QUANDO IL LIBRO PRENDE IL VOLO

L’urgenza della scrittura



Non avevo scritto quel libro pensando ai numeri. Non immaginavo classifiche, tirature, recensioni. L’avevo scritto perché non riuscivo a farne a meno, come chi deve respirare. Sentivo che dentro di me c’era una verità, o almeno un’intuizione, che chiedeva di uscire, e non avrei avuto pace finché non l’avessi messa sulla pagina. Credevo che sarebbe stato letto da pochi, forse da una manciata di persone in sintonia con quelle parole. Mi bastava così: un piccolo atto di testimonianza, e nulla più.

La telefonata dell’editore

La sorpresa arrivò inaspettata. La prima edizione, duemila copie, sparì in poche settimane. Ricordo la telefonata dell’editore: aveva la voce eccitata, quasi incrinata dall’incredulità.
«Dobbiamo ristampare subito», mi disse. Io restai in silenzio, come se non capissi bene di che stesse parlando. La verità è che non ero preparato a immaginare un libro che comincia a camminare da solo.


Le lettere dei lettori

Poi arrivarono i messaggi. Persone sconosciute che mi scrivevano lettere lunghe, appassionate, raccontando come quelle pagine avessero illuminato un angolo della loro vita. Una donna mi confessò che grazie al libro aveva trovato la forza di lasciare un lavoro che la stava consumando. Un ragazzo mi disse che aveva ripreso a scrivere poesie. Leggevo tutto questo e mi domandavo: davvero ero stato io a generare un tale movimento interiore?


Una presentazione diversa

Un pomeriggio mi invitarono a presentare il libro in una piccola libreria di provincia. Già lo avevo fatto in precedenza in librerie,  associazioni e circoli letterari, facendomi io avanti con loro per promuovere il mio libro. Non mi vergogno a dire che di nascosto dall'editore avevo qualche volta  pagato chi mi ospitava, magari dando un contributo alla  sua associazione. Per questo, non mi aspettavo nessuno, al massimo una decina di sedie occupate. Questa volta fu diversa: la sala era piena. C’erano persone in piedi, con il libro stretto al petto, come se contenesse qualcosa di prezioso. Quando iniziai a parlare, le parole mi tremavano in gola. Alla fine della serata mi chiesero dediche, decine, una dopo l’altra. In quel momento compresi che il libro non era più soltanto mio. Era diventato parte della vita di chi lo leggeva.


Il passaparola

Nel giro di pochi mesi il titolo iniziò a comparire ovunque. Un blog ne parlò con entusiasmo, poi una radio locale, poi ancora una recensione su una rivista. Il passaparola correva più veloce di quanto potessi immaginare. Dopo un anno, le copie vendute superarono le diecimila. L’editore, che inizialmente mi aveva considerato una scommessa, ora parlava di traduzioni, nuove edizioni, progetti futuri. Io, che continuavo a scrivere la sera nello stesso angolo di casa, mi ritrovai a viaggiare, a partecipare a festival, a sedermi a tavoli dove prima non avevo voce.


Il rovescio della medaglia

Il successo, però, portava anche una nuova pressione. In certi momenti mi chiedevo: “E adesso? Cosa scriverò dopo? Sarò all’altezza?”. Era una paura sottile, che conviveva con lo stupore e la gioia. Cercavo di ricordarmi perché avevo iniziato: non per piacere al mercato, non per seguire un’aspettativa, ma perché la scrittura era la mia forma di respiro.


La nuova vita del libro

La mia vita quotidiana, in apparenza, rimaneva la stessa. Stessi orari, stessi gesti. Però dentro di me qualcosa era cambiato in modo irreversibile. Ero passato dall’essere uno scrittore per me stesso a diventare, senza volerlo, la voce di una comunità invisibile di lettori. Capivo che quel libro non mi apparteneva più: era un seme che aveva attecchito altrove, e che cresceva in forme che io non potevo prevedere.


Il senso ultimo

Non mi arricchii, e forse non era quello che cercavo, ma guadagnai qualcosa di più raro: la certezza che le parole, quando sono autentiche, possono trasformare non solo chi le scrive ma anche chi le riceve. Vedevo negli occhi dei lettori una luce che non dipendeva da me, ma da ciò che il libro aveva saputo risvegliare dentro di loro.
E allora capii: il libro aveva preso il volo. Io l’avevo soltanto lasciato andare.

Santi in Paradiso e Anime del Purgatorio: tra raccomandazioni e poteri invisibili

In Italia tutti cercano santi in Paradiso. Chi deve ottenere qualcosa sa che il merito da solo non basta: occorre avere l’amico giusto, il parente ben piazzato, il conoscente con un ufficio strategico. Liste d’attesa che si accorciano per chi ha il santo migliore, figli sistemati in posti impensabili, posizioni conquistate più grazie ai favori che alle competenze. All’estero, in Germania, la chiamano vitamina B; gli occhi stranieri si spalancano increduli di fronte a ciò che qui è quasi una tradizione, una rete invisibile di santi terreni che vegliano sugli uomini.

Ma io ho scoperto un altro tipo di potere, più antico e silenzioso: le Anime del Purgatorio. Spiriti senza diritto al Paradiso, dimenticati dagli uomini ma vigili sugli umili, che agiscono senza clamore, senza ambizioni, senza favoritismi. Non hanno uffici né titoli; muovono la realtà con leggerezza e precisione attraverso sincronicità, incontri casuali che casuali non sono, parole dette da sconosciuti che aprono porte chiuse, gesti minimi che cambiano il corso delle cose.

Ricordo una volta, in un vicolo stretto di Napoli, quando un uomo anziano mi sorrise e indicò una porta chiusa, dicendo soltanto “Prova lì”. Non c’era logica, non c’era interesse: il giorno dopo, quella porta si rivelò l’unica via per un’opportunità che avevo cercato per mesi. Nessun santo terreno avrebbe potuto orchestrare qualcosa di così invisibile e perfetto. Eppure accade, ogni giorno, sotto gli occhi di chi non sa guardare.

In un’altra occasione, una giovane barista, senza saperlo, pronunciò la frase giusta al momento giusto. Non era una raccomandazione, né un favore: era un atto spontaneo, insignificante per chiunque, ma decisivo per me. Oppure quella vicina di casa che mi parlò di una persona “che forse può aiutarti”, senza sapere quanto valesse davvero. Sono piccoli miracoli quotidiani, invisibili ma reali, orchestrati dalle Anime del Purgatorio.

Questi spiriti si muovono tra i vicoli, nelle chiese dimenticate, nei cimiteri trascurati, negli altari improvvisati. Sono più potenti del potere umano, perché non conoscono paura, ambizione o orgoglio. Mentre i santi terreni misurano la loro forza in titoli, raccomandazioni e influenza apparente, le Anime del Purgatorio lavorano nell’ombra, silenziose ma efficaci, modificando la realtà di chi sa riconoscerle.

Un giorno mi trovai in una piccola piazza, osservando un gruppo di persone che discuteva animatamente per un posto di lavoro pubblico. Tutti i santi terreni combattevano a colpi di potere e connessioni. Io, invece, mi limitai a camminare senza fretta; pochi minuti dopo, un uomo che avevo appena incrociato mi offrì un contatto fondamentale. Nessuna logica apparente, nessun favoritismo visibile: solo la mano delle Anime del Purgatorio che interveniva tra la folla e il caos del mondo.

E così, in un paese ossessionato dai santi terreni, ho imparato a contare su forze invisibili ma reali. Le Anime del Purgatorio sono custodi di un ordine segreto, antiche e silenziose, capaci di plasmare la vita con piccoli miracoli quotidiani. Ogni gesto, ogni incontro, ogni parola detta al momento giusto può diventare il loro strumento. Non le vedi, non le senti, ma le percepisci nei dettagli che cambiano tutto, nel sottile intreccio tra realtà e invisibile, dove il potere terreno si inchina, inconsapevole, davanti alla loro quieta grandezza.

Porte chiuse, occhi spalancati: Polanski e Kubrick alla soglia del millennio

Quando si parla di cinema e letteratura alla fine degli anni Novanta, c’è un dettaglio che colpisce: nel 1999 escono quasi in contemporanea due film diversissimi per stile e ambientazione, eppure intimamente collegati da una stessa ossessione. Da una parte Roman Polanski con La Nona Porta, liberamente tratto dal romanzo di Arturo Pérez-Reverte Il Club Dumas; dall’altra Stanley Kubrick con il suo testamento artistico, Eyes Wide Shut. Sullo sfondo di entrambi c’è un mondo che si prepara al nuovo millennio, tra timori apocalittici e desiderio di rivelazioni, un mondo che guarda alle soglie come luoghi di passaggio e di inquietudine.

Castello (Nove Porte)

Il romanzo di Pérez-Reverte era un gioco raffinato di specchi e rimandi: un giallo libresco, avventuroso e ironico, in cui i rimandi a Dumas e alla grande letteratura d’avventura ottocentesca si intrecciavano con la ricerca di un grimorio oscuro, Le Nove Porte del Regno delle Ombre. Polanski decide di eliminare la dimensione metaletteraria e di concentrarsi sull’elemento più perturbante, quello esoterico. Il suo film diventa un percorso iniziatico, un itinerario che non riguarda soltanto un libro proibito, ma la trasformazione interiore di chi lo cerca. Corso, il protagonista, parte come un mercenario della bibliofilia e si ritrova a percorrere un cammino alchemico fatto di prove, simboli e sacrifici. La domanda non è più se il libro sia autentico, ma se l’iniziato sia disposto a varcare la soglia.

