Margaret Mazzantini: il dolore trasformato in arte narrativa

Nella letteratura contemporanea italiana, pochi autori hanno saputo imprimere un segno così profondo come Margaret Mazzantini. La sua opera si colloca in quella ristretta zona d’incontro tra letteratura e psicologia, dove la parola diventa strumento di introspezione e specchio dell’esperienza umana. Lungi dall’essere una semplice narratrice di storie, Mazzantini si propone come interprete delle emozioni più complesse, affrontando temi universali come il senso della colpa, la fragilità dell’amore, il peso della memoria e il desiderio di redenzione. La sua scrittura si situa così al crocevia tra il romanzo psicologico e la riflessione morale, delineando un percorso che merita di essere osservato con attenzione critica.

Margaret Mazzantini

Margaret Mazzantini non è semplicemente una scrittrice: è una tessitrice di emozioni. La sua voce nasce da un crocevia culturale, tra l’Irlanda e l’Italia, due mondi opposti che le hanno donato la capacità di leggere l’anima umana sotto molteplici luci. Crescere tra Dublino e Roma non è stato solo un cambio di paesaggio, ma una scuola di empatia: imparare a guardare la vita attraverso occhi diversi, imparare a sentire storie che non sono la propria.

All’inizio, Margaret si esprimeva attraverso il corpo e la voce del teatro, vivendo la recitazione come un’intensa esperienza emotiva. Ma ben presto scopre che la scrittura è il luogo dove il dolore può diventare parola, e la parola può diventare memoria. Il suo debutto letterario con Il catino di zinco è già un segnale della sua potenza narrativa, ma è Non ti muovere a spalancarle le porte dell’anima del pubblico. Quel romanzo, intenso e feroce, segna una svolta: non è solo una storia, è un’esperienza emotiva in cui il lettore si trova specchiato, talvolta dolorosamente.

Ciò che rende Mazzantini unica è la sua capacità di trasformare l’intimità più cruda in un racconto universale. Le sue pagine non si leggono soltanto: si vivono. Colpa, amore, redenzione diventano archetipi, e la narrazione si carica di una tensione emotiva che sfiora il lirico. Questa forza, questa sincerità, è ciò che le ha permesso di abbattere il “muro dell’indifferenza” che spesso circonda la letteratura contemporanea.

La sua arte non si limita alla parola scritta. La collaborazione con il marito, il regista Sergio Castellitto, è una testimonianza di come la letteratura possa dialogare con il cinema, amplificando il potere delle storie. Film come l’adattamento di Non ti muovere sono ponti tra forme artistiche, veicoli che portano la sua voce a un pubblico ancora più vasto.

Oggi, Margaret Mazzantini non è solo una scrittrice di successo, ma una figura simbolica: quella di un’artista che ha saputo fare del dolore la materia prima della sua arte. Attraverso le sue opere, ci insegna che il muro dell’indifferenza non si supera con il clamore, ma con la profondità. E che solo chi ha il coraggio di scavare dentro se stesso può parlare davvero al cuore degli altri.

Margaret Mazzantini rappresenta un caso esemplare di come la letteratura contemporanea possa riprendere il suo ruolo originario: quello di far luce sulle emozioni più profonde dell’uomo, di tradurre in parola ciò che altrimenti resterebbe inespresso. La sua arte ci ricorda che il valore di un’opera non si misura soltanto in vendite o riconoscimenti, ma nella sua capacità di trasformare il lettore, di instillare una nuova consapevolezza. Superare il muro dell’indifferenza significa aprire una porta dentro chi legge: un atto di coraggio che Mazzantini ha compiuto con coerenza e intensità, rendendo la sua voce una delle più rilevanti della letteratura italiana contemporanea.


(121) Nel labirinto dell’infinito: l’universo di Jorge Luis Borges

Tra gli autori che più hanno saputo trasformare la letteratura in una forma di pensiero puro, Jorge Luis Borges occupa un posto unico. Le sue opere, composte spesso di racconti brevi, appaiono come frammenti di un universo vasto e misterioso, dove ogni parola è un sentiero che si biforca, ogni libro una porta su infiniti mondi. Borges non scrive soltanto storie: costruisce specchi, labirinti e biblioteche nei quali il lettore si perde e si ritrova, come in un sogno lucido.

Ciò che colpisce nei suoi testi è la naturalezza con cui fonde erudizione e immaginazione. Filosofi, mistici e teologi convivono accanto a personaggi inventati, enciclopedie inesistenti e citazioni apocrife che assumono il peso della verità. In questo gioco di specchi, la realtà e la finzione si confondono fino a diventare indistinguibili. Borges sembra suggerire che il mondo stesso non sia altro che un testo scritto da un Autore invisibile, e che ogni lettore, nel tentativo di interpretarlo, ne diventi a sua volta co-creatore.

La Biblioteca di Babele 

Il tempo, per Borges, non scorre in linea retta. È circolare, labirintico, fatto di ripetizioni e biforcazioni. Ogni istante contiene tutti gli altri, e ogni scelta apre la possibilità di mondi paralleli. In racconti come Il giardino dei sentieri che si biforcano o El Aleph, questa idea si traduce in immagini vertiginose: un punto che racchiude l’intero universo, un libro che include tutti i libri possibili, un uomo che scopre di essere al tempo stesso il suo creatore e la sua creatura. È come se l’autore argentino avesse intuito che l’infinito non si trova nei cieli, ma nella mente umana e nella parola scritta.

La Biblioteca di Babele resta forse la sua metafora più potente. Un luogo che contiene tutti i libri, in tutte le combinazioni di lettere possibili, e dunque ogni verità e ogni errore, ogni preghiera e ogni bestemmia, ogni senso e ogni assurdità. In questa visione, la conoscenza diventa una forma di condanna: sapere che tutto è già stato scritto significa accettare la propria impotenza di fronte al caos. Eppure, Borges riesce a trasformare questo abisso in meraviglia. La sua scrittura non teme l’infinito: lo abbraccia con una lucidità che confina con la mistica.

L’ironia, in lui, è una forma di saggezza. Pur muovendosi tra paradossi e abissi metafisici, Borges conserva una leggerezza rara. Non c’è mai enfasi, mai dramma: solo la calma consapevolezza di chi sa che ogni verità è un’ombra proiettata da un’altra. Nei suoi racconti, anche la filosofia più complessa si fa gioco, e ogni gioco rivela un frammento di verità.

Leggere Borges significa accettare di perdersi. Entrare nel suo mondo è come attraversare un labirinto di specchi, dove il riflesso del lettore si confonde con quello dell’autore, e dove la letteratura non è più un semplice racconto, ma un atto di rivelazione. In fondo, come scrisse lui stesso, “l’universo – che altri chiamano la Biblioteca – si compone di un numero indefinito, forse infinito, di gallerie esagonali”. Ed è proprio lì, in quella biblioteca che è anche la mente umana, che Borges continua a scrivere, a sognare e a riflettere attraverso di noi, i suoi lettori di sempre.

Iran 1979: la rivoluzione che terrorizzò l’Occidente e sfidò il mondo moderno

La rivoluzione iraniana del 1979 non fu soltanto un cambiamento di governo, ma un terremoto culturale, religioso e sociale che ha trasformato per sempre la percezione dell’Islam e della politica internazionale. Per capire la portata di questo evento, bisogna tornare agli anni precedenti, quando lo Scià Mohammad Reza Pahlavi, sostenuto dagli Stati Uniti, cercava di modernizzare l’Iran con riforme economiche, industriali e sociali rapide e spesso imposte con metodi autoritari. L’apertura verso l’Occidente, la promozione dei diritti femminili e l’industrializzazione cozzavano però con una società profondamente legata alle proprie tradizioni religiose e culturali, generando un senso crescente di frustrazione e ingiustizia, soprattutto nelle province e tra le classi popolari.

La repressione politica aggravava il malcontento. La polizia segreta SAVAK monitorava e soffocava qualsiasi forma di dissenso, mentre la corruzione e la disuguaglianza economica aumentavano, lasciando grandi fasce della popolazione marginalizzate. La gioventù urbana, istruita ma priva di reali prospettive politiche, e i contadini impoveriti trovarono così terreno fertile per un movimento di opposizione che prometteva un cambiamento radicale.

In questo clima, il clero sciita, guidato da Ruhollah Khomeini, assunse un ruolo centrale. La religione non era solo un collante morale e sociale: diventava il linguaggio stesso della ribellione. Khomeini, esiliato prima in Iraq e poi in Francia, trasformò la sua figura in simbolo di resistenza non solo contro lo Scià, ma contro l’influenza occidentale sull’Iran. La rivoluzione, quindi, non era solo politica: era teologica e anti-imperialista, e proprio questa dimensione metafisica la rendeva profondamente incomprensibile e inquietante per l’Occidente.

