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(70) La Costituzione tra Sacralità e Riformismo

Per alcuni, la Costituzione Italiana è una sacra reliquia: toccarla sarebbe quasi un sacrilegio, come spostare la statua di San Pietro senza permesso. Ogni parola è sacra, e persino proporre una modifica agli articoli sugli organi dello Stato democratico è percepito come un affronto alla patria.


Per altri, invece, la Costituzione è un documento vivo, da aggiornare quando serve. Il problema è che “aggiornare” non sempre significa migliorare: l’ultima riforma del Titolo V, pensata per accontentare qualche leghista di turno, ha prodotto una confusione normativa degna di una puntata di Gomorra: Regioni con competenze sovrane che litigano col Governo centrale su sanità, trasporti e infrastrutture, cittadini costretti a fare avanti e indietro tra decreti regionali e nazionali.

Un esempio concreto è l’autonomia differenziata prevista dall’articolo 116, comma 3. In teoria, alcune Regioni possono gestire direttamente materie come istruzione, sanità e tributi. In pratica, significa che un bambino in Lombardia potrebbe avere una scuola più attrezzata di uno in Calabria, o che la sanità diventa un gioco a “chi ha più soldi, ha più ospedali”. In altre parole, il principio di uguaglianza davanti alla legge rischia di trasformarsi in una corsa a ostacoli geografica.

E le riforme costituzionali? Possibili, ma solo se c’è una convergenza ampia. L’articolo 138 non è un optional: serve a proteggere la Costituzione dai colpi di mano, dalle mode politiche e dalle maggioranze passeggere. Solo chi riesce a costruire un consenso che vada oltre l’esecutivo di turno può modificare davvero le regole fondamentali.

Per fortuna, rimangono fuori i monarchici, che l’articolo 139 condanna a… usare carri armati. Un avvertimento, ovviamente, a chi pensa di restaurare la corona con l’aiuto della fanteria.

In definitiva, la Costituzione italiana è un equilibrio delicato tra sacralità e pragmatismo: un tesoro da proteggere, ma non da fossilizzare. E, se proprio la si tocca, meglio farlo con attenzione… e con una buona dose di ironia.

Ascari del Nord: i meridionali che si sono venduti alla Lega

 [Post a tempo: scadenza 10 settembre 2031]

In oltre 160 anni di unità nazionale, il Mezzogiorno continua a vivere in uno stato di sudditanza istituzionalizzata. Nonostante le belle parole sull’unità, la solidarietà e la fratellanza, la realtà quotidiana racconta un’Italia spaccata in due: da una parte le regioni favorite, che godono di infrastrutture moderne, di autonomia finanziaria e di rappresentanza politica; dall’altra il Sud, sistematicamente marginalizzato e trasformato in una colonia interna.

Ascaro

Le responsabilità sono trasversali. Nessun partito nazionale, da destra a sinistra, ha dimostrato di voler realmente sanare il divario territoriale. Ogni governo ha fatto "figlio e figliastri", tutelando le Regioni più ricche e lasciando alle altre solo le briciole. Lo si vede nelle leggi di bilancio, nei fondi strutturali, nella distribuzione dei servizi essenziali, ma anche nella composizione degli esecutivi e nella Conferenza Stato-Regioni, dove le Regioni più forti impongono la linea.

Anche la rappresentanza politica riflette questa disparità. I Presidenti del Consiglio provenienti dal Centro-Nord si contano a decine. Dal Sud, pochi e spesso deboli, quasi mai veramente autonomi. Ai meridionali è stato concesso più spesso un ruolo decorativo: la Presidenza della Repubblica, quella del Senato o della Camera — onorificenze che non decidono le politiche, ma che aiutano a far credere che l'Italia sia una e indivisibile.

Lo schifo, però, si completa con la complicità criminale delle élite locali. Diciamolo senza giri di parole: i politici meridionali che hanno aderito alla Lega sono traditori del Sud. La Lega è il partito che ha insultato, denigrato e umiliato i meridionali per decenni. Ha sventolato il disprezzo come bandiera, invocando secessioni e diffondendo l’idea che il Sud fosse solo un peso.

Poi, quando il vento è cambiato, la Lega ha cambiato pelle. È sbarcata al Sud come un tempo Garibaldi. E ha trovato chi le aprisse le porte. Sindaci, assessori, consiglieri: una folla di moderni ascari pronti a inginocchiarsi pur di ottenere uno strapuntino di potere, un invito in TV, o una candidatura sicura.

Questi soggetti sono il peggio della classe dirigente meridionale. Non solo non difendono la propria terra, ma si fanno strumenti della sua sottomissione. Fingono di rappresentare il territorio, ma obbediscono ai comandi che arrivano da Milano, Bergamo, Varese. Sono burattini travestiti da politici.

Il risultato? Il Sud continua a emigrare, a spopolarsi, a morire di disillusione. Continua ad aspettare investimenti che non arrivano, infrastrutture che restano solo nei progetti, una politica che non sia schiava del Nord.

Ma forse è ora di smettere di aspettare. È il momento di smascherare i traditori. Di dire chiaramente che non esiste fratellanza se c'è chi si comporta da colonizzatore e chi, peggio, da servo felice del colonizzatore.

Il Sud non ha bisogno di mediatori del nulla. Ha bisogno di coraggio, di coscienza e di gente che non si pieghi per un piatto di lenticchie padane.

(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...