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(57) La libertà non viaggia in parata: modernità, controllo e desiderio di autonomia nel mondo multipolare

L’idea che un Gay Pride possa un giorno sfilare a Teheran, Mosca o Pechino viene spesso evocata come simbolo di una presunta occidentalizzazione inevitabile del pianeta. In realtà, questa immagine dice molto più delle nostre categorie mentali che dei processi reali in corso. Ridurre le trasformazioni globali a una marcia trionfale dei valori occidentali significa non cogliere la natura profonda del cambiamento, che non procede per imitazione culturale ma per crisi interne, adattamenti forzati e conflitti latenti tra potere e società.


La libertà, intesa come bisogno di autodeterminazione, non è un’esclusiva dell’Occidente né un prodotto d’esportazione. È una tensione antropologica che emerge ogni volta che sistemi politici fortemente centralizzati cercano di governare società sempre più complesse, istruite e interconnesse. Internet, urbanizzazione, mobilità sociale e aspettative individuali agiscono come forze corrosive su modelli fondati sull’obbedienza verticale e sull’uniformità. Questo vale a Teheran come a Pechino, a Mosca come a qualunque altra metropoli globale. Ma il modo in cui questa tensione si manifesta dipende dalla storia, dalla cultura e dalle strutture di potere locali.

In Iran, ad esempio, le proteste cicliche non nascono da un’adesione ideologica all’Occidente, bensì dalla frattura tra una teocrazia rigida e una popolazione giovane, urbana e colta che vive quotidianamente una modernità negata sul piano simbolico e giuridico. In Russia, il richiamo ai “valori tradizionali” funziona come collante identitario e strumento di controllo in una fase di conflitto geopolitico, ma convive con una società che consuma cultura globale e sperimenta contraddizioni profonde tra propaganda e realtà. In Cina, infine, il Partito ha scelto una via diversa: concedere prosperità economica e mobilità materiale in cambio di una limitazione severa delle libertà politiche e simboliche, tentando di governare il desiderio più che reprimerlo apertamente.

In questo quadro, il Pride diventa spesso un totem, un segno caricato di significati che vanno oltre la questione dei diritti LGBTQ+. Per alcuni è l’emblema della libertà individuale, per altri un simbolo di decadenza morale o di ingerenza culturale straniera. Ma confondere il simbolo con il processo è un errore analitico. I diritti civili non avanzano perché una bandiera arcobaleno viene esposta, ma perché mutano i rapporti di forza tra Stato e società, perché emergono nuove soggettività che chiedono riconoscimento, perché i vecchi linguaggi del potere smettono di essere credibili.

Anche le narrazioni che attribuiscono queste trasformazioni a presunte entità occulte o a complotti globali finiscono per oscurare la realtà. Il mondo contemporaneo è plasmato da dinamiche strutturali ben visibili: capitalismo tecnologico, competizione tra grandi potenze, crisi demografiche, disuguaglianze crescenti e circolazione istantanea delle informazioni. Personalizzare o demonizzare questi processi in un nemico astratto non solo è infondato, ma impedisce di comprendere come e perché le società cambiano davvero.


La verità è che non esiste una linea retta che conduce tutte le culture verso un unico modello di libertà “alla occidentale”. Esistono invece percorsi ibridi, spesso contraddittori, in cui aperture e repressioni si alternano, e in cui il controllo si raffina tanto quanto il desiderio di autonomia. Se un giorno vedremo manifestazioni pubbliche di orgoglio e rivendicazione anche in contesti oggi impensabili, non sarà il segno di una vittoria culturale importata, ma l’esito di trasformazioni interne profonde, maturate nel tempo e pagate a caro prezzo.

La libertà non arriva in parata, preceduta da slogan e colori riconoscibili. Arriva quando un sistema non riesce più a contenere le vite che pretende di amministrare. E quando questo accade, le forme che assume sono sempre nuove, spesso scomode, e quasi mai conformi alle aspettative di chi guarda da lontano.