Per molti osservatori occidentali, la rivoluzione iraniana rappresentava un vero e proprio trauma. Se il bolscevismo del 1917 era un’avversità ideologica comprensibile e misurabile, la rivoluzione iraniana portava Dio nella sfera politica, sfidando l’ordine laico occidentale e rifiutando apertamente i valori della modernità. L’Occidente si trovava di fronte a un nemico che non poteva essere negoziato con strumenti tradizionali: la democrazia, il liberalismo e la diplomazia apparivano impotenti di fronte a un sistema legittimato da una logica religiosa e messianica, profondamente radicato nella cultura locale.

Dopo il 1979, gli Stati Uniti e i loro alleati tentarono di contenere il regime con sanzioni economiche e campagne diplomatiche. Più recentemente, hanno sostenuto quelle che vengono chiamate “rivoluzioni arancioni”: movimenti urbani, manifestazioni studentesche e proteste sociali ispirate a modelli esterni di cambiamento politico. Eppure, una dopo l’altra, queste iniziative falliscono. Il motivo non sta nella mancanza di coraggio della popolazione, ma nella struttura stessa del sistema iraniano. Il regime ha costruito una rete capillare di controllo sociale e militare, dalla Guardia Rivoluzionaria alle milizie Basij, che permette di monitorare, infiltrare e neutralizzare ogni protesta prima che possa diventare una vera minaccia. Inoltre, ogni pressione esterna viene trasformata in legittimazione interna, rafforzando la narrativa della resistenza contro l’imperialismo occidentale.


Il fallimento di sanzioni e rivoluzioni esterne rivela un’altra verità: l’Occidente ha spesso sottovalutato la profondità della legittimità interna del regime, la coesione culturale e religiosa che unisce diverse classi sociali e la resilienza strutturale dello Stato. Ogni tentativo di “esportare” la democrazia o di imporre cambiamenti seguendo schemi occidentali si scontra con una realtà profondamente radicata, che combina fede, identità nazionale e rifiuto ontologico dell’egemonia occidentale.

In definitiva, la rivoluzione iraniana non fu solo il rovesciamento di uno Scià: fu la nascita di un modello politico e culturale che sfidava direttamente le logiche del mondo moderno, imponendo un’alternativa radicale e duratura. L’Occidente, pur cercando di contenere o modificare il corso degli eventi, si è trovato di fronte a un sistema resiliente, capace di trasformare ogni pressione esterna in forza interna, confermando che in Iran il cambiamento non può essere imposto dall’esterno, ma nasce solo da un complesso intreccio di religione, cultura e politica interna.

Resina, la città dimenticata tra mito e vita quotidiana

Prima di chiamarsi Ercolano, la città portava un nome semplice ma carico di storia: Resina. Un nome che parlava di boschi profumati e pini rigogliosi, da cui si estraeva la resina, sostanza preziosa usata per tutto: sigillare anfore, accendere fuochi, preparare medicamenti. Era un legame concreto con la natura circostante, un marchio del territorio che scandiva il ritmo della vita degli abitanti.

La Resina del Novecento era fatta di strade strette, botteghe e mercati affollati, di chiacchiere scambiate davanti a un banco di frutta o al forno, mentre in lontananza si sentiva il mormorio del mare. Era una città piccola ma viva, dove il passato antico conviveva silenzioso con la quotidianità. Poco distante, gli scavi di Herculaneum restituivano già i segreti di una civiltà sepolta dal Vesuvio, ma per molti la città moderna continuava a chiamarsi Resina, un nome che custodiva ricordi familiari e tradizioni popolari.

Vista di Ercolano dagli scavi

Quando nel 1969 arrivò la decisione di cambiare nome in Ercolano, fu come risvegliare un legame millenario: da quel momento la città moderna divenne la custode ufficiale dell’antica Herculaneum, un ponte tra mito e storia. Eppure, nel cuore degli abitanti, Resina non scomparve mai del tutto. Rimase nei racconti degli anziani, nei documenti storici, nelle memorie dei mercati affollati e delle piazze animate, un ricordo di vita quotidiana che continuava a respirare tra le vie della città.

Resina e Ercolano convivono così, due nomi per un unico luogo: uno che guarda al mito di Ercole e alla grandezza romana, l’altro che racconta la semplicità e la vitalità di un passato recente, mai del tutto dimenticato.

(120) La scienza della fortuna: i principi di Richard Wiseman

Secondo Richard Wiseman, la fortuna non è un fenomeno casuale, ma il risultato di atteggiamenti e comportamenti che le persone fortunate mettono in pratica quotidianamente. Le persone fortunate tendono innanzitutto a massimizzare le opportunità che la vita offre. Non si limitano a subire gli eventi, ma sono curiose, aperte agli incontri con gli altri e pronte a esplorare nuove esperienze. Questa apertura aumenta le possibilità di imbattersi in occasioni favorevoli, spesso quando meno se lo aspettano. La chiave, però, non è solo notare le opportunità, ma saperle sfruttare. Chi è fortunato combina preparazione, perseveranza e un ottimismo pragmatico per trasformare le possibilità in risultati concreti, affrontando i rischi calcolati senza paura.


Un altro elemento fondamentale della fortuna riguarda la mentalità. Le persone fortunate mantengono un atteggiamento positivo anche di fronte agli ostacoli, vedendo le difficoltà come sfide piuttosto che come insuccessi insormontabili. Questo atteggiamento permette loro di rimanere lucide, di visualizzare scenari di successo e di affrontare la vita con una maggiore sicurezza, creando così un circolo virtuoso di eventi favorevoli. Infine, la gestione della fortuna richiede capacità di riflessione e resilienza. I fortunati imparano dai propri successi e dai propri fallimenti, attribuendo le difficoltà a cause specifiche e modificabili e cercando sempre di trarre insegnamenti dalle esperienze vissute. Condividere la propria fortuna e riconoscerla rafforza inoltre le relazioni sociali, aumentando ulteriormente le possibilità di ricevere sostegno e nuove opportunità.

In definitiva, la fortuna, secondo Wiseman, è molto meno una questione di caso e molto più una questione di atteggiamento, apertura mentale e capacità di trasformare le circostanze in vantaggi concreti. Chi sa notare le occasioni, sfruttarle, mantenere una mentalità positiva e imparare dall’esperienza quotidiana, costruisce una vita ricca di eventi fortunati, spesso percepiti dagli altri come pura casualità, ma in realtà frutto di comportamenti ben precisi.

Dalla persecuzione allo sterminio. Il lento cammino verso la “soluzione finale

[post a tempo: scadenza 14 luglio 2031]


La “soluzione finale della questione ebraica” non nacque da un atto improvviso, ma fu l’esito di un lungo processo di degradazione morale e politica, in cui l’odio ideologico, la burocrazia di Stato e la logica totalitaria si fusero in un meccanismo di morte. Comprendere come si giunse a quella decisione significa cogliere il crescendo di disumanizzazione che, passo dopo passo, rese possibile l’impensabile.

Fin dagli anni Venti, l’antisemitismo occupava un posto centrale nel pensiero di Adolf Hitler e del movimento nazista. Gli ebrei erano additati come responsabili della decadenza morale e della crisi economica tedesca, descritti come un corpo estraneo da estirpare dal tessuto della nazione. Eppure, nelle prime fasi del regime, la persecuzione non si tradusse ancora in sterminio: lo scopo era piuttosto l’emarginazione, l’espulsione, la cancellazione della presenza ebraica dalla vita pubblica. Le leggi di Norimberga del 1935, i boicottaggi economici, le violenze della Notte dei Cristalli nel 1938 segnarono le tappe di una progressiva esclusione, giustificata da un apparato propagandistico che trasformava il pregiudizio in verità di Stato.

Con l’invasione della Polonia nel 1939 e l’inizio della guerra, la questione ebraica assunse una nuova dimensione. Milioni di ebrei finirono sotto il dominio del Reich e la soluzione non poteva più essere solo l’emigrazione forzata. Nacquero i ghetti, spazi di segregazione e di fame, dove la vita era ridotta a un’attesa senza futuro. Ma anche in quei luoghi infernali la logica non era ancora quella dell’annientamento totale: lo sfruttamento del lavoro e il controllo militare sembravano essere gli obiettivi immediati. Tuttavia, la guerra sul fronte orientale e l’invasione dell’Unione Sovietica nel 1941 radicalizzarono la violenza. Gli Einsatzgruppen, unità mobili di sterminio, seguirono l’esercito tedesco e iniziarono le fucilazioni di massa, eliminando intere comunità con l’apparente freddezza di un dovere militare.