Kubrick sceglie un altro terreno: quello del desiderio e del potere. Eyes Wide Shut racconta la discesa notturna del medico borghese Bill Harford in un mondo nascosto, fatto di rituali segreti, maschere veneziane e società occulte. Anche qui c’è una soglia da attraversare, una porta che si apre soltanto a chi osa infrangere le regole del quotidiano. Harford entra, ma non capisce; vede, ma non possiede. La sua esplorazione non lo conduce a un sapere definitivo, bensì a un confronto spietato con la fragilità del suo matrimonio, con l’ambiguità del desiderio e con la natura stessa del potere che regola le vite dall’ombra.

Eyes Wide Shut - Il Rituale

Se Polanski costruisce un film che parla la lingua dell’alchimia e dell’ermetismo, Kubrick utilizza il codice dell’eros e della psicanalisi freudiana. Eppure, entrambi raccontano lo stesso viaggio: quello dell’uomo che tenta di oltrepassare il velo della realtà ordinaria e che scopre, con dolore e stupore, che la verità non si trova all’esterno, ma dentro di sé. In La Nona Porta è il fuoco dell’ultima incisione a rivelare la vera natura dell’iniziazione: non si evoca il demonio, si risveglia l’anima. In Eyes Wide Shut è la confessione della moglie e il crollo delle certezze borghesi a dire che il rito più pericoloso non è quello dei palazzi segreti, ma quello che si consuma nell’intimità di una coppia.

È difficile credere che sia stata solo una coincidenza. Nel 1999, alla vigilia dell’anno 2000, due registi diversissimi hanno scelto di parlare delle stesse cose: la maschera, il rito, il segreto, la porta che non tutti possono varcare. Polanski e Kubrick hanno messo in scena, ciascuno a modo proprio, l’iniziazione proibita: uno attraverso i libri e il fuoco, l’altro attraverso i corpi e il desiderio. Entrambi hanno raccontato un mondo in cui la conoscenza vera non coincide con il potere, ma con la capacità di sopportare lo sguardo oltre il velo.

Il Club Dumas, nella sua forma originaria, giocava con la finzione e la letteratura, mescolando avventura e filologia; Polanski lo trasforma in un viaggio interiore, spogliato di ironia e reso oscuro e metafisico. Kubrick, invece, si appropria di un racconto di Arthur Schnitzler e lo rende parabola della società contemporanea, delle sue ipocrisie e dei suoi desideri repressi. Entrambi, tuttavia, arrivano allo stesso punto: l’uomo è un viandante davanti a porte chiuse, occhi spalancati ma incapaci di vedere fino in fondo. La verità non è un segreto da svelare in un libro proibito o in un palazzo aristocratico, ma una soglia che si apre solo dentro di noi, quando siamo pronti a guardare senza paura.

Napoli e il caro assicurazioni: il primato amaro delle polizze più care d’Italia

Premi alle stelle, truffe e disparità territoriali

Guidare a Napoli è sempre stata una sfida. Non solo per il traffico caotico, le strade congestionate e la difficoltà nel trovare parcheggio: il vero salasso arriva quando si deve stipulare una polizza RC auto. Qui, nella capitale del Sud, i premi restano stabilmente i più alti d’Italia. Secondo i dati più recenti, un automobilista napoletano paga in media oltre seicento euro all’anno, a fronte di una media nazionale che si ferma intorno ai quattrocento. Una differenza che pesa e che, da decenni, alimenta rabbia e senso di ingiustizia.

Le compagnie assicurative si difendono: i sinistri denunciati a Napoli sono più numerosi che altrove e, troppo spesso, si rivelano gonfiati o addirittura inventati. La cronaca giudiziaria racconta di intere organizzazioni specializzate in falsi tamponamenti e referti medici compiacenti, capaci di trascinare con sé carrozzieri e periti. È un circolo vizioso che nessuno sembra riuscire a spezzare: più truffe si registrano, più salgono i premi, e più aumenta la tentazione di cercare scorciatoie.

L’arte di arrangiarsi: prestanome e targhe estere

La fantasia dei napoletani, di fronte al caro assicurazioni, non si è mai fermata. Una delle pratiche più diffuse è quella del prestanome: l’auto viene intestata a un parente o a un amico che risiede in province meno “pericolose”, come Benevento o Avellino. Così si ottiene subito uno sconto consistente, anche se il rischio è di vedersi contestare l’uso prevalente del veicolo a Napoli e perdere copertura in caso di incidente.

Ancora più clamoroso, fino a pochi anni fa, è stato il fenomeno delle targhe estere. Dalle “targhe polacche” alle immatricolazioni in Romania e Bulgaria, si risparmiava non solo sull’assicurazione, ma persino sul bollo auto. Interi quartieri si riempivano di vetture straniere, dietro le quali si nascondeva l’automobilista partenopeo medio. Il trucco, però, non è durato a lungo: nuove norme europee e italiane hanno limitato la possibilità di circolare con targa estera oltre i sessanta giorni di residenza, e i controlli sono diventati sempre più serrati. Oggi chi tenta questa strada rischia multe salate e il sequestro del mezzo.


La scatola nera: tra risparmio e sorveglianza

Se c’è un’innovazione che ha avuto successo a Napoli è la scatola nera. Il dispositivo telematico che registra movimenti e dinamiche di guida ha trovato nel capoluogo campano il suo terreno più fertile. Oltre la metà delle auto assicurate monta una black box, grazie alla quale le compagnie concedono sconti anche del venti per cento. È diventato quasi un passaggio obbligato per ridurre un premio altrimenti insostenibile. Ma non mancano le polemiche: c’è chi parla di perdita di privacy, chi teme un controllo eccessivo, chi si sente trattato da sospettato a priori.

Politica e cittadini: una battaglia mai chiusa

Sul fronte politico, da anni si discute della possibilità di introdurre tariffe più eque. Interrogazioni parlamentari, proposte di tariffa unica nazionale o di calmieramento dei premi hanno animato il dibattito, ma nessuna riforma organica è mai arrivata. I comitati di cittadini denunciano un’ingiustizia territoriale che penalizza chi rispetta le regole e paga puntualmente, mentre a trarre vantaggio dal sistema sono solo i truffatori e chi riesce ad aggirare la legge.

Napoli resta così intrappolata in un paradosso: chi guida paga di più perché altri truffano, e chi cerca di difendersi rischia di scivolare nell’illegalità. In attesa di una vera riforma, l’unica certezza è che per i napoletani avere un’auto continua a costare caro. Non solo in termini di traffico e stress quotidiano, ma anche, e soprattutto, di portafoglio.

L’America si distruggerà da sola? Wang Huning e la profezia della nuova guerra civile

Quando nel 1991 Wang Huning, allora giovane professore cinese di scienze politiche, pubblicò America contro America, nessuno immaginava che quel libro, frutto di sei mesi passati a girare università, biblioteche e periferie degli Stati Uniti, sarebbe diventato uno dei testi più citati per capire non solo la Cina di oggi, ma anche il futuro dell’America. Wang non era un semplice accademico: i suoi occhi di straniero colsero contraddizioni che molti americani preferivano ignorare. La sua tesi era chiara e radicale: l’America non sarà sconfitta da un nemico esterno, ma da se stessa. Se mai ci sarà una nuova guerra civile, non nascerà dall’invasione di un esercito straniero, bensì dalle fratture interne di un Paese che ha fatto dell’individualismo la sua religione.

Wang Huning


Wang rimase colpito dalla potenza creativa degli Stati Uniti: Silicon Valley, i campus pullulanti di idee, la ricchezza diffusa nelle grandi metropoli. Ma dietro questa vetrina scintillante intravide le ombre. Nelle periferie di New York o di Chicago, annotò il degrado, la povertà estrema, la ghettizzazione. Nelle strade di Los Angeles vide le tensioni razziali esplodere in scontri che prefiguravano un tessuto sociale sull’orlo della lacerazione. Per lui, la vera contraddizione era questa: una nazione che si presenta al mondo come modello di libertà e progresso, ma che convive con disuguaglianze così radicali da minare la sua stessa sopravvivenza.

Il politologo cinese sottolineava come la democrazia americana, tanto celebrata, avesse in sé una pericolosa fragilità. Il ciclo elettorale continuo costringe i leader a pensare solo al breve periodo, sacrificando la capacità di affrontare i problemi strutturali. Le fazioni politiche, più che dialogare, si combattono come tribù nemiche. Per Wang, questo non era pluralismo, ma una lenta degenerazione verso il conflitto permanente. E quella che lui chiamò “America contro America” oggi sembra descrivere perfettamente il clima di polarizzazione che attraversa il Paese: repubblicani contro democratici, città contro campagne, élite cosmopolite contro masse impoverite.

Gli avvenimenti degli ultimi anni sembrano scritti come una postfazione al libro di Wang. Le rivolte di Ferguson e Minneapolis, le proteste del movimento Black Lives Matter, l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021: tutti segnali che confermano quanto la coesione nazionale americana sia fragile. Una nazione divisa non ha bisogno di un nemico esterno per cadere: basta che le sue contraddizioni interne esplodano. E Wang lo aveva visto trent’anni prima, passeggiando tra i grattacieli e i ghetti delle metropoli americane.

La sua “profezia” non è una condanna, ma un avvertimento. L’America può scegliere di ricomporre le sue fratture, oppure può continuare a vivere in una guerra latente con se stessa. Se il sogno americano si spezzerà, non sarà colpa della Cina, né della Russia, né di un nemico lontano: sarà stata la mano degli stessi americani a scrivere la sceneggiatura della propria autodistruzione.

