Così il petrolio libico poteva riscrivere la Seconda Guerra Mondiale

Benito Mussolini e Italo Balbo

Nel 1937, in una gola polverosa vicino ad Agedabia, un ingegnere minerario dell’AGIP, il triestino Carlo Marangoni, scoprì qualcosa che cambiò la storia. Non fu una rovina romana né una vena di rame: fu un fiotto nero e denso, così violento da esplodere nella sabbia con un sibilo sordo. Petrolio. In quantità tali da far impallidire persino il Texas.

Ma la notizia non arrivò subito a Roma.

Italo Balbo, governatore della Libia e vecchio gerarca caduto in disgrazia agli occhi del Duce, fu il primo a essere informato. Era il 1938. Balbo sapeva che quella scoperta poteva cambiare il destino della guerra che già si profilava all’orizzonte. Ma non disse nulla.

Il petrolio venne nascosto, secretato nei rapporti militari, occultato sotto i budget civili dell’Azienda Libica del Petrolio.

Perché? Perché Balbo, “l’eroe del trasvolatore”, era stato relegato in Africa proprio da Mussolini. Una promozione che puzzava d’esilio.

Il Governatore sognava di tornare a Roma in trionfo — ma non da subordinato.

Solo nel 1939, a causa di una fuga di notizie interna all’AGIP, la voce arrivò a Palazzo Venezia. Il Duce fu informato con urgenza. Due settimane dopo, un convoglio segreto partiva da Roma diretto in Cirenaica. Con lui viaggiavano ministri, generali e l’onnipresente Farinacci. Mussolini si fece ritrarre con una tanica in mano, sotto il sole africano, proclamando:

"L’Impero ha trovato il suo cuore nero. Il destino ci appartiene."

Nel 1939, quando la guerra scoppiò, l’Italia fascista non era più la sorella povera della Germania. I porti libici brulicavano di petroliere. Raffinerie sorsero a Tobruk, Bengasi, Sirte. A Taranto e Gela, interi quartieri furono rasi al suolo per far spazio a nuove infrastrutture energetiche. Gli operai cantavano l’inno fascista al cambio turno, ignari del vortice globale che li avrebbe inghiottiti.

Nel 1941, mentre Rommel avanzava verso il Cairo, il carburante italiano scorreva nei serbatoi dei Panzer. Ogni goccia era una condanna per gli inglesi. Il generale Montgomery si trovò ad affrontare un nemico non più affamato, ma nutrito da un fiume nero sotterraneo.

Suez cadde. L’India tremò. L’Iraq, già ribelle, si unì all’Asse. A Berlino si brindava con cognac francese. A Roma, Mussolini parlava alla radio:

"Non più servi del carbone, ma padroni del fuoco liquido."

Ma la guerra non finì lì. Gli Alleati reagirono. I cieli d’Europa si riempirono di bombardieri americani. Gli impianti in Libia e Sicilia divennero bersagli quotidiani. Gli scienziati tedeschi affrettarono progetti oscuri: missili, jet, e qualcosa che si diceva potesse annientare una città intera con un solo lampo.

Nel 1946, con Mosca in fiamme e Londra sotto legge marziale, Washington gettò le carte. Hiroshima e Nagasaki furono solo l’inizio. Anche Napoli vide il cielo aprirsi. L’Europa era diventata un altare di fuoco, e il petrolio che doveva essere salvezza divenne combustibile dell’apocalisse.

Mussolini morì non a Dongo, ma a Berlino, nel bunker accanto a Hitler. Il “Sole Nero” del petrolio libico aveva brillato troppo intensamente.

Il mondo si risvegliò da quell’incubo con un’altra guerra in arrivo: una guerra fredda tra chi aveva il fuoco e chi ancora bramava l’oro nero sotto la sabbia.

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