Fu in questo clima che maturò l’idea di una soluzione definitiva. I piani di deportazione verso territori lontani, come il cosiddetto “progetto Madagascar”, vennero abbandonati perché impraticabili. Restava solo l’eliminazione fisica. Tra la fine del 1941 e l’inizio del 1942, la macchina amministrativa del Reich mise a punto il sistema della deportazione e dei campi di sterminio. La conferenza di Wannsee, nel gennaio 1942, formalizzò ciò che era già iniziato nei fatti: la trasformazione del genocidio in un processo organizzato, metodico, gestito da funzionari e burocrati come un’operazione logistica.

Il passaggio dalla persecuzione alla distruzione totale fu il punto più alto di un crescendo di orrore. La disumanizzazione non colpì soltanto le vittime, ridotte a numeri, a merce biologica da trasportare e “trattare”, ma anche i carnefici, trasformati in ingranaggi di un sistema che cancellava ogni responsabilità individuale. L’industria della morte che sorse ad Auschwitz, Treblinka, Sobibór e negli altri campi non fu il frutto di un’improvvisa follia collettiva, ma di una normalità corrotta, di una sequenza di scelte che resero ogni nuovo passo più accettabile del precedente.


La “soluzione finale” non fu dunque solo un crimine, ma il punto d’arrivo di un processo di degrado morale e culturale, in cui l’uomo smise di vedere l’altro come un essere umano. La gradualità di questa discesa negli abissi è ciò che la rende ancora più terribile: perché dimostra come l’orrore possa nascere da gesti apparentemente ordinari, da leggi firmate in silenzio, da ordini eseguiti con disciplina. Comprendere questo percorso significa guardare negli occhi non solo la storia, ma anche la parte più oscura della nostra umanità.

Il senso della vita nella società materialista

 [Post a tempo: scadenza 13 luglio 2031]


Nella società contemporanea, dominata dal consumo e dalla tecnica, la domanda sul senso della vita sembra essersi fatta più urgente che mai. Viviamo in un mondo dove tutto è disponibile, acquistabile, misurabile; e tuttavia, più cresce la quantità di beni e stimoli, più si affievolisce il senso dell’esistenza. È come se, nell’accumulo delle cose, avessimo smarrito l’intimità dell’essere. L’uomo moderno, immerso nella materialità, cerca conforto nell’efficienza e nella produttività, ma raramente si ferma a chiedersi perché faccia ciò che fa, o verso quale scopo diriga le proprie energie.

Il pensiero filosofico del Novecento ha anticipato questa crisi. Nietzsche, già alla fine dell’Ottocento, aveva proclamato la “morte di Dio”, non come un atto di ateismo, ma come la constatazione di un vuoto: l’umanità, liberatasi dal fondamento trascendente, si trova ora a fluttuare senza un centro. Heidegger parlerà dell’“oblio dell’essere”, denunciando una civiltà che pensa e calcola, ma non si interroga più sull’essenza del suo esistere. In questo vuoto di senso, l’uomo si rifugia nel lavoro, nella tecnologia, nel consumo: sostituti simbolici di una spiritualità che non sa più dove rivolgersi.

Tuttavia, la filosofia non si limita alla diagnosi. Camus, con la sua lucida riflessione sull’assurdo, invita a non fuggire davanti al non-senso, ma a guardarlo in faccia, a trasformare la rivolta contro l’insignificanza in un atto di libertà. Per Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, il senso non si inventa, ma si scopre. Esso non nasce dall’arbitrio dell’individuo, ma dal suo incontro con la vita stessa — nell’amore, nella sofferenza, nella responsabilità verso qualcosa o qualcuno. In questo modo, il pensiero moderno sembra indicare che la perdita di un senso universale può essere anche un’opportunità per riscoprirne uno personale e autentico.

Sul piano spirituale, il materialismo non rappresenta solo una decadenza, ma anche una soglia. Quando il mondo perde il sacro, l’uomo è costretto a cercarlo dentro di sé. È qui che molte correnti mistiche e sapienziali trovano nuova linfa: la meditazione, l’ecospiritualità, le forme di interiorità laica non negano la realtà materiale, ma ne riconoscono la dimensione sacrale. Il divino non è più concepito come un’entità separata, bensì come una qualità dell’essere, una presenza che si manifesta nell’attenzione, nella consapevolezza, nella compassione. In questo orizzonte, il vuoto lasciato dai miti tradizionali diventa spazio di possibilità: un invito a un contatto più diretto con l’essenza delle cose.

Eppure, dal punto di vista sociologico, la struttura della società moderna sembra remare in direzione opposta. Come notava Erich Fromm, abbiamo sostituito l’“essere” con l’“avere”. L’identità si costruisce attraverso ciò che si possiede, non attraverso ciò che si è. Il successo sociale, la carriera, il consumo diventano i criteri di valore, mentre la dimensione interiore viene relegata al privato, o peggio ancora, mercificata. Zygmunt Bauman descrive questo fenomeno come “modernità liquida”: tutto scorre, tutto cambia, nulla resta. Anche le relazioni umane si dissolvono in una rete di legami provvisori, dove l’altro è percepito più come un mezzo che come un mistero da comprendere.


In una tale cornice, la vita rischia di ridursi a una sequenza di esperienze, non a un cammino di senso. Eppure, proprio nella crisi di significato emergono nuovi germogli. Sempre più persone avvertono il bisogno di rallentare, di ritrovare un senso comunitario, di riconnettersi con la natura e con sé stesse. Il materialismo, nel suo stesso eccesso, genera la nostalgia di ciò che ha espulso: la profondità, il silenzio, la presenza. La spiritualità contemporanea, spesso libera dai dogmi religiosi, non cerca un ritorno al passato, ma un’integrazione: comprendere la materia come parte del sacro, e il sacro come dimensione nascosta della materia.

Il paradosso del nostro tempo è che possediamo tutto ciò che le generazioni precedenti avrebbero potuto desiderare, e tuttavia non sappiamo per cosa vivere. Abbiamo conquistato una libertà immensa, ma non ne conosciamo il senso. Comunichiamo incessantemente, ma raramente ci comprendiamo. In fondo, la società materialista non ha cancellato il senso della vita — lo ha semplicemente spostato. Non lo troviamo più nei cieli o nelle ideologie, ma nel cuore stesso della ricerca.

Forse il senso della vita oggi non consiste in una verità da affermare, ma in un cammino da percorrere con consapevolezza. È il modo in cui abitiamo il tempo, in cui ci prendiamo cura degli altri, in cui restiamo aperti al mistero del reale. Ritrovare il senso non significa evadere dal mondo materiale, ma trasfiguralo: imparare a vedere nella materia la presenza dello spirito, e nello spirito la concretezza dell’esistenza. In questa riconciliazione tra visibile e invisibile, tra fare e contemplare, tra possedere e donare, si nasconde forse la risposta più semplice e più difficile alla domanda di sempre: vivere davvero.

(119) Alberto Bertuzzi: il cittadino scomodo che morì con le sue idee

Ci sono figure che sembrano appartenere a un’Italia che non esiste più — quella degli idealisti solitari, dei moralisti civili, degli uomini che combattevano battaglie enormi con mezzi ridicoli. Alberto Bertuzzi (1913–1988) è stato uno di questi. Industrialista, inventore, scienziato dilettante, ma soprattutto “difensore civico” ante litteram, fu un uomo che volle fare della Costituzione una questione personale.

La sua autobiografia del 1984

E, come spesso accade a chi vuole cambiare il mondo da solo, finì per combattere più contro i mulini a vento che contro i veri potenti.


L’ingegnere che volle essere cittadino

Nato nel cuore di un’Italia ancora monarchica e agricola, Bertuzzi visse una parabola tipica dell’imprenditore del dopoguerra: laurea in scienze agrarie, esperienze tecniche all’estero, un’azienda fondata a Brugherio nel 1945, e poi l’impegno nella ricerca tecnologica.
Ma a differenza di tanti colleghi, Bertuzzi non si accontentò del successo economico. Sentiva — sinceramente — che lo Stato e la società civile erano un corpo da curare. Quando negli anni Sessanta cominciò a denunciare l’inquinamento industriale e la corruzione degli amministratori, lo fece senza appoggiarsi a nessun partito.
Si proclamò “difensore civico” quando ancora in Italia non esisteva la figura giuridica dell’ombudsman, e aprì un suo ufficio di promozione civica. In pratica: un cittadino che vigilava sui cittadini potenti.