Woke e Cancel Culture: tra coscienza e paradosso

Origini della cultura woke
Il termine woke affonda le sue radici nell’America degli anni Sessanta, quando i movimenti afroamericani per i diritti civili invitavano a “restare svegli” di fronte alle ingiustizie del razzismo. Essere woke significava avere coscienza critica, non lasciarsi ingannare da un sistema che si presentava neutrale ma che nei fatti perpetuava discriminazioni e disuguaglianze. Con il tempo, la parola si è allargata fino a includere nuove battaglie: quelle femministe, quelle LGBTQ+, quelle legate all’ambiente e al rispetto delle diversità. In questa accezione, la cultura woke rappresenta una spinta positiva, la volontà di costruire una società più giusta e inclusiva.
La trasformazione in etichetta polemica
Negli ultimi anni, però, woke è diventato anche un termine polemico. In bocca a molti critici, descrive un atteggiamento rigido, moralista, incapace di tollerare le sfumature. Essere “troppo woke” significherebbe non saper distinguere tra la lotta sacrosanta contro le discriminazioni e la caccia ossessiva a ogni parola, immagine o comportamento ritenuti “sbagliati”. Questo passaggio da bandiera di giustizia a caricatura di intolleranza segna l’ingresso nel terreno spinoso della cosiddetta cancel culture.

Nascita e meccanismo della cancel culture
La cancel culture nasce dal desiderio di chiedere conto a chi detiene visibilità e potere. Se un attore, un cantante, uno scrittore o un politico compiono azioni considerate offensive, la comunità reagisce boicottandoli: si smette di comprare i loro libri, si chiede che vengano rimossi da piattaforme, si invoca la fine della loro carriera pubblica. È una sorta di giustizia dal basso, resa possibile dalla potenza dei social media. In teoria, questa dinamica serve a responsabilizzare i potenti. In pratica, spesso degenera in linciaggio virtuale, dove non contano più le circostanze, il contesto o la possibilità di crescita personale: conta soltanto la condanna immediata.

Il problema del giudizio fuori dal tempo
Il nodo più problematico della cancel culture è il suo rapporto con la storia. Ogni società ha valori propri, e ciò che oggi ci sembra inaccettabile poteva essere del tutto normale in altre epoche. La schiavitù, ad esempio, era diffusa nel mondo antico; i matrimoni precoci erano comuni in molte culture fino a pochi secoli fa; il linguaggio sessista o razzista era dato per scontato nella letteratura classica. Se applichiamo retroattivamente i criteri morali di oggi, rischiamo di bollare come criminali intere civiltà. È un’operazione intellettualmente scorretta, che non ci aiuta a comprendere il passato ma ci spinge a semplificarlo e a demonizzarlo.

Casi emblematici e derive paradossali
Negli ultimi anni non sono mancati esempi eclatanti: film e romanzi accusati di contenere stereotipi, statue rimosse perché legate a personaggi storici controversi, artisti messi al bando per frasi pronunciate decenni prima. In alcuni casi si è arrivati a criticare perfino fiabe e cartoni animati, accusati di veicolare modelli non più compatibili con la sensibilità contemporanea. Ma se questo processo non conosce limiti, fino a dove si spingerà? Non è difficile immaginare scenari paradossali: religioni millenarie messe sotto accusa perché pratiche del passato oggi sarebbero definite inaccettabili, oppure classici della letteratura rimossi dai programmi scolastici per non “offendere” nessuno.

Le contraddizioni interne
La cancel culture si presenta come lotta contro l’intolleranza, ma rischia di diventare essa stessa intollerante. Si propone come difesa dei deboli, ma spesso colpisce con violenza sproporzionata singoli individui, senza possibilità di dialogo o redenzione. Si proclama strumento di giustizia, ma si riduce a spettacolo mediatico fatto di hashtag e indignazione effimera. Il risultato non è una società più consapevole, bensì una società più divisa, dove il timore di sbagliare soffoca la libertà di espressione e la capacità di confronto.

Un’alternativa possibile
Condannare la cancel culture non significa rifiutare la sensibilità woke. Essere attenti alle parole e alle discriminazioni è un passo di civiltà. Ma invece di cancellare, dovremmo imparare a contestualizzare, a spiegare, a discutere. Un’opera del passato non va rimossa, va storicizzata. Un personaggio controverso non va eliminato dalla memoria, ma raccontato con tutte le sue luci e le sue ombre. Solo così la cultura diventa occasione di crescita, non terreno di censura.

Conclusione
La cancel culture, nella sua forma estrema, è una scorciatoia pigra che scambia la rimozione per educazione e il silenzio per giustizia. È un gesto che produce applausi immediati ma lascia vuoti culturali e rancori latenti. La vera sfida non è cancellare, ma comprendere; non è punire, ma educare; non è riscrivere il passato, ma imparare da esso. Solo in questo modo la sensibilità woke potrà davvero tradursi in progresso e non in parodia.

Romani fino alla fine: la storia dimenticata dell’Impero di Costantinopoli

Quando oggi parliamo di “Impero bizantino”, in realtà utilizziamo una definizione moderna, nata nella storiografia rinascimentale, che non rispecchia come i suoi abitanti percepivano sé stessi. Chi viveva a Costantinopoli e nelle province orientali non si è mai definito “bizantino”. Fino alla caduta della città nel 1453, essi si chiamavano Ῥωμαῖοι (Romani) e consideravano il loro Stato la naturale continuazione dell’Impero romano fondato da Augusto. La loro capitale, Costantinopoli, era il cuore della Basileía tôn Rhōmaíōn, l’Impero dei Romani, e i suoi abitanti non avevano dubbi: erano Romani fino alla fine.

Santa Sofia ad Instabul (già Bisanzio e Costantinopoli)

Il termine “bizantino” deriva dall’antico nome della città, Bisanzio, ma non fu mai usato dai contemporanei. Solo nel XVI secolo, con gli umanisti occidentali come Hieronymus Wolf, la storia dell’impero d’Oriente cominciò a essere chiamata Byzantinae Historiae, per distinguerla dall’antico impero romano latino. Questa etichetta, però, rischia di oscurare una realtà essenziale: l’impero di Costantinopoli era, per i suoi cittadini, la Roma eterna.

L’imperatore non era un “bizantino”, ma l’Autokrátōr tôn Rhōmaíōn, l’Imperatore dei Romani, e tale veniva riconosciuto dai sudditi e, almeno fino all’800, anche dall’Occidente. Solo con la nascita del Sacro Romano Impero e il progressivo distacco politico e culturale tra Roma e Costantinopoli, l’Europa latina cominciò a percepire l’Oriente come qualcosa di “altro”, riducendo l’impero orientale a un’entità greca separata.

Nonostante questo, l’identità romana rimase salda. L’impero mantenne istituzioni, diritto e religione come eredità diretta di Roma. La lingua ufficiale passò dal latino al greco, ma il cambiamento linguistico non significava una rottura con l’antico impero. Anche nei secoli in cui l’impero si ridusse a pochi territori intorno a Costantinopoli e al Peloponneso, i Romani d’Oriente sapevano chi erano e cosa rappresentavano.

Un esempio chiaro è il regno di Giustiniano (527-565), che cercò di ricostruire l’unità imperiale riconquistando Italia, Africa e parte della Spagna. Per lui non si trattava di espandere un impero nuovo, ma di restaurare l’ordine romano originario. Le guerre gotiche, descritte dallo storico Procopio di Cesarea, non erano conquiste di nuove terre, ma il ritorno alla patria di province “usurpate” dai Goti.

Le fonti ecclesiastiche confermano la stessa percezione: san Massimo il Confessore, nel VII secolo, definisce l’imperatore di Costantinopoli Basileus tōn Rhōmaiōn, ovvero Imperatore dei Romani, incaricato da Dio di guidare il popolo cristiano. Più tardi, nel XII secolo, Anna Comnena, nella sua Alessiade, chiama costantemente i sudditi dell’impero “Romani” e descrive la missione imperiale come difesa della cristianità, mentre i crociati latini appaiono come stranieri quasi barbari.

Anche alla caduta di Costantinopoli nel 1453, la consapevolezza di essere Romani non svanì. Testimoni come Giorgio Sfranze raccontano la disperazione dei cittadini assediati dai Turchi: mai una volta si definiscono “bizantini”, ma piangono la fine dei Rhōmaíoi, i Romani, mentre la loro città, la nuova Roma, cade sotto un nuovo dominio. Questa identità sopravvive ancora sotto l’impero ottomano: i greci ortodossi continuano a chiamarsi Romioi, e gli stessi turchi li designano come Rum, cioè Romani.

La civiltà che oggi chiamiamo “bizantina” fu dunque l’ultima fase di una storia iniziata sul Tevere molti secoli prima. L’etichetta moderna serve agli storici per distinguere l’esperienza orientale dall’Occidente medievale, ma resta retrospettiva. Per chi visse entro le mura di Costantinopoli, fino all’ultimo giorno prima che la bandiera ottomana sventolasse sulla cupola di Santa Sofia, non vi era alcun dubbio: essi erano i Romani, e il loro impero era Roma, l’eterna.

