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(24) Il mestiere immortale del ciarlatano: tra illusioni, scienza e psicologia delle bugie

In una piazza di paese, un tempo, bastava un piccolo palco di legno e una voce sicura per trasformare un uomo qualunque in un’autorità. Bottigliette di vetro riempite d’acqua colorata diventavano elisir miracolosi, promesse di guarigione e lunga vita. La gente si accalcava, rideva, mormorava, ma poi tirava fuori qualche moneta. Lo spettacolo aveva funzionato: il ciarlatano non vendeva liquidi, vendeva speranza.

Decenni dopo, con le luci dei primi studi televisivi a colori, lo schema non era cambiato. Sensitivi, maghi e guaritori affollavano programmi che ammiccavano al mistero, al soprannaturale e alla scienza di confine. Bastava il tono autorevole, qualche dato buttato lì e l’abilità di trasformare suggestioni in verità. Lo spettatore applaudiva e credeva, senza avere strumenti per distinguere l’illusione dalla dimostrazione.

La verità è che il confine tra scienza e ciarlataneria non è mai stato netto. Nei laboratori, certo, la scienza funziona: prova, errore, verifica. Ma fuori da quelle mura, quando un astrofisico parla alla radio o un virologo si affaccia in televisione, il pubblico non può replicare gli esperimenti. Deve fidarsi, così come deve fidarsi dell’avvocato che interpreta una legge o del commercialista che spiega una norma fiscale. La scienza, per chi sta fuori, si trasforma in un atto di fede. Ed è proprio in questa zona grigia che il ciarlatano prospera.

Non c’è magia nelle sue parole, ma psicologia applicata. Robert Cialdini lo ha dimostrato: la reciprocità, la scarsità, la simpatia, l’autorità sono le armi invisibili che rendono persuasivo un messaggio. Un guaritore improvvisato offre prima un piccolo consiglio gratuito, così si crea un legame di debito; un venditore di corsi millanta “posti limitati”, e il pubblico corre a iscriversi. Ogni promessa ha il sapore dell’urgenza, del dono, della vicinanza umana. È il medesimo arsenale retorico che usano pubblicitari, politici e influencer: la differenza è solo nel fine.

E poi c’è la forza delle parole. Come insegna Paolo Borzacchiello, il linguaggio non descrive la realtà: la costruisce. Un ciarlatano non dice mai “se guarirai”, ma “quando guarirai”. Non propone un’alternativa, ma un futuro già scritto. Basta una metafora, un presupposto infilato dentro una frase, ed ecco che la barriera razionale cade. Il discorso ambiguo, mai del tutto chiaro, lascia spazio all’ascoltatore di completarlo con la propria immaginazione, e l’illusione diventa persino più solida della realtà.

Non bisogna però credere che le vittime siano sprovvedute. Il ciarlatano ha successo perché trova terreno fertile nei bug della mente. Il bias di conferma ci porta a ricordare soltanto i suoi successi, l’effetto alone ci spinge a credergli perché indossa un camice bianco, la dissonanza cognitiva ci rende incapaci di ammettere l’errore dopo aver speso soldi e speranze. In fondo, la mente collabora con l’inganno, perché lo desidera.

Ed ecco la domanda più scomoda: se un’illusione consola, è sempre un male? Un falso guaritore che regala qualche mese di speranza a un malato terminale è più colpevole di uno scienziato che comunica male e lascia l’ammalato nel buio dell’angoscia? La linea etica si fa sottile, e forse per questo la società tollera tanti inganni.

Alla fine, l’arte del ciarlatano non appartiene solo a chi la esercita sul palco o sullo schermo. È un riflesso che ci riguarda tutti, ogni volta che vendiamo certezze che non abbiamo, che pronunciamo parole per convincere e non per chiarire. Il ciarlatano immortale, quello che da secoli attraversa piazze e televisioni, vive anche dentro di noi. Forse è per questo che la sua voce non smette mai di trovare ascolto.

(4) Politica e ciarlataneria: l’ultima zona franca della competenza

Tempo fa, entrando in contatto con l’Associazione Internazionale Filomati, mi fu proposto un ragionamento tanto semplice quanto spiazzante:

“Tu per fare il commercialista hai studiato, fatto un tirocinio, superato un esame di Stato. Lo stesso vale per medici, avvocati, architetti. Persino per i mestieri artigianali esiste un percorso di apprendistato. Solo il mestiere di politico è esonerato da tutto questo. Chiunque goda dei diritti civili può candidarsi, basta che raccolga abbastanza voti.”

A distanza di anni, non posso che riconoscerne la verità. La politica è, in effetti, l’ultima professione che non richiede alcuna preparazione formale, alcuna esperienza, nessuna verifica delle competenze. Basta avere visibilità, clientela, o semplicemente fortuna, e si può scalare le istituzioni: dal consiglio di quartiere fino ai palazzi del potere.

Ma c’è di più. Il mestiere di politico non è solo privo di regole, è parente stretto di un altro antico mestiere: quello del ciarlatano.

Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza all’articolo 121 vieta l’attività di chi promette guarigioni e soluzioni miracolose senza titolo né scienza. Eppure, sotto mentite spoglie, la figura del ciarlatano ha trovato rifugio in mille forme moderne: non più solo maghi, cartomanti e finti guaritori, ma anche influencer travestiti da esperti, finti economisti, e, appunto, politici improvvisati.

Molti di loro non riuscirebbero nemmeno a leggere un oroscopo senza incepparsi, eppure gestiscono bilanci pubblici, normano la vita di milioni di persone, siedono nei parlamenti. Perché? Perché sono stati votati, anche se “più insipidi di un cetriolo”.

La democrazia ha molti pregi, ma tra i suoi difetti c’è questo: il consenso può legittimare anche la mediocrità, se non la totale incompetenza.


Certo, ogni tanto emergono delle “mosche bianche”: politici veri, talenti naturali, statisti con visione e spessore. Ma sono l’eccezione, non la regola. Nella maggior parte dei casi, la politica è diventata un rifugio per chi altrove sarebbe inadeguato, un palcoscenico per chi ha più voce che cervello, più ambizione che preparazione.

E il risultato è sotto gli occhi di tutti: anni e anni passati all’insegna del “campa cavallo che l’erba cresce”, tra slogan vuoti, promesse irrealizzabili e una perenne assenza di responsabilità.

Allora sì, forse è il momento di dirlo chiaramente:

senza una scuola della politica, senza una formazione civica e culturale seria, il mestiere del politico è indistinguibile da quello del ciarlatano. Cambia solo il microfono.

E in un mondo dove ogni parola pubblica diventa legge, e ogni decisione ha un peso sociale, forse è il caso di cominciare a chiedersi se la politica possa ancora permettersi questo lusso.


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