Il moralista contro tutti

Il suo modo di agire era spigoloso, a tratti teatrale. Convocava ministri per metterli alla prova sulla Costituzione, scriveva libri dai titoli provocatori come Scusate signori del Palazzo e Disobbedisco, rifiutava la parola “onorevole” come forma di servilismo linguistico.
Era, in un certo senso, un guastatore istituzionale: uno che voleva ricordare ai politici che la democrazia non è una rendita di posizione ma un dovere quotidiano.
Eppure, proprio questa sua purezza assoluta lo rese isolato.
Non aveva la capacità di costruire alleanze, né l’umiltà di riconoscere che anche la politica è compromesso, non solo denuncia. Quando nel 1987 venne eletto deputato come indipendente nelle liste del Partito Radicale, promise di dimettersi. Poi cambiò idea: «mi hanno votato, resto».
Quella contraddizione lo rese bersaglio dei radicali stessi, che lo accusarono di incoerenza. In realtà, Bertuzzi restò fedele a se stesso fino alla fine: un uomo che non obbediva nemmeno ai suoi alleati.

Un’eredità difficile

A distanza di decenni, la figura di Alberto Bertuzzi è quasi scomparsa dalla memoria collettiva.
Nessuna scuola porta il suo nome, pochi ricordano le sue battaglie, e il premio intitolato dal CICAP in sua memoria (“In difesa della Ragione”) è noto solo a pochi specialisti.
Eppure, molte delle sue intuizioni — il controllo civico sul potere, la trasparenza amministrativa, la responsabilità individuale — anticipavano di anni temi oggi centrali.
Ma la verità è che Bertuzzi non lasciò eredi.
Non fondò un movimento, non creò una scuola di pensiero, non riuscì a trasformare la sua indignazione in un’eredità politica o culturale.

Il guerriero solitario muore con la sua giusta causa 

La sua opera morì con lui, come accade a molte figure “testimoni” del Novecento: forti di una coscienza morale, deboli di una strategia collettiva.

Tra mito e dimenticanza

Si può dire che Alberto Bertuzzi sia stato un Don Chisciotte civile: nobile nelle intenzioni, confuso nei risultati, ma comunque indispensabile.
Perché in ogni epoca servono persone che ricordano agli altri cosa significhi essere cittadini, anche se lo fanno nel modo più scomodo possibile.
Bertuzzi non è stato un santo né un eroe: è stato un uomo che non ha mai imparato l’arte dell’indifferenza.
E forse, per questo, appartiene davvero a un’altra Italia — quella che finiva quando finiva l’uomo che la rappresentava.

(118) Il lupo sotto la pelle dell’agnello: storia e mistero della Società Fabiana

Quando nel 1884 un piccolo gruppo di intellettuali londinesi decise di fondare un circolo politico-culturale, nessuno avrebbe immaginato che il loro nome sarebbe rimasto sospeso per oltre un secolo tra la storia ufficiale e le teorie del complotto. La Società Fabiana, così chiamata in onore del generale romano Quinto Fabio Massimo detto “il temporeggiatore”, nacque con un intento preciso: diffondere il socialismo non attraverso la rivoluzione, ma con la pazienza del logoramento, con la lenta penetrazione delle idee all’interno delle istituzioni.

Il principio era chiaro: non abbattere il sistema, ma trasformarlo dall’interno, goccia dopo goccia, riforma dopo riforma. In questo senso la Fabian Society rappresentò una rottura rispetto al marxismo rivoluzionario. Tra i suoi membri figuravano personalità come George Bernard Shaw, Sidney e Beatrice Webb, H.G. Wells, uomini e donne che non cercavano le barricate di strada, bensì le aule universitarie, i parlamenti e i giornali. Dalla loro visione sarebbero nate istituzioni fondamentali per la politica britannica, tra cui il Partito Laburista e la London School of Economics.

Eppure, dietro questo volto progressista e riformista, la Fabian Society ha attirato su di sé un alone di sospetto. Il simbolo originario scelto dal gruppo, un lupo travestito da agnello, non aiutò a placare le accuse. Dove i fondatori vedevano un richiamo ironico e trasparente alla propria strategia di azione silenziosa, molti iniziarono a scorgere un segno di doppiezza, se non addirittura di cospirazione. Da quel momento, l’idea che i fabiani tramassero per condizionare la società dall’interno prese piede e divenne fertile terreno per le teorie del complotto.


La loro influenza reale – il peso sulle élite politiche e intellettuali britanniche, il ruolo nei dibattiti sul welfare e sulla pianificazione economica – fu interpretata da alcuni come prova di un disegno segreto di controllo. In ambienti conservatori e anticomunisti, la Fabian Society venne presto accusata di voler costruire un “nuovo ordine mondiale” sotto le sembianze di innocue riforme. I richiami al simbolismo classico e l’uso di metafore allegoriche alimentarono persino ipotesi esoteriche, fino a inserirla nelle grandi narrazioni complottiste insieme a massoni, illuminati e società occulte.

Nel XXI secolo il mito non si è spento. Su forum online, blog cospirazionisti e video virali la Fabian Society viene ancora citata come il “cervello invisibile” del progressismo globale. Spesso viene legata alle Nazioni Unite, all’Unione Europea o ai grandi filantropi moderni, quasi che le riforme sociali e le politiche di welfare non fossero il frutto di processi storici e democratici, ma di una regia occulta iniziata a Londra più di un secolo fa. In certi ambienti vicini al complottismo americano, i fabiani sono persino accusati di aver preparato il terreno all’agenda della “global governance”, trasformandosi da semplice think tank in una sorta di società segreta al servizio del potere mondialista.

Eppure, al di là delle suggestioni, la realtà è molto più ordinaria. La Fabian Society esiste ancora, pubblica report, organizza dibattiti, sostiene il Labour Party e continua a occuparsi di temi come l’uguaglianza, la giustizia sociale e la riforma economica. Niente riti occulti o trame invisibili, dunque, ma il normale lavoro di un laboratorio di idee politiche. Ciò che resta, però, è l’ambiguità del simbolo: quel lupo sotto la pelle dell’agnello che, da satira intellettuale, si è trasformato nell’icona perfetta per chi cerca dietro ogni riforma la mano di una cospirazione globale.



Caro Scanzi, ti critico perché ti prendo sul serio

 [Post a tempo: scadenza 10 luglio 2029]

Andrea Scanzi

Caro Andrea Scanzi,

non ti scrivo per farti i complimenti — ne ricevi già abbastanza, immagino — e nemmeno per insultarti, perché di detrattori non ti mancano. Ti scrivo per dirti una cosa più semplice: ti seguo. Ti seguo da tempo, con quell’attenzione che si riserva alle figure che dividono, che fanno discutere, che non si accontentano di stare nel mezzo.

Non sono sempre d’accordo con te, anzi. A volte ti trovo sopra le righe, altre volte mi sembra che tu ti diverta un po’ troppo a recitare la parte del graffiante di professione. Ma è proprio per questo che ti prendo sul serio: perché, dietro al personaggio, ci vedo il giornalista che conosce i fatti, li studia e li mette in fila con un piglio che pochi altri hanno il coraggio di mantenere.

C’è chi ti accusa di essere un “pallone gonfiato”, chi ti liquida come un opinionista da salotto televisivo. Io credo invece che il tuo vero difetto — o pregio, dipende dai gusti — sia un altro: non lasci indifferenti. E in un Paese in cui spesso i commentatori si limitano a non pestare i piedi a nessuno, questo non è poco.

Continuerò quindi a leggerti, a dissentire quando serve e ad annuire quando, inevitabilmente, mi troverò dalla tua parte. Perché se ti critico è solo perché penso che la tua voce conti. E finché conterà, sarà difficile smettere di seguirti.

Un saluto,
Ettore Alpi


La banalità del male e la scelta di non scegliere

 [Post a tempo: scadenza 9 luglio 2031]


C’è una verità scomoda che attraversa la storia umana come un filo invisibile: non scegliere è comunque una scelta.

Ogni volta che un individuo rinuncia ad agire, a giudicare, a prendere posizione, lascia che altri decidano per lui. E nella trama invisibile di queste omissioni si annida ciò che la filosofa Hannah Arendt chiamò “la banalità del male”.

Il male, spiegava Arendt, non è sempre spettacolare né diabolico: spesso è ordinario, grigio, impersonale. È il male compiuto da persone comuni che smettono di pensare, che si rifugiano nell’obbedienza, nella paura o nel comodo disinteresse. Ed è proprio in politica, dove ogni decisione individuale pesa sul destino collettivo, che questa banalità trova terreno fertile.



Il volto normale del male

Quando Arendt assistette al processo di Adolf Eichmann nel 1961, non vide un mostro ma un impiegato diligente. Eichmann, responsabile logistico della deportazione degli ebrei, non urlava slogan, non mostrava fanatismo: parlava come un burocrate. “Eseguivo ordini”, diceva.
Quel linguaggio amministrativo del male, quella freddezza neutrale, furono per Arendt la scoperta più agghiacciante: il male non nasce sempre dall’odio, ma dalla mancanza di pensiero.