Il Bambinello che Rinacque a Natale

C’era un bambino che amava salire all’ultimo piano del palazzo dove viveva la nonna. Accanto alla casa della nonna c’era un appartamento non abitato, con un terrazzo baciato dal sole, che la zia sarta usava come laboratorio. Lì cuciva i vestiti delle clienti, e per terra giacevano sempre stracci e stoffe tagliate, intrecciate ai fili colorati e ai bottoni sparsi, come piccoli tesori dimenticati. Una vecchia macchina da cucire dormiva silenziosa, osservando quel regno di tessuti e polvere che brillava alla luce del sole.

In un angolo, tra gli stracci, giaceva un piccolo Bambinello ligneo. Era privo di mani, aveva un solo braccio e le gambe ridotte a moncherini. I suoi occhi spenti custodivano segreti antichi e storie dimenticate. La sua fragilità faceva pensare a un piccolo principe abbandonato, caduto in un regno di tessuti e silenzio.

Un giorno, il bambino lo prese tra le mani e, per gioco, lo immerse in un secchio d’acqua, come se volesse ridargli vita. Poi lo lasciò lì, tra gli stracci bagnati e i fili disordinati, dimenticandolo.

Qualche giorno dopo, il padre salì nell’appartamento per raggiungere il terrazzo e il lastrico solare, dove erano montate le antenne della TV. Nel secchio scorse il Bambinello: fradicio, gonfio, il legno rovinato. Per un attimo pensò di gettarlo via, ma una voce dentro di lui sussurrò: “Non ora… è dicembre… è quasi Natale.”

Così lo portò da un cugino antiquario, in via Foria a Napoli. L’antiquario osservò attentamente la statuina, riconobbe la sua antichità e lo indirizzò a un maestro restauratore.

Il restauro fu un incanto: nuovi occhi, mani e piedi ridiedero al Bambinello la sua forma e la sua luce. Al termine, il piccolo Gesù stava in piedi, con una palla tra le mani, saldo su una base di legno che l’antiquario stesso gli regalò come nuovo piedistallo. Ricevette inoltre un’aureola di bronzo dorato e una piccola campana di vetro, simboli di rinascita e cura.

Il Bambinello trovò posto nella camera da letto dell’uomo 

Da quel giorno, il Bambinello trovò posto nella camera da letto dell’uomo. Ogni Natale, illuminato dalle luci tremolanti e circondato dal calore della famiglia, sembrava sussurrare che anche ciò che è spezzato può risorgere, e che la cura e l’amore hanno il potere di trasformare il tempo e la rovina in magia e bellezza.

Equità e Inclusione: la Scuola come Fucina di Opportunità per Tutti

Quando si parla di inclusione, è fondamentale distinguere tra uguaglianza e equità. L'uguaglianza implica trattare tutti allo stesso modo, mentre l'equità riconosce le differenze individuali e cerca di adattare le risorse e le opportunità per garantire a ciascuno la possibilità di raggiungere il proprio potenziale. In questo contesto, la scuola gioca un ruolo cruciale come primo luogo in cui le disuguaglianze possono essere affrontate e superate.


La Scuola come Luogo di Partenza

La scuola non è solo un luogo di apprendimento accademico, ma anche un ambiente in cui si formano le basi per una società più giusta e inclusiva. In Italia, la legge 104/92 ha rappresentato un passo fondamentale nell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità, permettendo loro di frequentare scuole comuni con il supporto di insegnanti di sostegno. Questo modello ha fatto dell'Italia un esempio a livello internazionale di inclusione scolastica.

Tuttavia, l'inclusione non riguarda solo gli studenti con disabilità. Essa abbraccia anche altre forme di diversità, come le differenze culturali, linguistiche, religiose e di orientamento sessuale. Garantire pari opportunità significa riconoscere e valorizzare queste differenze, offrendo a ciascuno gli strumenti necessari per partecipare attivamente alla vita scolastica e sociale.


Esempi Concreti di Inclusione ed Equità

Diversi progetti in Italia testimoniano come l'inclusione possa essere realizzata concretamente:
  • Progetto "Equità e Successo Scolastico": Finanziato dal PNRR, questo progetto mira a ridurre i divari territoriali nell'istruzione e contrastare la dispersione scolastica nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. Attraverso interventi mirati, si intende migliorare l'equità educativa e garantire un'istruzione di qualità a tutti gli studenti, indipendentemente dal contesto socio-economico o geografico di appartenenza .
  • Progetto "Polis Up" a San Cesareo: San Cesareo è diventata la prima città al mondo ad adottare un modello integrato di Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA) a livello urbano. Il progetto "Polis Up" mira a rendere l'intero comune accessibile dal punto di vista comunicativo, facilitando la comunicazione delle persone con bisogni comunicativi complessi .
  • Progetto "WE ARE OPEN!" della Fondazione Agnelli: Questo progetto promuove l'inclusione scolastica attraverso la valorizzazione delle differenze e la creazione di ambienti di apprendimento aperti e inclusivi. Tra le iniziative, si segnala la "Scuola in ospedale integrata", che permette agli studenti costretti da una malattia lontano da scuola di restare in contatto con la propria classe, con benefici didattici e psicologici .


L'Equità come Fondamento dell'Inclusione

L'inclusione scolastica non deve essere vista come un atto di carità, ma come un diritto fondamentale. Ogni studente, indipendentemente dalle proprie caratteristiche, deve avere accesso alle stesse opportunità di apprendimento e sviluppo. Questo implica non solo l'accesso fisico alla scuola, ma anche la disponibilità di risorse adeguate, supporto psicologico, materiali didattici adattati e una cultura scolastica che promuova il rispetto e la valorizzazione delle diversità.


Conclusioni

Per quanto finora detto, l'inclusione scolastica deve partire dalla scuola per radicarsi nella società. Garantire pari opportunità significa riconoscere e affrontare le disuguaglianze,i offrendo a ciascuno gli strumenti necessari per partecipare attivamente alla vita scolastica e sociale. Solo attraverso l'equità possiamo costruire una società più giusta e inclusiva, dove ogni individuo ha la possibilità di esprimere il proprio potenziale.

L’umanità artificiale: cinema distopico e dilemmi etici del futuro

Il cinema di fantascienza ha da sempre la capacità di guardare oltre l’orizzonte del presente, anticipando sfide che la società reale non ha ancora del tutto incontrato. Quando parliamo di film come The Island o Blade Runner non ci muoviamo soltanto nel terreno dell’immaginazione visionaria, ma in un laboratorio morale in cui vengono messe in scena le paure e le speranze legate alla manipolazione della vita umana. In queste pellicole la scienza non si limita a curare, ma diventa fabbrica: l’essere umano non nasce più, ma viene progettato, clonato, ottimizzato.

In Blade Runner, i replicanti sono macchine biologiche talmente raffinate da risultare indistinguibili dai loro creatori. Sono esseri programmati per servire, ma dotati di emozioni e desideri autentici, tanto da ribellarsi alla loro condizione. In The Island, i cloni crescono in un’illusione protetta, convinti di vivere in una comunità ideale, mentre in realtà esistono unicamente come riserva di organi per i loro “proprietari”. Il pubblico viene così posto di fronte a un paradosso: questi esseri sono meno umani perché costruiti, o anzi sono più umani proprio perché cercano disperatamente senso, libertà e riconoscimento?


Molti altri film hanno alimentato questa riflessione. Gattaca immagina una società dominata dall’eugenetica, dove il DNA stabilisce il valore sociale di un individuo e dove la meritocrazia biologica diventa la più feroce delle discriminazioni. Never Let Me Go affronta con delicatezza e dolore la questione della clonazione, mettendo al centro la vita interiore dei cloni: persone che sanno di essere state create per morire, e che tuttavia cercano amore e dignità. Ex Machina porta la questione sull’intelligenza artificiale, interrogando lo spettatore sul senso della coscienza e sulla sottile linea che separa il creatore dal manipolatore. Moon infine mostra l’alienazione di cloni che vivono cicli infiniti di lavoro, privati della possibilità di una vera identità.

Queste storie non sono soltanto distopie estetiche, ma specchi di una realtà che già si intravede nelle frontiere scientifiche. Le nuove tecnologie di editing genetico, come CRISPR, hanno reso possibile immaginare un futuro in cui le caratteristiche biologiche di un individuo possono essere programmate. Nel 2018, il caso dello scienziato cinese He Jiankui, che annunciò di aver fatto nascere le prime bambine geneticamente modificate per resistere al virus HIV, ha sollevato uno scandalo planetario: la comunità scientifica lo ha condannato per aver violato principi fondamentali di bioetica, aprendo un varco che fino a quel momento era rimasto confinato alla fantascienza.

Sul fronte della clonazione, l’esperimento che ha reso celebre la pecora Dolly nel 1996 ha mostrato che replicare un mammifero era possibile. Da allora sono stati clonati scimmie, cani e altri animali, e non sono mancate le pressioni di laboratori privati per spingersi verso la clonazione umana, sebbene ufficialmente proibita in quasi tutto il mondo. La prospettiva inquietante di un clone umano “su misura” richiama da vicino scenari come quello di The Island, e mantiene viva la tensione tra progresso e paura.

Anche l’intelligenza artificiale, che Ex Machina aveva immaginato come seducente e inquietante, oggi è realtà quotidiana. Le IA generative producono testi, immagini, persino simulazioni di conversazioni indistinguibili da quelle umane. Non possiedono ancora coscienza, ma il dibattito etico è acceso: se un giorno un sistema artificiale sviluppasse una forma di autocoscienza, avremmo il dovere morale di riconoscerlo come soggetto? Oppure continueremmo a trattarlo come strumento, alimentando il rischio di nuove forme di schiavitù digitale?

