L’urgenza della scrittura
La telefonata dell’editore
Le lettere dei lettori
Poi arrivarono i messaggi. Persone sconosciute che mi scrivevano lettere lunghe, appassionate, raccontando come quelle pagine avessero illuminato un angolo della loro vita. Una donna mi confessò che grazie al libro aveva trovato la forza di lasciare un lavoro che la stava consumando. Un ragazzo mi disse che aveva ripreso a scrivere poesie. Leggevo tutto questo e mi domandavo: davvero ero stato io a generare un tale movimento interiore?
Una presentazione diversa
Un pomeriggio mi invitarono a presentare il libro in una piccola libreria di provincia. Già lo avevo fatto in precedenza in librerie, associazioni e circoli letterari, facendomi io avanti con loro per promuovere il mio libro. Non mi vergogno a dire che di nascosto dall'editore avevo qualche volta pagato chi mi ospitava, magari dando un contributo alla sua associazione. Per questo, non mi aspettavo nessuno, al massimo una decina di sedie occupate. Questa volta fu diversa: la sala era piena. C’erano persone in piedi, con il libro stretto al petto, come se contenesse qualcosa di prezioso. Quando iniziai a parlare, le parole mi tremavano in gola. Alla fine della serata mi chiesero dediche, decine, una dopo l’altra. In quel momento compresi che il libro non era più soltanto mio. Era diventato parte della vita di chi lo leggeva.
Il passaparola
Nel giro di pochi mesi il titolo iniziò a comparire ovunque. Un blog ne parlò con entusiasmo, poi una radio locale, poi ancora una recensione su una rivista. Il passaparola correva più veloce di quanto potessi immaginare. Dopo un anno, le copie vendute superarono le diecimila. L’editore, che inizialmente mi aveva considerato una scommessa, ora parlava di traduzioni, nuove edizioni, progetti futuri. Io, che continuavo a scrivere la sera nello stesso angolo di casa, mi ritrovai a viaggiare, a partecipare a festival, a sedermi a tavoli dove prima non avevo voce.
Il rovescio della medaglia
Il successo, però, portava anche una nuova pressione. In certi momenti mi chiedevo: “E adesso? Cosa scriverò dopo? Sarò all’altezza?”. Era una paura sottile, che conviveva con lo stupore e la gioia. Cercavo di ricordarmi perché avevo iniziato: non per piacere al mercato, non per seguire un’aspettativa, ma perché la scrittura era la mia forma di respiro.
La nuova vita del libro
La mia vita quotidiana, in apparenza, rimaneva la stessa. Stessi orari, stessi gesti. Però dentro di me qualcosa era cambiato in modo irreversibile. Ero passato dall’essere uno scrittore per me stesso a diventare, senza volerlo, la voce di una comunità invisibile di lettori. Capivo che quel libro non mi apparteneva più: era un seme che aveva attecchito altrove, e che cresceva in forme che io non potevo prevedere.

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