L’uomo che non riflette, che non si interroga, che esegue senza chiedersi “è giusto?”, diventa un anello di una catena più grande, spesso senza nemmeno accorgersene.
Così, il male diventa “banale”: un prodotto dell’abitudine, della pigrizia morale, dell’inerzia civile.


L’illusione della neutralità

Molti credono che restare neutrali significhi restare innocenti.
“Non mi interessa la politica”, “sono tutti uguali”, “tanto non cambia niente”: frasi che suonano come scetticismo ma nascondono, in realtà, una resa.
La non-scelta, soprattutto in politica, è un atto che pesa quanto una scelta. Chi non vota, chi tace, chi non si schiera, lascia che a parlare sia chi ha più interesse a farlo.
È come togliere peso da una bilancia: anche senza toccare nulla, si modifica l’equilibrio.


La storia è piena di esempi in cui l’indifferenza collettiva ha permesso l’avanzare dell’ingiustizia.
Nella Germania degli anni ’30, milioni di cittadini che non aderirono attivamente al nazismo si considerarono “fuori dalla politica”. Ma il loro silenzio fu un fertilizzante silenzioso per il regime.

Come ricordava Martin Niemöller, pastore luterano internato a Dachau:

“Prima vennero per gli ebrei, e non dissi nulla perché non ero ebreo.
Poi vennero per i comunisti, e non dissi nulla perché non ero comunista.
Poi vennero per me, e non era rimasto nessuno a protestare.”

 


L’inerzia come forma di complicità

L’esperimento di Stanley Milgram, condotto negli anni Sessanta, dimostrò quanto l’essere umano sia disposto a obbedire all’autorità anche contro la propria coscienza.
Sotto la pressione di un “superiore”, persone comuni arrivavano a infliggere scosse elettriche potenzialmente mortali a un estraneo. Nessun odio, nessuna follia: solo delega morale.
Ecco la banalità del male nella sua forma più pura: l’obbedienza cieca unita all’assenza di pensiero critico.

Oggi quella stessa dinamica si ripete in forme più sottili.
Quando un impiegato respinge una domanda “perché lo dice il regolamento”;
quando un cittadino ignora un’ingiustizia “perché non è affar suo”;
quando un elettore rinuncia a votare “perché tanto non serve a nulla” — il risultato è lo stesso: il potere dell’inerzia che alimenta il sistema esistente.


Il male come indifferenza quotidiana

La banalità del male non è solo un concetto storico, ma una realtà quotidiana.
È nei comportamenti minimi, nelle omissioni collettive, nella distrazione con cui ci abituiamo all’ingiustizia.
Oggi non servono le divise per fare del male: basta l’indifferenza.
Basta voltare lo sguardo davanti a chi soffre, ridurre la tragedia umana a una notizia da scorrere con il pollice, dire “non mi riguarda” davanti a una guerra, a un naufragio, a un sopruso.

È così che il male si banalizza: diventa statistica, abitudine, rumore di fondo.



Pensare come atto politico

Arendt sosteneva che pensare è il primo atto di resistenza.
Pensare significa interrompere la catena dell’obbedienza cieca, guardare dentro la realtà, chiedersi se un gesto, un voto, un silenzio siano moralmente sostenibili.
Chi pensa non è necessariamente un eroe, ma non è più complice.
Chi pensa diventa politico nel senso più alto: cittadino del mondo, non spettatore passivo.

Un gesto, anche piccolo, può ribaltare un sistema.
Quando, durante l’occupazione nazista, il re di Danimarca si appuntò la stella gialla in solidarietà con gli ebrei del suo paese, non cambiò il corso della guerra, ma trasformò la coscienza di un popolo. Quel gesto, simbolico ma pensato, spezzò la catena della banalità.


Conclusione: la responsabilità della coscienza

In politica, come nella vita, la neutralità non esiste.
Ogni silenzio è un voto di fiducia a chi parla più forte.
Ogni astensione è una delega a chi decide al nostro posto.
Ogni “non mi riguarda” è un gradino sceso verso l’indifferenza.

La banalità del male non nasce dal demone, ma dall’uomo comune che smette di interrogarsi.
E non scegliere, in fondo, è proprio questo: rinunciare al privilegio e al peso del pensiero.

Come scriveva Dante, “i più grandi peccatori dell’Inferno sono gli ignavi” — coloro che “mai non fur vivi”, che non scelsero né il bene né il male.
Sono loro, forse, il simbolo eterno di ciò che Arendt voleva dirci:
che il male non è solo nelle mani di chi lo fa, ma anche negli occhi di chi lo vede e sceglie di guardare altrove.

Il Segreto di Khayyam: perché le sue quartine parlano ancora al cuore dell’uomo

 [Post a tempo: scadenza 8 luglio 2031]


Leggere le quartine di Omar Khayyam significa immergersi in un mondo di poesia che attraversa i secoli. Non si tratta solo di versi antichi, ma di riflessioni che ancora oggi conservano la forza di interrogare l’anima. Khayyam, matematico, astronomo e filosofo persiano vissuto nell’XI secolo, ha lasciato una raccolta di brevi componimenti – le rubāʿiyyāt – capaci di unire eleganza letteraria e profondità esistenziale.

Ciò che colpisce subito è la loro semplicità apparente. Ogni quartina è come una gemma: poche parole, ma una luce intensa che penetra la mente. Il tempo, la morte, il senso della vita, il mistero del divino sono temi che ricorrono costantemente. Khayyam ci ricorda che il tempo scorre inesorabile, che il domani è incerto e che il vero patrimonio dell’uomo è il presente. Come scrive:

"O cuore, fa' conto di avere tutte le cose del mondo,
fa' conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
e tu su quell'erba verde fa' conto di essere rugiada,
gocciata colà nella notte e al sorgere dell'alba svanita."
(Rubāʿiyyāt, quartina 103)

Il calice di vino, spesso presente nelle sue immagini, non è un invito alla semplice ebbrezza, ma un simbolo potente della libertà di vivere e del piacere di essere. È una sfida a non rimandare la gioia, a non cedere all’illusione che ci sarà sempre un’altra occasione. In una delle sue quartine più celebri, Khayyam scrive:

"Portami il vino, ché non so se domani
avrò ancora respiro per berne.
L’universo è un enigma troppo grande:
meglio un calice colmo che mille domande."
(Rubāʿiyyāt, quartina 51)

Le sue quartine sono anche un invito alla modestia. Con una lucidità che oggi potremmo definire quasi scientifica, Khayyam ricorda che la morte cancella ogni differenza tra il re e il mendico. I fasti del potere, le ambizioni, le ricchezze perdono valore davanti all’unica certezza che abbiamo: il nostro tempo finito. In una riflessione sulla caducità della vita, scrive:

"O Ruota crudele del cielo, dall'odio tuo viene la Morte
e la Morte è la fine di ogni speranza."
(Rubāʿiyyāt, quartina 12)

In questo senso, leggere Khayyam non è solo un piacere estetico, ma un esercizio filosofico: ci mette di fronte alla domanda fondamentale su come vogliamo vivere.

Omar Khayyam (1048 -1123)

Infine, c’è un aspetto di queste quartine che le rende senza tempo: il loro linguaggio allegorico apre varchi interpretativi infiniti. Ogni lettore può trovarvi una risposta diversa, un messaggio personale. Per alcuni il vino sarà pura gioia sensuale, per altri metafora dell’esperienza spirituale. Per alcuni sarà una filosofia di carpe diem, per altri un invito a cercare il divino nell’immediatezza della vita.

Leggere Khayyam oggi significa accettare un dialogo con un maestro del passato, lasciarsi provocare, interrogare, emozionare. È un viaggio breve, come le sue quartine, ma capace di lasciare una traccia duratura. Perché la poesia di Khayyam non invecchia: parla ancora al cuore dell’uomo.

(117) Il Trattato dei Tre Impostori: cronaca apocrifa alla corte di Federico II

Capitolo I – La corte di Palermo e il libro proibito
Nelle notti di Palermo, tra il vento di scirocco e le logge rischiarate da torce tremolanti, l’Imperatore Federico II amava circondarsi di sapienti arabi, ebrei e latini. In quelle veglie di filosofia e astrologia, il tema più scabroso era sempre la religione. Federico, che disprezzava gli inganni dei preti, confidava al suo cancelliere Pier delle Vigne che l’umanità intera era stata asservita da tre uomini astuti, i quali, fingendosi inviati dal Cielo, avevano fatto delle masse uno strumento di potere.
«Scrivilo tu, Pier» — ordinò l’Imperatore — «perché la memoria non muoia. Tre furono gli impostori, e tre i veli di menzogna che ancora oscurano il mondo».