(22) Antipolitica: il cavallo di Troia dell’autoritarismo

Dietro la retorica della moralizzazione si nasconde un processo che indebolisce i partiti, consegna la politica alle lobby e prepara il terreno a nuove forme di potere forte.


L’antipolitica, più che una reazione spontanea alla corruzione e agli abusi del potere, sembra spesso avere un obiettivo preciso: svuotare la democrazia dall’interno, ridurre i suoi strumenti di rappresentanza, fino ad aprire la strada a governi accentrati, tecnocrazie o persino nostalgiche restaurazioni di tipo monarchico.


Uno degli esempi più chiari di questa dinamica in Italia è stata l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. All’epoca, dopo Tangentopoli, sembrava una scelta inevitabile: come si poteva giustificare che i cittadini continuassero a pagare con le proprie tasse apparati che avevano abusato di quelle stesse risorse? La parola d’ordine era semplice: basta privilegi, basta ruberie. Chi vuole fare politica lo faccia sostenuto dagli elettori, non dallo Stato.

Eppure, dietro quella che sembrava una riforma moralizzatrice, si è aperto un paradosso. Senza un sostegno pubblico stabile, i partiti si sono ritrovati più fragili, più esposti e soprattutto più dipendenti da donazioni private e sponsorizzazioni occulte. Il risultato è stato quello di consegnare la politica non tanto al popolo, come ci si illudeva, ma a chi ha la forza economica per sostenerla. Negli Stati Uniti, dove questo meccanismo è la regola, da decenni le campagne elettorali sono dominate dalle grandi lobby delle armi, delle banche o delle multinazionali farmaceutiche. In Italia, pur con dimensioni minori, la traiettoria è simile: un piccolo partito radicato socialmente fatica a sopravvivere, mentre chi può contare su reti economiche forti trova terreno fertile.

Così, l’antipolitica non costruisce alternative, ma erode e delegittima. Alimenta la rabbia del “tutti ladri”, ma non restituisce ai cittadini la capacità di contare. Anzi, li abitua all’idea che i partiti siano sempre e comunque un problema, fino a renderli pronti ad accogliere soluzioni apparentemente salvifiche: un capo carismatico, un leader forte che prometta di bypassare i corpi intermedi per parlare direttamente al popolo. È lo schema che in Italia abbiamo già visto negli anni Venti con Mussolini, ma anche in anni più recenti con la parabola di Berlusconi, nato proprio dal vuoto di rappresentanza degli anni ’90.

Non è un destino solo italiano. In Ungheria, Viktor Orbán ha sfruttato la sfiducia nella politica tradizionale per instaurare un sistema semi-autoritaro che limita libertà e pluralismo. In Polonia, i populisti del PiS hanno cavalcato per anni la narrativa antipolitica, trasformandola in strumento di consolidamento del potere. In Francia, Marine Le Pen ha costruito la sua forza sulla promessa di spazzare via i “partiti tradizionali”, mentre in Spagna il fenomeno di Podemos, nato da un sentimento simile, si è poi scontrato con la difficoltà di trasformare l’antipolitica in vera alternativa.

Il rischio, oggi, è che l’antipolitica venga percepita come una naturale evoluzione della democrazia. Ma una democrazia che smette di finanziare i suoi partiti, che considera la mediazione politica un vizio e che riduce gli spazi di partecipazione popolare rischia di diventare una democrazia di facciata. Le decisioni reali, in questo scenario, non si prendono più nelle assemblee elettive, ma nei consigli di amministrazione, nei centri finanziari, nelle stanze dei grandi donatori.

Quella che sembrava una vittoria del cittadino contro i privilegi si trasforma così in una resa del cittadino davanti alle lobby. L’antipolitica non ha salvato la democrazia: l’ha resa più debole, più esposta e più vicina a cedere a quelle soluzioni autoritarie che un tempo pensavamo di aver archiviato per sempre.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...