Questi casi reali dimostrano quanto il confine tra distopia e cronaca si stia assottigliando. Se un clone, un replicante o un’intelligenza artificiale sono in grado di provare emozioni e costruire relazioni, possiamo davvero considerarli oggetti di proprietà? Se la società decidesse di adottare la selezione genetica come strumento di progresso, non rischieremmo di generare nuove forme di disuguaglianza ancora più profonde di quelle economiche e sociali? Filosofi della tecnica come Hans Jonas hanno ammonito sul “principio di responsabilità”: la scienza deve essere valutata non solo per ciò che può fare, ma per le conseguenze a lungo termine che le sue azioni comportano. Anche la bioetica, da Habermas a Martha Nussbaum, ha insistito sull’idea che la dignità umana non possa essere ridotta a un calcolo genetico o a un progetto ingegneristico.

Ciò che emerge da queste narrazioni e da queste vicende è la fragilità del concetto di “umanità”. Non è la carne, né il DNA, né la modalità della nascita a definire ciò che siamo, ma il riconoscimento reciproco di una dignità che non può essere programmata né replicata. Il cinema distopico ci avverte che dietro la promessa di un’umanità potenziata si cela il rischio di un’umanità impoverita, priva della capacità di riconoscere nell’altro la stessa sete di senso che ci abita.

In ultima analisi, la domanda che queste opere ci consegnano è radicale e universale: cosa significa essere umani? La risposta non sta nella tecnologia, né nelle nuove biologie, ma nella capacità di non smarrire la dimensione etica che ci rende comunità. La fantascienza, con i suoi mondi futuri e inquietanti, ci ricorda che il futuro non è mai scritto soltanto nei laboratori, ma anche nelle scelte morali e politiche che decidiamo di assumere oggi.

Il cammino di Siddharta: una lezione per chi cerca il Tutto

La storia di Siddharta, narrata da Hermann Hesse, non è soltanto la vicenda di un uomo dell'India antica: è il simbolo di un viaggio che appartiene a ciascuno di noi. Siddharta parte giovane, assetato di verità, convinto che il sapere dei maestri, dei sacerdoti e dei testi sacri possa saziare la sua sete interiore. Però, ben presto scopre che le parole, per quanto belle, restano gusci vuoti se non diventano esperienza vissuta.

Così abbandona dottrine e maestri per cercare da sé. Passa dagli estremi dell’ascesi al mondo dei sensi, dalla povertà volontaria ai piaceri della ricchezza e dell’amore. Ogni fase lo attira e lo tradisce, perché ogni volta capisce che non basta: l’assoluto non si lascia catturare da un rito, da un’idea, da un possesso.

La svolta avviene presso il fiume. Lì, ascoltando il suo scorrere eterno, Siddharta comprende che la vita non è fatta per essere negata né posseduta, ma accolta. Ogni cosa, anche il dolore e l’errore, ha un senso nel fluire del tutto. Non esiste separazione tra sacro e profano, tra spirito e corpo, tra inizio e fine: tutto è Uno.

L’insegnamento di Siddharta, allora, non è un metodo né una dottrina: è un invito a vivere con ascolto profondo, a non aggrapparsi alle parole degli altri, ma a lasciarsi formare dall’esperienza, fino a riconoscere che il Tutto è già dentro e intorno a noi. La vera illuminazione non è fuggire dal mondo, ma imparare ad abbracciarlo con consapevolezza.

Per chi cerca oggi, la lezione è chiara: la verità non si riceve, si scopre; non si trova in un dogma, ma nel contatto vivo con la vita stessa. Il segreto sta nel saper ascoltare il “fiume” che scorre in ciascuno di noi, dove ogni voce, ogni ricordo, ogni attimo si fonde in un’armonia più grande.

Oltre il pensiero unico: resistenza conservatrice ed equità sociale

Il Manuale di resistenza al pensiero unico di Simone Pillon rappresenta uno dei tentativi più organici, all’interno del panorama italiano, di proporre una lettura critica delle trasformazioni culturali legate al genere, alla famiglia e alle nuove frontiere del transumanesimo. La sua pubblicazione ha polarizzato il dibattito: da un lato, chi lo considera una bussola indispensabile per difendere i fondamenti antropologici della società; dall’altro, chi vi legge una retorica divisiva, che rischia di delegittimare le esperienze e i diritti delle minoranze.



Dietro a questo scontro vi è però un terreno più complesso, che merita un’analisi meno ideologica e più orientata al futuro. La questione, in fondo, non è se difendere la tradizione o aprirsi all’inclusione, ma come costruire un modello di equilibrio sociale fondato sull’equità, capace di superare le semplificazioni di entrambe le parti.

La critica conservatrice: un argine al relativismo

Il pensiero di Pillon si inserisce in una lunga tradizione conservatrice che considera la differenza sessuata maschio/femmina come fondamento antropologico e sociale. La famiglia, nella sua forma tradizionale, viene vista non solo come un’istituzione privata, ma come pilastro pubblico che assicura coesione, trasmissione di valori e stabilità.

Secondo questa prospettiva, le teorie di genere, le rivendicazioni delle identità non binarie e le sperimentazioni del transumanesimo costituirebbero una minaccia per l’ordine simbolico su cui si regge la comunità. La loro diffusione, attraverso scuola, media e legislazione, non sarebbe soltanto un riconoscimento di diritti, ma un progetto culturale che tende a normalizzare ciò che, per secoli, è stato considerato eccezione.

Il punto di forza di questa critica è la sua capacità di dare voce a un disagio reale: la percezione, diffusa in molti settori della società, che i cambiamenti avvengano troppo velocemente, senza un adeguato dibattito e senza valutare fino in fondo le conseguenze etiche, psicologiche e sociali. La paura di un “pensiero unico” nasce anche dall’esperienza di chi si sente escluso dal discorso pubblico semplicemente perché solleva dubbi o richiama alla prudenza.


I limiti dell’inclusione assoluta

Sul versante opposto, la cultura progressista ha fatto dell’inclusione un principio cardine. L’idea è che ogni identità, ogni orientamento, ogni espressione di sé meriti pieno riconoscimento, e che ogni resistenza a questo processo equivalga a discriminazione.

Ma qui sorge un problema: quando l’inclusione diventa dogma, essa rischia di generare nuove forme di esclusione. Chi sostiene modelli tradizionali, chi invoca gradualità, chi teme conseguenze indesiderate per i minori viene spesso liquidato come retrogrado o omofobo. La possibilità stessa di discutere viene così ridotta, alimentando la sensazione di vivere in un contesto ideologico altrettanto rigido di quello che si vorrebbe superare.

In altre parole, l’inclusione senza limiti può trasformarsi in un nuovo pensiero unico: una grammatica morale che, nel tentativo di abbattere barriere, impone un conformismo culturale altrettanto stringente.


L’equità come via mediana

Per uscire da questa impasse, occorre distinguere tra inclusione ed equità. L’inclusione tende a inglobare tutte le differenze in un unico spazio simbolico, spesso a costo di cancellare i conflitti. L’equità, invece, riconosce le differenze ma le inserisce in un quadro di bilanciamento tra diritti individuali e bene collettivo.

Un approccio equitativo implica, ad esempio, garantire alle persone transgender percorsi di tutela sanitaria e legale, senza però forzare scuole e famiglie a rinunciare a ogni riferimento al binarismo sessuale. Significa riconoscere nuove forme familiari senza per questo svalutare il ruolo della famiglia tradizionale come risorsa sociale e culturale. Vuol dire valorizzare la libertà individuale senza rinunciare a porre limiti etici all’uso delle biotecnologie e alle derive del transumanesimo.

Equità significa proteggere i più fragili senza trasformare i diritti in privilegi, custodire le tradizioni senza congelarle in archetipi immutabili. È un principio dinamico, che richiede dialogo, compromesso e capacità di modulare le norme sulla base delle situazioni concrete.


Per una società plurale ma non frammentata

La vera sfida, oggi, non è decidere se essere conservatori o progressisti, ma evitare che la società scivoli in una frammentazione permanente, dove ogni gruppo vive in una bolla identitaria e rivendica riconoscimento assoluto.

La prospettiva dell’equità offre un orizzonte diverso: una società plurale, ma capace di condividere un linguaggio comune; una società che accoglie, ma che non perde il senso dei limiti; una società che resiste al dogmatismo sia del passato sia del presente.


Conclusione

Il libro di Pillon ha il merito di rompere il silenzio e di portare in superficie la paura di molti cittadini di fronte a cambiamenti epocali. Ma la sua proposta, centrata quasi esclusivamente sulla difesa della tradizione, rischia di non cogliere la complessità della modernità. Dall’altro lato, l’inclusivismo radicale rischia di dissolvere il tessuto comune in una miriade di identità irriducibili.

Tra questi poli, l’equità rappresenta la via più promettente: un cammino non facile, che non offre slogan né certezze immediate, ma che può restituire alla società un equilibrio fatto di rispetto, responsabilità e solidarietà. È qui che potrebbe nascere un nuovo spazio politico e culturale, capace di andare davvero oltre il pensiero unico.

Così il petrolio libico poteva riscrivere la Seconda Guerra Mondiale

Benito Mussolini e Italo Balbo

Nel 1937, in una gola polverosa vicino ad Agedabia, un ingegnere minerario dell’AGIP, il triestino Carlo Marangoni, scoprì qualcosa che cambiò la storia. Non fu una rovina romana né una vena di rame: fu un fiotto nero e denso, così violento da esplodere nella sabbia con un sibilo sordo. Petrolio. In quantità tali da far impallidire persino il Texas.