Capitolo II – Mosè, legislatore del deserto
Il primo nome dettato fu quello di Mosè. Federico lo descriveva con ironia, come un capo abile nell’usare prodigi e leggende per sottomettere il suo popolo. L’apertura del Mar Rosso non era che favola, la colonna di fuoco illusione. Ogni volta che gli ebrei mormoravano, Mosè erigeva nuove leggi, minacciando castighi eterni. Così mantenne il suo dominio: non con la grazia di Dio, ma con la paura e l’astuzia di un legislatore che conosceva i segreti dei venti, delle acque e delle stelle.

Capitolo III – Gesù, predicatore dei poveri
Il secondo fu Gesù, figlio di umili origini, che affascinò le folle promettendo un regno eterno. I miracoli attribuitigli furono, per Federico, illusioni o voci moltiplicate dagli ignoranti. «Guarì i ciechi e risuscitò i morti» — commentava con un sorriso amaro — «ma mai un cretino divenne intelligente». Dalla sua croce nacque il vessillo che i papi usarono per regnare su re ed eserciti. La Chiesa, rivestita d’oro e potere, trasformò il messaggio dei poveri in uno strumento di dominio: crociate, roghi, inquisitori. Il regno dei cieli che Gesù annunciò non si vide mai; al suo posto regnarono catene e sangue.

Capitolo IV – Maometto, profeta della spada
Il terzo nome pronunciato da Federico fu quello di Maometto. A differenza degli altri, egli non si affidò soltanto alla parola, ma alla spada. Promise giardini e piaceri a chi moriva in battaglia, e così infiammò le tribù del deserto. L’Islam, sosteneva l’Imperatore, non si diffuse per verità spirituale, ma per disciplina militare e conquista. Le visioni della grotta non erano che narrazioni utili; ciò che contava era l’ordine e la forza che da esse scaturirono.

Capitolo V – La vera legge: natura e ragione
Una notte, terminata la dettatura, Federico uscì sulla terrazza del palazzo. Indicò il cielo stellato e disse a Pier: «Ecco il vero libro sacro. Qui non vi sono menzogne, solo leggi eterne che né sacerdote né profeta possono piegare. Gli uomini dovrebbero leggere il cielo e la natura, non i codici dei preti».
Un medico arabo aggiunse: «I filosofi d’Oriente già dicono che Dio è la natura stessa». L’Imperatore sorrise: «Vedi, Pier? In Oriente e in Occidente gli uomini liberi conoscono la verità. Ma i popoli hanno bisogno di catene, e i profeti gliele forniscono dorate».

Epilogo – L’eco del libro maledetto
Così nacque, tra una notte e l’altra, il libro proibito che mai fu trovato, ma che tutti temettero. Alcuni dissero fosse custodito in uno scrigno della corte sveva, altri che fosse stato bruciato per non cadere nelle mani dell’Inquisizione. Ma l’eco rimase: un Imperatore che osò chiamare impostori i tre fondatori delle religioni, e un cancelliere che ne fissò le parole col tremore della penna. Un testo mai letto apertamente, ma sempre sospettato, e per questo immortale.

(116) La freccia invisibile: dalla leggenda di Marco Aurelio a The Secret, viaggio nella legge di attrazione e di risonanza


Si racconta che Marco Aurelio, durante una delle campagne contro i Quadi, si trovò con l’esercito stremato, senz’acqua e circondato. In quell’ora di disperazione, l’imperatore filosofo non pregò gli dèi per la vittoria, ma per la lucidità della mente. Poco dopo, un temporale improvviso dissetò le truppe e ribaltò le sorti della battaglia. Alcuni storici parlarono di coincidenza, altri di miracolo. Ma al di là del fatto storico, quella scena racchiude un simbolo potente: la “freccia di Marco Aurelio” non è l’arma scagliata, ma l’intenzione chiara, la direzione invisibile che, una volta lanciata, trova da sé la sua traiettoria.

Questa immagine antica risuona con una delle idee più discusse del pensiero contemporaneo: la cosiddetta legge di attrazione. Divenuta celebre grazie al libro e al film The Secret di Rhonda Byrne, pubblicati nel 2006, essa sostiene che i pensieri e le emozioni umane, se mantenuti con sufficiente intensità e fede, attirano esperienze simili. “Chiedi, credi, ricevi” divenne un mantra planetario, una formula semplice che sembrava restituire all’individuo il controllo del proprio destino. In tempi di incertezza e paura, il messaggio era irresistibile: la mente come calamita, la realtà come specchio.

Il successo di The Secret fu enorme, ma anche controverso. Da un lato, risvegliò milioni di persone al potere creativo del pensiero e all’importanza dell’atteggiamento mentale; dall’altro, semplificò un principio spirituale millenario fino a ridurlo a un meccanismo psicologico automatico. Pensare positivo non basta. Non basta immaginare ricchezza per attrarla, né ripetere affermazioni per cambiare la propria vita. La legge di attrazione, se interpretata superficialmente, diventa un paradosso: genera più frustrazione che potere, più senso di colpa che consapevolezza.

La vera chiave è la risonanza. Non attiriamo ciò che vogliamo, ma ciò che vibra alla stessa frequenza di ciò che siamo. Non si tratta di magia, ma di coerenza interiore: i nostri pensieri, emozioni e comportamenti creano un campo di senso che influenza il modo in cui percepiamo e reagiamo al mondo. Le neuroscienze lo confermano: ciò su cui concentriamo l’attenzione diventa più presente nella nostra esperienza. La mente seleziona, filtra, interpreta — e finiamo per vivere dentro lo specchio delle nostre convinzioni più profonde.

Ecco allora che la “freccia di Marco Aurelio” torna a insegnarci qualcosa. Non conta soltanto la volontà, ma la direzione. Un desiderio lanciato da una mente inquieta è come una freccia scoccata con la mano tremante: si perde nel vento. Solo quando il pensiero è limpido e il cuore è stabile, l’intento vola diritto. E non perché l’universo obbedisca ai nostri ordini, ma perché la nostra energia si accorda con ciò che desideriamo davvero, e cominciamo ad agire — consapevolmente o meno — in quella direzione.



La legge di risonanza, dunque, non promette miracoli: insegna coerenza. È un invito a diventare ciò che si vuole attrarre. Se cerco amore ma nutro rancore, attirerò solo situazioni che confermano la mia chiusura. Se desidero abbondanza ma vivo nella paura, la mia vibrazione interiore parlerà più forte delle parole. È una lezione antica, che Marco Aurelio avrebbe espresso in termini stoici: “L’anima si tinge del colore dei suoi pensieri.”

In fondo, la modernità di The Secret non sta tanto nel suo linguaggio, quanto nel suo tentativo — forse ingenuo, ma sincero — di riportare al centro la potenza creativa della coscienza. Il rischio è ridurla a un prodotto motivazionale, dimenticando che ogni pensiero efficace nasce da una trasformazione dell’essere, non da un esercizio di volontà. L’universo, o la mente, o il campo quantico — qualunque nome vogliamo dargli — non risponde ai comandi, ma alla vibrazione.

Forse, più che chiedere, dovremmo imparare ad allinearci. A scoccare la nostra freccia interiore non per ottenere qualcosa, ma per divenire quella direzione. Perché la vera legge di attrazione non è possedere, ma essere in risonanza con ciò che amiamo. E quando questo accade, la realtà — misteriosamente, coerentemente — risponde.

Il tempo può essere una giustizia lenta, ma implacabile - הזמן יכול להיות צדק איטי אך בלתי מתפשר

 [Post a tempo: scadenza 5 luglio 2031]

 

Oggi Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich camminano liberi, occupano ministeri, parlano alle televisioni internazionali e viaggiano quasi senza ostacoli. Non hanno mandati di arresto attivi e vivono in un sistema che li protegge. Israele non riconosce la Corte Penale Internazionale, e molti Stati, per calcoli diplomatici, scelgono di voltarsi dall’altra parte. Ma questo non significa che siano intoccabili per sempre.

Itamar Ben Gvir

La storia insegna che la giustizia internazionale non sempre è veloce, ma non dimentica. Omar al-Bashir è stato latitante per anni prima che la Corte Penale Internazionale ottenesse la sua cattura. Goran Hadžić è stato inseguito fino a cadere nelle mani della giustizia. Il tempo, in queste vicende, non è un alleato dell’impunità, ma una variabile strategica. Mutamenti politici, cambi di leadership, nuove alleanze possono trasformare un uomo inviolabile in un ricercato internazionale.

