni razziali esplodere in scontri che prefiguravano un tessuto sociale sull’orlo della lacerazione. Per lui, la vera contraddizione era questa: una nazione che si presenta al mondo come modello di libertà e progresso, ma che convive con disuguaglianze così radicali da minare la sua stessa sopravvivenza.

Il politologo cinese sottolineava come la democrazia americana, tanto celebrata, avesse in sé una pericolosa fragilità. Il ciclo elettorale continuo costringe i leader a pensare solo al breve periodo, sacrificando la capacità di affrontare i problemi strutturali. Le fazioni politiche, più che dialogare, si combattono come tribù nemiche. Per Wang, questo non era pluralismo, ma una lenta degenerazione verso il conflitto permanente. E quella che lui chiamò “America contro America” oggi sembra descrivere perfettamente il clima di polarizzazione che attraversa il Paese: repubblicani contro democratici, città contro campagne, élite cosmopolite contro masse impoverite.

Gli avvenimenti degli ultimi anni sembrano scritti come una postfazione al libro di Wang. Le rivolte di Ferguson e Minneapolis, le proteste del movimento Black Lives Matter, l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: tutti segnali che confermano quanto la coesione nazionale americana sia fragile. Una nazione divisa non ha bisogno di un nemico esterno per cadere: basta che le sue contraddizioni interne esplodano. E Wang lo aveva visto trent’anni prima, passeggiando tra i grattacieli e i ghetti delle metropoli americane.

La sua “profezia” non è una condanna, ma un avvertimento. L’America può scegliere di ricomporre le sue fratture, oppure può continuare a vivere in una guerra latente con se stessa. Se il sogno americano si spezzerà, non sarà colpa della Cina, né della Russia, né di un nemico lontano: sarà stata la mano degli stessi americani a scrivere la sceneggiatura della propria autodistruzione.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...