QUANDO IL LIBRO PRENDE IL VOLO

L’urgenza della scrittura



Non avevo scritto quel libro pensando ai numeri. Non immaginavo classifiche, tirature, recensioni. L’avevo scritto perché non riuscivo a farne a meno, come chi deve respirare. Sentivo che dentro di me c’era una verità, o almeno un’intuizione, che chiedeva di uscire, e non avrei avuto pace finché non l’avessi messa sulla pagina. Credevo che sarebbe stato letto da pochi, forse da una manciata di persone in sintonia con quelle parole. Mi bastava così: un piccolo atto di testimonianza, e nulla più.

La telefonata dell’editore

La sorpresa arrivò inaspettata. La prima edizione, duemila copie, sparì in poche settimane. Ricordo la telefonata dell’editore: aveva la voce eccitata, quasi incrinata dall’incredulità.
«Dobbiamo ristampare subito», mi disse. Io restai in silenzio, come se non capissi bene di che stesse parlando. La verità è che non ero preparato a immaginare un libro che comincia a camminare da solo.


Le lettere dei lettori

Poi arrivarono i messaggi. Persone sconosciute che mi scrivevano lettere lunghe, appassionate, raccontando come quelle pagine avessero illuminato un angolo della loro vita. Una donna mi confessò che grazie al libro aveva trovato la forza di lasciare un lavoro che la stava consumando. Un ragazzo mi disse che aveva ripreso a scrivere poesie. Leggevo tutto questo e mi domandavo: davvero ero stato io a generare un tale movimento interiore?


Una presentazione diversa

Un pomeriggio mi invitarono a presentare il libro in una piccola libreria di provincia. Già lo avevo fatto in precedenza in librerie,  associazioni e circoli letterari, facendomi io avanti con loro per promuovere il mio libro. Non mi vergogno a dire che di nascosto dall'editore avevo qualche volta  pagato chi mi ospitava, magari dando un contributo alla  sua associazione. Per questo, non mi aspettavo nessuno, al massimo una decina di sedie occupate. Questa volta fu diversa: la sala era piena. C’erano persone in piedi, con il libro stretto al petto, come se contenesse qualcosa di prezioso. Quando iniziai a parlare, le parole mi tremavano in gola. Alla fine della serata mi chiesero dediche, decine, una dopo l’altra. In quel momento compresi che il libro non era più soltanto mio. Era diventato parte della vita di chi lo leggeva.


Il passaparola

Nel giro di pochi mesi il titolo iniziò a comparire ovunque. Un blog ne parlò con entusiasmo, poi una radio locale, poi ancora una recensione su una rivista. Il passaparola correva più veloce di quanto potessi immaginare. Dopo un anno, le copie vendute superarono le diecimila. L’editore, che inizialmente mi aveva considerato una scommessa, ora parlava di traduzioni, nuove edizioni, progetti futuri. Io, che continuavo a scrivere la sera nello stesso angolo di casa, mi ritrovai a viaggiare, a partecipare a festival, a sedermi a tavoli dove prima non avevo voce.


Il rovescio della medaglia

Il successo, però, portava anche una nuova pressione. In certi momenti mi chiedevo: “E adesso? Cosa scriverò dopo? Sarò all’altezza?”. Era una paura sottile, che conviveva con lo stupore e la gioia. Cercavo di ricordarmi perché avevo iniziato: non per piacere al mercato, non per seguire un’aspettativa, ma perché la scrittura era la mia forma di respiro.


La nuova vita del libro

La mia vita quotidiana, in apparenza, rimaneva la stessa. Stessi orari, stessi gesti. Però dentro di me qualcosa era cambiato in modo irreversibile. Ero passato dall’essere uno scrittore per me stesso a diventare, senza volerlo, la voce di una comunità invisibile di lettori. Capivo che quel libro non mi apparteneva più: era un seme che aveva attecchito altrove, e che cresceva in forme che io non potevo prevedere.


Il senso ultimo

Non mi arricchii, e forse non era quello che cercavo, ma guadagnai qualcosa di più raro: la certezza che le parole, quando sono autentiche, possono trasformare non solo chi le scrive ma anche chi le riceve. Vedevo negli occhi dei lettori una luce che non dipendeva da me, ma da ciò che il libro aveva saputo risvegliare dentro di loro.
E allora capii: il libro aveva preso il volo. Io l’avevo soltanto lasciato andare.

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