 

Bezalel Smotrich

Il punto cruciale è che i crimini contro l’umanità non scadono. Non hanno un termine di prescrizione. Questo vuol dire che, anche se oggi non esistono mandati, le prove possono accumularsi, le inchieste possono progredire e un giorno il quadro internazionale potrebbe imporre la loro resa dei conti. Un cambiamento nella geopolitica mondiale, un governo disposto a cooperare con la Corte, un’indagine internazionale pubblica e pressante: sono tutti scenari possibili. La rete della giustizia internazionale si costruisce lentamente, ma quando scatta, può farlo anche anni dopo.

Se guardiamo al passato, la lezione è chiara: la protezione politica non è eterna. E se davvero vogliamo evitare che la storia scriva di nuovi impuniti, dobbiamo ricordarci che la giustizia internazionale non è un flash di tribunale, ma una corsa lunga, paziente e spesso silenziosa. Il giorno in cui Ben Gvir e Smotrich saranno chiamati a rispondere non arriverà per caso: sarà il frutto di indagini, pressione politica e memoria collettiva. E quel giorno, il tempo sarà diventato la giustizia più dura di tutte.

(115) La mente crea la realtà, Borzacchiello e il vero significato di Abracadabra


Si sente spesso dire che la mente crea la realtà. Non è un’espressione new age, ma un principio che trova conferme sia nella psicologia che nelle antiche tradizioni sapienziali. I nostri pensieri generano parole, le parole generano emozioni, le emozioni guidano azioni, e le azioni determinano conseguenze. In questo senso, ogni frase che pronunciamo diventa una forma di realtà in atto.

Paolo Borzacchiello, studioso e divulgatore del linguaggio, ha reso questa verità accessibile al grande pubblico. Nei suoi libri mostra come le parole non siano semplici strumenti di comunicazione, ma vere e proprie molecole capaci di modificare la chimica del cervello. Una frase detta in un certo modo può cambiare il nostro stato d’animo, influenzare la qualità delle relazioni e perfino alterare le scelte che compiamo. È come se le parole fossero la “materia prima” con cui costruiamo la nostra esistenza.

Questa idea non è affatto nuova. Nell’antichità, infatti, esisteva una parola considerata magica: Abracadabra. Non era un suono vuoto o un trucco da prestigiatore, ma una formula sacra che deriva dall’aramaico ed è traducibile come “creerò mentre parlo” o “così sarà detto, così sarà fatto”. Nella tradizione veniva scritta su amuleti o a forma di triangolo decrescente, con la convinzione che potesse allontanare malattie e sventure. Il suo significato autentico è potente: il linguaggio non descrive soltanto la realtà, la crea.

Mettere insieme Borzacchiello e Abracadabra significa allora riconoscere che la magia più vera non è nei cappelli dei prestigiatori, ma nelle parole che scegliamo ogni giorno. Ogni volta che diciamo “non ce la farò” stiamo invocando un sortilegio contro di noi; ogni volta che pronunciamo “io posso” stiamo accendendo un incantesimo di possibilità. La differenza non è mistica, è pratica: il cervello prende sul serio ciò che gli diciamo e traduce le parole in azioni, emozioni, risultati concreti.


Così, Abracadabra non è un ricordo folklorico, ma un monito attualissimo: crea con la bocca, con la voce, con il verbo. Borzacchiello ci ricorda che le parole sono chimica, energia e destino. La tradizione ci avverte che la formula più potente l’abbiamo già sulle labbra. E la mente, quando impara a parlare in modo nuovo, non descrive soltanto un mondo diverso: lo costruisce.


I due volti della destra: dal populismo sionista ai sotterranei del neonazismo

 [Post a tempo: scadenza 3 luglio 2031]


La destra del nostro tempo non è un blocco monolitico, ma un mosaico di identità, correnti e contraddizioni. Da una parte c’è la destra che si muove alla luce del sole, quella dei partiti populisti che cavalcano il malcontento, che mescolano sovranismo ed economia di mercato, identità nazionale e retorica anti-immigrazione. È una destra che, a differenza delle sue antenate, ha stretto un rapporto organico con Israele e con il mondo ebraico: da Washington a Roma, passando per Varsavia e Budapest, non è raro vedere leader conservatori con la kippah in testa, dichiarare amicizia allo Stato ebraico, invocare l’alleanza con Netanyahu o i suoi eredi politici. È la destra dei MAGA, dei Groyper, dei think tank giovanili come Turning Point USA di Charlie Kirk, che hanno sostituito l’antisemitismo del secolo scorso con un filosionismo militante, in funzione soprattutto anti-islamica e anti-progressista.

Ma accanto a questo volto rispettabile e mediatico, ne sopravvive un altro, nascosto, clandestino, ferocemente ancorato a un passato che la storia ha condannato e che la legge, almeno in Italia e in Europa, vigila e reprime con strumenti come la Scelba e la Mancino. È la destra dei nostalgici puri, quella che non ha mai abbandonato Hitler, Mussolini, Leon Degrelle, Corneliu Codreanu, Ettore Muti. Un mondo che non si riconosce nei populisti di oggi, accusati di essere compromessi e corrotti, ma che cerca rifugio altrove: nei meandri di VKontakte, il Facebook russo più tollerante verso i contenuti radicali, nei canali di Telegram dove circolano senza sosta simboli runici e croci uncinate, nei forum anonimi del deep web e del dark web, dove il culto del nazionalsocialismo si mescola con il negazionismo della Shoah e con la retorica della guerra razziale.

È in questo bacino nascosto che si formano e si alimentano i cosiddetti lupi solitari, figure come Anders Breivik in Norvegia o Brenton Tarrant in Nuova Zelanda, che hanno agito in solitudine ma attingendo a un immaginario e a un arsenale ideologico comune, fatto di manifesti, video, inni e mitologie condivise. In Italia queste correnti emergono di tanto in tanto nelle cronache giudiziarie, quando la Digos smantella gruppi di neonazisti o quando operazioni della magistratura fanno luce su circuiti che organizzano persino concorsi di “Miss Hitler”.

Se la destra populista ha imparato l’arte del consenso e della comunicazione di massa, quella radicale e purista vive nell’ombra, lontana dai riflettori, ma continua a esercitare una funzione diversa: non conquistare seggi o ministeri, bensì mantenere viva un’ideologia proibita, offrire un’identità a chi rifiuta compromessi, ispirare chi è pronto a trasformare la rabbia in violenza. Due destre dunque, apparentemente lontane, ma entrambe parte di un panorama che, più che mai, resta attraversato da fratture profonde e da visioni inconciliabili del mondo.

Clemente Mastella e il sistema elettorale del Sannio: clientelismo, territorio e continuità familiare

 [Post a tempo: scadenza 2 luglio 2031]


Clemente Mastella rappresenta da decenni uno degli attori politici più longevi e controversi della Campania. La sua carriera, che spazia dal ruolo di Ministro della Giustizia a sindaco di Benevento, è segnata da un forte radicamento territoriale e da una capacità rara di sopravvivere a scandali, cambi di coalizione e tensioni politiche. Al centro della sua influenza vi è un sistema che alcuni definiscono clientelare: un intreccio di relazioni personali, nomine strategiche negli enti locali e controllo delle risorse pubbliche che permette di convertire i favori e i servizi offerti in consenso elettorale stabile.

La forza di Mastella non deriva tanto da un programma politico coerente quanto dalla sua capacità di creare un rapporto diretto e personale con gli elettori. Nel Sannio, e in particolare a Benevento, questo modello si traduce in una presenza capillare sul territorio, nella gestione di appalti e contributi pubblici e nella costruzione di reti di fedelissimi tra imprenditori, funzionari locali e rappresentanti delle associazioni civiche. La politica diventa così un meccanismo di scambio: consenso elettorale in cambio di accesso a posizioni e risorse.

Questo sistema ha prodotto risultati tangibili: Mastella mantiene percentuali di voto significative, soprattutto nel capoluogo e nella provincia di Benevento, dove la sua lista o i suoi candidati riescono a superare partiti nazionali più strutturati. Alle elezioni comunali del 2021 a Benevento, ad esempio, Mastella vinse il ballottaggio con oltre il 52% dei voti, confermando il suo peso elettorale diretto. Nelle elezioni regionali della Campania del 2025, la sua lista civica ottenne circa il 17-18% nella circoscrizione di Benevento, mentre nel complesso della regione i consensi furono più modesti, intorno al 3-4%, dimostrando quanto la sua forza resti concentrata nel proprio territorio.

Il contesto demografico contribuisce a spiegare la resilienza di questo sistema. Negli ultimi venti anni, la provincia di Benevento ha subito un progressivo calo di popolazione, passando da circa 287.000 abitanti nel 2001 a meno di 260.000 nel 2025, con un invecchiamento della popolazione e una migrazione giovanile verso altri centri. Parallelamente, l’affluenza al voto è diminuita drasticamente: dalle elezioni politiche del 2018, con un 74% di partecipazione, alle regionali del 2025, con poco più del 41%, fino ai referendum recenti, dove si è registrato un dato inferiore al 28%. In questo contesto di astensionismo crescente, la capacità di Mastella di mobilitare la propria rete di consenso personale assume un valore ancora maggiore, consolidando il suo ruolo di attore chiave nella politica locale.