Ma la notizia non arrivò subito a Roma.

Italo Balbo, governatore della Libia e vecchio gerarca caduto in disgrazia agli occhi del Duce, fu il primo a essere informato. Era il 1938. Balbo sapeva che quella scoperta poteva cambiare il destino della guerra che già si profilava all’orizzonte. Ma non disse nulla.

Il petrolio venne nascosto, secretato nei rapporti militari, occultato sotto i budget civili dell’Azienda Libica del Petrolio.

Perché? Perché Balbo, “l’eroe del trasvolatore”, era stato relegato in Africa proprio da Mussolini. Una promozione che puzzava d’esilio.

Il Governatore sognava di tornare a Roma in trionfo — ma non da subordinato.

Solo nel 1939, a causa di una fuga di notizie interna all’AGIP, la voce arrivò a Palazzo Venezia. Il Duce fu informato con urgenza. Due settimane dopo, un convoglio segreto partiva da Roma diretto in Cirenaica. Con lui viaggiavano ministri, generali e l’onnipresente Farinacci. Mussolini si fece ritrarre con una tanica in mano, sotto il sole africano, proclamando:

"L’Impero ha trovato il suo cuore nero. Il destino ci appartiene."

Nel 1939, quando la guerra scoppiò, l’Italia fascista non era più la sorella povera della Germania. I porti libici brulicavano di petroliere. Raffinerie sorsero a Tobruk, Bengasi, Sirte. A Taranto e Gela, interi quartieri furono rasi al suolo per far spazio a nuove infrastrutture energetiche. Gli operai cantavano l’inno fascista al cambio turno, ignari del vortice globale che li avrebbe inghiottiti.

Nel 1941, mentre Rommel avanzava verso il Cairo, il carburante italiano scorreva nei serbatoi dei Panzer. Ogni goccia era una condanna per gli inglesi. Il generale Montgomery si trovò ad affrontare un nemico non più affamato, ma nutrito da un fiume nero sotterraneo.

Suez cadde. L’India tremò. L’Iraq, già ribelle, si unì all’Asse. A Berlino si brindava con cognac francese. A Roma, Mussolini parlava alla radio:

"Non più servi del carbone, ma padroni del fuoco liquido."

Ma la guerra non finì lì. Gli Alleati reagirono. I cieli d’Europa si riempirono di bombardieri americani. Gli impianti in Libia e Sicilia divennero bersagli quotidiani. Gli scienziati tedeschi affrettarono progetti oscuri: missili, jet, e qualcosa che si diceva potesse annientare una città intera con un solo lampo.

Nel 1946, con Mosca in fiamme e Londra sotto legge marziale, Washington gettò le carte. Hiroshima e Nagasaki furono solo l’inizio. Anche Napoli vide il cielo aprirsi. L’Europa era diventata un altare di fuoco, e il petrolio che doveva essere salvezza divenne combustibile dell’apocalisse.

Mussolini morì non a Dongo, ma a Berlino, nel bunker accanto a Hitler. Il “Sole Nero” del petrolio libico aveva brillato troppo intensamente.

Il mondo si risvegliò da quell’incubo con un’altra guerra in arrivo: una guerra fredda tra chi aveva il fuoco e chi ancora bramava l’oro nero sotto la sabbia.

Il Sonno Infinito

Ogni essere umano, prima o poi, si confronta con l’inevitabile: la morte. E con essa, la domanda eterna: cosa c’è oltre il confine della vita? Le religioni rispondono con simboli, promesse e mondi ultraterreni; la scienza osserva e tace, annotando solo che il corpo cessa di vivere.
Il Sonno Eterno di Santo Varni ( Cimitero Monumentale di Milano)


Non esistono prove tangibili dell’anima o dello spirito, e in alcune tradizioni queste sarebbero due entità distinte, ciascuna con il proprio mistero insondabile. Ci sono racconti di premorte, di chi sembra aver attraversato la soglia e poi tornato, ma restano sospesi tra sogno e memoria, echi di un regno che sfugge alla ragione.

Eppure, rimane il quesito più profondo: come può dissolversi nel nulla ciò che chiamiamo coscienza, quella luce che illumina il nostro mondo interiore? Forse la morte è un sonno eterno, privo di sogni, simile alle profondità più oscure del sonno notturno, quando il mondo svanisce e noi ci ritroviamo immersi in un silenzio così assoluto da diventare palpabile.

In quel silenzio, il tempo si scioglie come neve al sole, ogni attimo perde peso, e ciò che eravamo si dissolve in un abisso senza confini. Eppure, in questa dissoluzione totale, c’è una sorta di bellezza crudele: un vuoto che respira, un oblio che ha la precisione di una carezza. Forse il sonno infinito non è perdita, ma metamorfosi; un ritorno all’essenza primordiale, un silenzio così puro da trasformarsi in libertà assoluta.

E così, nel cuore del nulla, senza respiro né forma, rimane soltanto un’eco lontana: l’ombra di chi siamo stati, un riflesso fragile e tremolante, come la luce di una stella morente, che continua a brillare per un istante oltre l'infinito. 

Andrea Camilleri: il commissario Montalbano e il segreto del successo

Andrea Camilleri nacque a Porto Empedocle, in Sicilia, il 6 settembre 1925, e morì a Roma il 17 luglio 2019. Cresciuto in una famiglia colta e appassionata di cultura, mostrò fin da giovane grande interesse per il teatro e la letteratura. Dopo gli studi si laureò in regia all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma e intraprese una lunga carriera come regista teatrale e sceneggiatore televisivo, collaborando anche con la Rai. Solo più tardi, all’età di 55 anni, iniziò a pubblicare romanzi; il grande successo arrivò con la serie del Commissario Montalbano, che lo consacrò come uno degli autori italiani più letti e amati a livello nazionale e internazionale.


Il percorso di Camilleri verso la fama dimostra come il talento, unito alla perseveranza, possa superare qualsiasi muro d’indifferenza. La sua esperienza teatrale e televisiva gli fornì strumenti fondamentali per comprendere il pubblico e costruire narrazioni coinvolgenti, capaci di catturare immediatamente l’attenzione. La creazione del commissario Montalbano fu un colpo di genio: un personaggio tridimensionale, con difetti, passioni e ironia, immerso nella Sicilia autentica. Grazie a lui, i lettori si identificarono e affezionarono alle sue storie, trovando un punto di riferimento narrativo unico e riconoscibile.

Un elemento decisivo del successo di Camilleri fu il suo stile linguistico originale, capace di mescolare italiano e dialetto siciliano senza risultare incomprensibile. Questa scelta non solo conferì autenticità alle storie, ma le rese anche immediatamente distinguibili e memorabili. La combinazione tra un linguaggio innovativo, un personaggio indimenticabile e una narrazione accuratamente costruita gli permise di emergere in un panorama editoriale spesso indifferente ai nuovi autori.

Il ruolo dei media fu altrettanto fondamentale. La trasposizione televisiva dei romanzi amplificò enormemente la popolarità di Camilleri, creando un effetto a catena: i libri trainavano la serie TV e la serie TV riportava il pubblico ai libri. Tuttavia, dietro il successo mediatico c’era la costanza di uno scrittore che non si era mai arreso di fronte ai rifiuti editoriali e che aveva continuato a perfezionare la propria arte con pazienza e determinazione.

Infine, la forza di Camilleri risiede anche nel modo in cui seppe combinare il locale e l’universale. Le sue storie parlano della Sicilia, con i suoi colori, odori e contraddizioni, ma affrontano temi universali come la giustizia, la corruzione, l’amore e l’umanità dei protagonisti. Questa combinazione ha permesso ai suoi romanzi di superare confini geografici e culturali, rendendo Montalbano un fenomeno non solo italiano ma internazionale.

Andrea Camilleri rimane un esempio di come talento, originalità e perseveranza possano abbattere l’indifferenza iniziale e costruire un rapporto duraturo con il pubblico. La sua eredità letteraria non è solo nelle storie del commissario Montalbano, ma nella lezione più ampia di comunicare con autenticità, umanità e coraggio creativo.

Il grande smantellamento: storia di un’Italia che si vendette da sola

C’era un tempo in cui l’IRI era quasi una seconda Repubblica. Nacque nel 1933 per salvare le banche in ginocchio dopo la crisi mondiale, ma nel dopoguerra divenne molto più di una semplice “bad company”: era la mano visibile dello Stato che costruiva ponti, acciaierie, autostrade, centrali elettriche, che dava lavoro a intere generazioni. Negli anni del miracolo economico, l’Italia cresceva grazie a quell’intreccio anomalo tra pubblico e privato che faceva storcere il naso agli anglosassoni, ma che funzionava. Senza l’IRI, non avremmo avuto la rete autostradale, la grande siderurgia, il telefono in ogni casa.

Poi arrivarono gli anni Ottanta. Le prime crepe comparvero nei bilanci, i debiti si accumulavano, le nomine dei manager erano sempre più frutto di compromessi partitici. “Abbiamo trasformato le partecipazioni statali in un bancomat della politica”, confessava amaramente un ex ministro socialista. Lo Stato copriva le perdite, i cittadini pagavano con le tasse, e la macchina industriale arrancava.

Il colpo di grazia fu Tangentopoli. Con il crollo della Prima Repubblica, quell’immenso arcipelago industriale perse anche il suo pilastro politico. Nello stesso momento, l’Europa bussava alla porta con il Trattato di Maastricht: deficit da ridurre, aiuti di Stato da eliminare, disciplina di bilancio da rispettare. “Non possiamo più permetterci questo pachiderma”, disse nel 1992 Giuliano Amato, quando annunciò il piano di privatizzazioni. Sembrava l’unica strada: fare cassa, mostrarsi “virtuosi” a Bruxelles, alleggerire lo Stato.