La continuità familiare gioca un ruolo centrale nella strategia elettorale. Il figlio, Pellegrino Mastella, rappresenta il naturale proseguimento di questo sistema di radicamento territoriale. Alle regionali del 2025, Pellegrino è stato eletto consigliere regionale con oltre 13.800 preferenze personali, gran parte dei voti raccolti dalla lista “Noi di Centro – Noi Sud”. La sua performance, particolarmente forte nel comune di Benevento, dove la lista ha superato il 26% dei consensi, dimostra che il brand Mastella funziona anche come asset elettorale personale e non solo come eredità politica. La figura di Pellegrino conferma la capacità della famiglia di trasformare il consenso personale e la rete clientelare in risultati concreti nelle urne, mantenendo il controllo di una fetta consistente dell’elettorato sannita.


La politica nel Sannio, dunque, non può essere letta solo attraverso le dinamiche dei partiti nazionali. L’influenza di Clemente e Pellegrino Mastella testimonia la persistenza di un modello in cui la prossimità, il controllo delle risorse e il legame personale con gli elettori contano più dell’ideologia e delle coalizioni strutturate. In un’area caratterizzata da spopolamento e calo della partecipazione, la capacità di costruire e mantenere un network di fedelissimi rappresenta non solo un vantaggio elettorale ma un vero e proprio meccanismo di potere locale, in grado di assicurare continuità e stabilità politica alla famiglia Mastella.

La mia più grande fortuna

 [Post a tempo: scadenza 2 luglio 2031]


Ricordo come fosse ieri. All’inizio degli anni 2000, con il mio vecchio nome — quello del certificato di nascita — scrissi un libro sulla seduzione insieme a un amico di Milano, un poliziotto alla Postale. Era un’epoca in cui internet viveva nei forum: spazi vivi di confronto, di consigli, di condivisione. Lì lui aveva letto quello che scrivevo e lo trovò interessante.

Un giorno, a causa di una querela sporta al suo ufficio, il mio amico ricevette Vittorio Sgarbi. Il Professore doveva querelare chi lo aveva diffamato su internet. Fu a seguito di quel contatto che il nostro lavoro gli fu sottoposto. Sgarbi manifestò interesse: ci offrì una prefazione esclusiva, una possibilità rara, capace di dare visibilità al libro come nulla altro avrebbe potuto.


Il Prof. Vittorio Sgarbi

Ma c’era un prezzo. Alto. 3.500 euro a testa, 7.000 in totale. Una cifra che per noi era impossibile. Inoltre, avevamo appena firmato un contratto editoriale a Firenze con un editore folle, che aveva deciso di pubblicarci senza chiedere il consueto contributo alla pubblicazione. Una di quelle occasioni in cui, se tutto fosse andato bene, sarebbe stato “tutto guadagno”.

Oltre alla cifra che ci era stata richiesta, avremmo dovuto stralciare il contratto per essere pubblicati da una casa editrice di fiducia del Professore Sgarbi e non sappiamo a quali condizioni ulteriori. Insomma, non sapevamo se c'era da pagare solo la Prefazione o pure un contributo alla pubblicazione.

Ci fermammo senza saperlo prima: non avemmo la lucidità di farci prestare la somma per la Prefazione da amici o parenti. Scendemmo da quella scala. Il libro venne pubblicato dall’editore fiorentino, ma la distribuzione fu un disastro.

Spesso mi sono chiesto: se tornassi indietro, lo rifarei? Ci sono momenti in cui penso che avrei dato da solo quei 7.000 euro e pure il resto se non fossero bastati. C'è gente che farebbe carte false per un'occasione del genere. Ma mi chiedo se il libro avrebbe avuto successo. E se, invece, avrei preso un’altra batosta, peggiore di quella che ho già preso.

Altre volte, invece, sono felice così. Perché quella rinuncia, che allora sembrava una sfortuna, si è rivelata la mia più grande fortuna. Se avessi avuto successo allora, il mio nome sarebbe rimasto legato a un unico tema: la seduzione. Oggi, con l’esperienza che ho maturato, quell’argomento appare marginale rispetto al percorso che ho costruito.

E poi non sarei qui, nella mia vita di oggi. Una vita in cui la felicità non è un premio, ma una scelta consapevole.

E io scelgo la Felicità.

(114) Quando Roma cancellò i Sanniti: il genocidio dimenticato dell’antichità

Nella memoria collettiva il genocidio è una ferita del mondo moderno: le deportazioni, i campi di concentramento, gli stermini di massa che hanno segnato il Novecento. Ma la verità, spesso ignorata, è che l’idea di annientare un popolo non è nata ieri. La storia antica, pur priva della parola che oggi usiamo per nominarlo, conobbe più volte il desiderio di cancellare intere comunità dalla faccia della terra. Tra questi casi, uno dei più spaventosi e meno ricordati è quello dei Sanniti, il popolo che osò sfidare Roma e pagò con la scomparsa.

I Sanniti erano un popolo fiero, montanaro, discendente delle antiche genti osche. Vivevano nelle terre dell’Appennino centro-meridionale, tra le valli del Volturno e del Sangro, dove la civiltà si intrecciava con la rudezza della montagna. Per oltre mezzo secolo resistettero alla conquista romana, opponendo ai legionari la loro astuzia, il loro coraggio e una conoscenza del territorio che rese le guerre sannitiche un lungo inferno di imboscate e tradimenti. L’episodio delle Forche Caudine, in cui un intero esercito romano fu umiliato passando disarmato sotto il giogo, rimase come un marchio nella memoria della Repubblica. Roma non dimenticava mai un affronto.

Umiliazione delle Forche Caudine

Passarono le generazioni, ma il rancore rimase vivo. Quando i Sanniti presero parte alla guerra sociale contro Roma, reclamando gli stessi diritti dei cittadini italici, e più tardi si schierarono dalla parte di Mario nella guerra civile, firmarono inconsapevolmente la propria condanna. Nel 82 a.C., il dittatore Lucio Cornelio Silla, dopo aver vinto la battaglia di Porta Collina, scatenò una repressione che non aveva precedenti. Le cronache raccontano che i Sanniti catturati furono massacrati in massa, le città rase al suolo, i sopravvissuti venduti come schiavi. Silla avrebbe pronunciato parole terribili: “Del nome dei Sanniti non resti traccia.”

In quella frase si cela l’essenza di un genocidio ante litteram. Non bastava vincere: bisognava distruggere la memoria, cancellare l’identità, estirpare le radici stesse di un popolo. Da allora, i Sanniti scomparvero progressivamente dalla storia. Le loro lingue si spensero, i loro santuari furono abbandonati, i discendenti confusi tra i nuovi cittadini romani. Solo le pietre dei loro templi, sepolte sotto secoli di silenzio, continuarono a parlare di una civiltà che aveva tenuto testa alla più potente delle repubbliche.

Questo sterminio, dimenticato dai manuali, non fu l’unico. L’antichità conobbe altre distruzioni totali: Cartagine, arsa fino alle fondamenta; Numanzia, dove gli abitanti preferirono darsi fuoco piuttosto che arrendersi; Gerusalemme, ridotta in macerie dai legionari di Tito. Ma il caso dei Sanniti ha qualcosa di particolare, quasi simbolico. Non si trattava di nemici stranieri o di barbari lontani: erano italici, fratelli di sangue e di suolo. Roma cancellò una parte di sé stessa pur di affermare la propria supremazia assoluta.

Santuario Italico Sannita a Pietrabbondante (Isernia - Molise)

Oggi, quando pronunciamo la parola “genocidio”, pensiamo alla modernità e ai suoi orrori industrializzati. Eppure, già duemila anni fa, la logica era la stessa: la paura del diverso, il desiderio di dominio, l’odio travestito da necessità politica. Il genocidio dei Sanniti ci ricorda che la civiltà romana, così ammirata per le sue leggi, le sue strade e i suoi monumenti, aveva un volto oscuro, capace di esercitare una violenza sistematica e calcolata.

Forse, più che di gloria e imperi, la storia dovrebbe parlarci anche di questi silenzi. Perché dietro ogni vittoria c’è sempre qualcuno che è stato cancellato, e dietro ogni civiltà che si proclama eterna c’è sempre un popolo di cui non resta più il nome. I Sanniti, dimenticati e sepolti sotto le pietre del tempo, sono il monito che l’antichità non fu solo grandezza, ma anche annientamento. Un genocidio senza nome, ma non senza memoria.

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