E così iniziò il grande smantellamento. Nel 1997 fu la volta di Telecom Italia. La tv mostrava sorrisi e promesse: liberalizzazione, efficienza, concorrenza. Ma bastò poco perché l’ex gioiello nazionale diventasse preda di scalate finanziarie. Ricordano in molti la “cordata Colaninno”: un’operazione fatta più di debiti che di capitali, che lasciò l’azienda fragile e zavorrata. Il sogno digitale italiano si trasformò presto in un incubo di speculazioni e mancate strategie. Oggi la rete che era di tutti è contesa tra fondi stranieri, e l’Italia è uno dei Paesi europei più in ritardo nella banda larga.

Due anni dopo toccò alle Autostrade per l’Italia. Le vendite furono celebrate come un successo: lo Stato incassava, i privati avrebbero investito. La concessione passò al gruppo Benetton. In realtà, i pedaggi salirono, i dividendi schizzarono, gli investimenti in manutenzione calarono. Nel 2018, il crollo del ponte Morandi a Genova trasformò quella storia in tragedia: 43 morti ricordarono al Paese cosa significa privatizzare senza controllare. La rete costruita con i soldi pubblici era stata consegnata a un monopolio privato che aveva anteposto i profitti alla sicurezza.

L’Ilva di Taranto è un’altra ferita aperta. Un tempo orgoglio della siderurgia europea, simbolo della missione dell’IRI nel Sud, fu ceduta negli anni Novanta ai Riva. Promettevano rilancio, arrivarono inquinamento e disastro sanitario. Le immagini delle polveri rosse che ricoprivano i balconi dei quartieri popolari sono rimaste nell’immaginario collettivo. Oggi l’Ilva è un gigante dimezzato, sospeso tra procedure fallimentari e commissari straordinari.

Potremmo continuare con i casi bancari, con la svendita di imprese energetiche, con i cantieri navali. Ovunque, lo schema fu simile: l’IRI e le partecipazioni statali furono liquidati in nome della modernità, ma senza un piano industriale. Lo Stato incassò miliardi, ma li usò solo per tappare i buchi del debito, che rimase sostanzialmente intatto.

La gente comune capì presto che il gioco non era a somma positiva. “Paghiamo tariffe più alte, abbiamo servizi peggiori”, scrivevano i giornali locali già nei primi anni Duemila. Gli operai che uscivano dai cancelli delle fabbriche dismesse del Sud non parlavano di Europa e modernizzazione: parlavano di disoccupazione, di desertificazione, di futuro negato.

Oggi, guardando indietro, il bilancio è amaro. Il mito delle privatizzazioni come panacea si è rivelato una favola utile a pochi e devastante per molti. Mentre Francia e Germania conservavano le loro leve pubbliche nei settori strategici, l’Italia svendeva Telecom, Autostrade, Ilva. Abbiamo scambiato sovranità con dipendenza, politica industriale con finanza speculativa.

E allora la domanda non è più se le partecipazioni statali andassero riformate: certo che sì. La domanda vera è perché invece di riformarle le abbiamo liquidate così, in fretta e furia, spesso a prezzi di saldo. La risposta è scomoda: perché eravamo un Paese fragile, senza più partiti solidi, sotto ricatto del debito e delle pressioni europee, guidati da una classe dirigente che preferì vendere il patrimonio pubblico piuttosto che affrontare i nodi strutturali.

Chi ha guadagnato? I cittadini no. I lavoratori nemmeno. Lo Stato men che meno. A guadagnarci sono stati pochi gruppi privati, poche banche d’affari, poche famiglie industriali. Oggi quelle famiglie controllano ciò che una volta apparteneva a tutti.

E allora il finale polemico è inevitabile: ci dissero che privatizzare significava modernizzare. In realtà, abbiamo semplicemente barattato la nostra indipendenza economica per un incasso momentaneo. Abbiamo venduto l’Italia pezzo per pezzo, e ora che ne restano solo macerie industriali ci accorgiamo, troppo tardi, che lo Stato imprenditore non era un lusso superfluo, ma l’unico argine contro la rapacità dei mercati.

Ottaviano: tra Vesuvio, memoria e rinascita

Ottaviano è un luogo che vive su due piani: quello della quotidianità moderna, scandita dal ritmo di una cittadina campana ai piedi del Vesuvio, e quello della memoria profonda, che lega la sua identità a una storia millenaria. Il nome stesso richiama l’antico legame con la gens Octavia, e non a caso il territorio custodisce tracce di epoca romana, ville rustiche e testimonianze archeologiche che si intrecciano con il paesaggio fertile della campagna vesuviana.


Passeggiando per il centro si avverte ancora l’impronta signorile del Palazzo Mediceo, oggi sede del Parco Nazionale del Vesuvio, che domina con la sua mole rinascimentale. Un tempo residenza nobiliare, poi simbolo del potere feudale e in seguito anche scenario di vicende turbolente legate al brigantaggio, il palazzo si è trasformato in un punto di riferimento culturale, con mostre ed eventi che raccontano il rapporto tra l’uomo e la montagna che sovrasta tutto.

Ottaviano non è solo architettura: è anche paesaggio e spiritualità. I vicoli si arrampicano verso il monte, e da qui si aprono sentieri che permettono di immergersi nella natura del Vesuvio, tra colate laviche pietrificate e vegetazione che ha saputo rinascere dopo la distruzione. Lì dove la lava ha inciso la sua impronta, la vita ha trovato nuovi equilibri, e questo rende l’esperienza escursionistica non soltanto suggestiva, ma anche profondamente simbolica.


Culturalmente la città è attraversata da memorie complesse: dal dominio dei Medici, che ne segnarono le sorti feudali, fino al ruolo di epicentro della camorra nella seconda metà del Novecento, con la figura ingombrante di Raffaele Cutolo. Ma oggi Ottaviano porta avanti un cammino di riscatto, trasformando i segni del passato in strumenti di consapevolezza, con associazioni e iniziative che cercano di restituire dignità al territorio.

Il visitatore attento si accorge presto che Ottaviano non è una semplice tappa turistica, ma un crocevia di contrasti: la bellezza del panorama vesuviano si accompagna alla stratificazione di storie, il fervore religioso delle feste popolari dialoga con i progetti di valorizzazione culturale, il peso delle ombre recenti convive con la volontà di rinascita. Sedersi in una delle piazze, osservare il viavai delle persone, gustare i prodotti tipici – dal vino Lacryma Christi alle specialità locali – diventa così un modo per cogliere l’essenza di una città che non si lascia ridurre a cartolina, ma si offre come esperienza viva, fatta di resilienza e di memoria.

Morti di serie A, cadaveri di serie B

È curioso come la morte, che dovrebbe essere la grande livella, finisca sempre per essere usata come un manganello ideologico. Gianpaolo Pansa, con il suo Sangue dei vinti, lo aveva capito prima di altri. Raccontò storie scomode, di partigiani che uccidevano prigionieri fascisti già disarmati, di donne rasate e umiliate, di fucilazioni a guerra finita. Non lo fece per rivalutare il fascismo, ma per dire che non esistono morti giusti e morti sbagliati. Eppure fu subito etichettato come traditore, perché aveva osato mettere in discussione la narrazione monolitica di una Resistenza senza macchie e senza eccessi. Gli dissero che stava dando argomenti alla destra, che sporcava la memoria collettiva. In realtà, stava semplicemente restituendo dignità a chi era stato cancellato due volte: dalla vita e dalla memoria.

Oggi quella lezione ritorna, in forme diverse ma con la stessa crudezza. La morte di Charley Kirk, figura controversa della destra americana, ha acceso reazioni che sembrano più processi sommari che cordogli. Da una parte chi lo rimpiange come un combattente della propria parte, dall’altra chi lo insulta anche da morto, come se la tomba fosse un ring ancora aperto. Così la persona svanisce, resta solo il simbolo, l’effige ideologica da venerare o da disprezzare. Non c’è più l’uomo, non c’è più la fragilità della fine, c’è soltanto il marchio politico da colpire o difendere.

Ma il terreno più drammatico resta quello del conflitto mediorientale. Qui la gerarchia della morte è spietata. Le vittime israeliane hanno nomi, cognomi, storie personali che passano dai giornali alle televisioni, diventano protagoniste di speciali, di cerimonie, di cordogli ufficiali. I palestinesi, che cadono a migliaia sotto le bombe, sono ridotti a cifre senza volto, a “danni collaterali”. Non sono più esseri umani, ma massa indistinta, carne da macello. Si piange l’israeliano perché rappresenta l’Occidente ferito, si ignora il palestinese perché non entra nel racconto dominante. E quando non lo si ignora, lo si degrada: la sua morte viene giustificata come inevitabile, la sua vita come sacrificabile. È il grado estremo di quella divisione fra morti di serie A e morti di serie B che Pansa aveva denunciato con coraggio.


La verità è che la morte, se la guardiamo senza ideologie, è sempre la stessa. Porta via tutto, annienta differenze, azzera schieramenti. È la nostra narrazione che decide chi merita lacrime e chi merita oblio. Ed è proprio in questo gioco sporco di selezione del cordoglio che si misura il fallimento della nostra civiltà. Non abbiamo imparato nulla, né dai morti di ieri né da quelli di oggi. Continuiamo a dividere, a catalogare, a strumentalizzare. In fondo, per il potere, i morti servono soprattutto da vivi: come bandiere da sventolare, come pietre da lanciare contro il nemico, come simboli da manipolare.

Pansa lo aveva gridato a modo suo: dietro ogni cadavere c’è una storia, c’è una madre che piange, c’è un silenzio che dovrebbe imporre rispetto. Averlo dimenticato significa non solo tradire la verità, ma condannarsi a ripetere all’infinito lo stesso errore: pensare che il sangue abbia colori diversi, quando invece è sempre rosso.

Badoglianesimo senza colore: il potere trasversale in Italia

In Campania, la destra badogliana ha trovato una sua forma moderna e meno dichiarata. Qui il potere non si conquista solo con ideologia, ma con relazioni, clientele e capacità di tessere reti di protezione intorno a sé. Il centro-destra tradizionale ha faticato a radicarsi, e così la destra moderata di stampo badogliano si è infiltrata nei gangli del potere locale: comuni, province e enti regionali, dove l’abilità nel mantenere privilegi e status quo conta più dei programmi politici. Napoli e i centri urbani mostrano una destra più moderna, spesso berlusconiana o post-fascista, ma nelle province interne come Avellino o Benevento il conservatorismo istituzionale sopravvive sotto mentite spoglie, travestito da efficienza amministrativa e garanzia di stabilità.

In Puglia, la situazione non è molto diversa. Le città costiere oscillano tra centro-sinistra e destra moderna, ma nelle zone interne e più rurali il badoglianesimo trasversale prospera. Qui il conservatorismo non ha bisogno di monarchia o nostalgia storica: è una cultura del potere, una pratica quotidiana di gestione delle posizioni e di protezione dei propri alleati. Le cooperative, gli enti pubblici locali e le amministrazioni municipali diventano strumenti per perpetuare la rete di influenza e garantire continuità.


La Toscana, pur essendo storicamente rossa, non è immune. Nelle aree rurali e in certe élite cittadine, il badoglianesimo si manifesta nella protezione dei privilegi accademici, amministrativi o professionali. Siena, Arezzo, Grosseto e alcune zone della Valdera conservano tracce di quel conservatorismo istituzionale che predilige la stabilità e il mantenimento del potere più che l’innovazione o il rinnovamento. Qui, come altrove, l’apparato funziona come un organismo a sé stante, impermeabile ai colori e fedele al principio di fondo: chi detiene posizioni di comando le mantiene a ogni costo.

E poi c’è l’Emilia-Romagna, terra simbolo del badoglianesimo al contrario. Una sinistra storica che si definiva rivoluzionaria e portatrice di cambiamento ha finito per incarnare lo stesso conservatorismo che criticava. Le stesse dinamiche di protezione del potere, delle poltrone e delle clientele che un tempo si attribuivano alla destra si manifestano oggi in un apparato di governo solido, capace di resistere a ogni crisi, di adattarsi a qualsiasi mutamento elettorale e di perpetuare interessi consolidati. È il badoglianesimo trasversale, senza bandiera, che dimostra quanto il potere, al di là dei proclami, sia sempre uguale a se stesso.

In tutta Italia, insomma, il badoglianesimo non è più un fenomeno di destra. È una tecnica di sopravvivenza politica, una cultura del privilegio che attraversa territori, colori e ideologie. La Campania, la Puglia, la Toscana e l’Emilia-Romagna mostrano ciascuna un volto diverso di questo stesso principio: chi governa protegge se stesso, chi controlla le leve istituzionali perpetua la propria influenza, e chi osserva comprende che la politica italiana è molto più pragmatica di quanto le etichette possano suggerire.

Il Regno dell’Anticristo tra profezie bibliche, apparizioni mariane e rivelazioni di veggenti e stigmatizzati

Introduzione

Da secoli, teologi, mistici e profeti si interrogano sull’avvento dell’Anticristo, figura simbolica e concreta insieme, destinata – secondo le Scritture e numerose rivelazioni private – a instaurare un regno di inganno spirituale, persecuzione dei giusti e illusorio splendore temporale. In tempi recenti, le apparizioni mariane e i messaggi di veggenti e stigmatizzati sembrano convergere su un punto cruciale: il Regno dell’Anticristo è già iniziato, e opera sotto i nostri occhi, spesso mascherato da ideologie moderne, promesse tecnologiche o progetti geopolitici.


Le profezie bibliche: tra l’Apocalisse e San Paolo

L’Anticristo appare già nella Scrittura, sotto vari nomi: il “Figlio della Perdizione” nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi, la Bestia dell’Apocalisse, il “Falso Profeta”, “l’Uomo dell’iniquità” che siede nel Tempio e si fa adorare come Dio. Secondo la Tradizione, egli precederà immediatamente il ritorno di Cristo, governando un mondo unificato sotto un’apparente pace, che nasconde in realtà una rivolta cosmica contro Dio.

La prostituta di Babilonia 

Apparizioni mariane: il grido della Regina della Pace

Apparizioni come Fatima, Garabandal, Akita e soprattutto Medjugorje contengono, in forma esplicita o simbolica, l’annuncio della battaglia finale tra il bene e il male. I messaggi parlano di un tempo di grande confusione spirituale, in cui la verità diventa difficile da riconoscere; di una persecuzione dei veri cristiani; di un’infiltrazione del male persino all’interno della Chiesa; e di segreti e castighi divini imminenti, destinati a manifestarsi attraverso eventi cosmici e storici. Secondo alcune interpretazioni mistiche, il tempo dei segreti di Medjugorje sarebbe ormai prossimo e coinciderebbe con la piena manifestazione del potere dell’Anticristo.


Giorgio Bongiovanni: l’Anticristo è già nel mondo

Lo stigmatizzato Giorgio Bongiovanni, che afferma di ricevere messaggi spirituali dalla Madonna e da presunti esseri di luce, sostiene da anni che l’Anticristo sarebbe già incarnato in un uomo in carne e ossa, dotato di enorme influenza nei campi della politica, dell’economia e della cultura. Questa figura non agirebbe in modo apertamente violento o persecutorio, ma attraverso reti finanziarie occulte, la manipolazione dei mass media e la promozione di modelli di vita radicalmente anti-evangelici, fondati sull’individualismo estremo e sulla deificazione della scienza e del denaro. Bongiovanni collega spesso questa figura al “Mabus” di Nostradamus, precisando però che quest’ultimo non sarebbe il vero Anticristo, bensì il suo precursore violento, la cui morte segnerebbe l’inizio di un grande sconvolgimento mondiale.


Chi è Mabus? Il precursore del fuoco

Nostradamus scrisse:

Mabus poi morirà, e verrà una terribile rovina,

Bestie e uomini vendicati,

Subito verrà il castigo,

Cento mani, sete, fame, quando il cometa passerà.”

L’identità di Mabus rimane avvolta nel mistero. Nel corso degli anni sono state avanzate diverse ipotesi, che vanno dall’identificazione con un leader mediorientale, come Saddam Hussein o Osama Bin Laden, fino a quella con un grande attore geopolitico di rottura, come un presidente statunitense o un principe saudita. Altri interpreti ritengono invece che Mabus non sia una persona precisa, ma un agente simbolico di una crisi globale, che può manifestarsi sul piano economico, militare o spirituale e aprire la strada a un’epoca di caos senza precedenti.


Il volto dell’Anticristo: dove regna oggi

Secondo molti interpreti contemporanei, l’Anticristo non si presenterà come un tiranno classico, ma come un seduttore spirituale, travestito da benefattore dell’umanità. Il suo potere si fonderebbe su una falsa pace, costruita sull’uniformità e sulla progressiva cancellazione della fede; su una religione globale priva di Cristo; e su una scienza disincarnata che promette l’immortalità, come nel transumanesimo, ma nega l’esistenza dell’anima. Il suo regno sarebbe globale, invisibile e penetrante, simile a un virus dell’anima, e molti lo vedono già operare attraverso strumenti tecnologici, sistemi di controllo sociale, big data e nuove forme di idolatria.


Padre Livio, Radio Maria e i tempi dei segreti

Padre Livio Fanzaga, storico direttore di Radio Maria, ha affermato più volte che i segreti di Medjugorje si manifesteranno durante la sua vita. Nato nel 1940 e oggi ultranovantenne, questa affermazione viene interpretata da molti come un segno che il tempo sarebbe ormai vicino. Le veggenti hanno parlato di dieci segreti complessivi: i primi tre riguarderebbero avvertimenti e segni soprannaturali per l’umanità, mentre i successivi potrebbero includere vere e proprie punizioni divine.


Conclusione: resistere nel tempo dell’inganno

Il Regno dell’Anticristo, se esiste, non si imporrebbe con la forza delle armi, ma con il consenso di un’umanità che ha smesso di cercare Dio. È un potere che conquista prima i cuori e le menti, e solo dopo i troni. Tuttavia, le apparizioni mariane non lasciano spazio alla disperazione: a Fatima, come in altri luoghi, viene promesso il trionfo finale del Cuore Immacolato di Maria, anche se prima dovrà esserci la prova. Veggenti e mistici concordano sul fatto che ciascuno abbia un ruolo in questa battaglia invisibile e che il discernimento spirituale rappresenti la vera salvezza nei tempi dell’inganno.

ECONOMIA & POTERE - Dalla Grande Depressione alla grande deregulation: il mito infranto della Glass–Steagall

Come una legge nata per difendere i risparmiatori divenne il simbolo della fiducia nello Stato e, sessant’anni dopo, fu smantellata in nome ...