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(102) Il conflitto che nessuno vuole, ma che potrebbe partire da un errore

Il Mediterraneo orientale è una distesa azzurra che nasconde, sotto la sua calma apparente, immense riserve di gas naturale e petrolio. Da anni Israele, Cipro e Grecia lavorano a un grande progetto — l’EastMed Pipeline — che dovrebbe portare quell’energia verso l’Europa, aggirando la Turchia. Ad Ankara, questo suona come una minaccia diretta ai propri interessi strategici e al sogno di Erdoğan di riportare la Turchia al ruolo centrale che fu dell’Impero Ottomano.

Il risultato è un equilibrio fragile, in cui ogni nave, ogni piattaforma petrolifera, ogni base navale diventa un pezzo su una scacchiera delicatissima. E come spesso accade, il rischio più grande non è che qualcuno rovesci il tavolo con un pugno — ma che una mossa sbagliata, una valutazione errata, trasformi una tensione controllata in una guerra aperta.



Un passo falso, non un colpo di mano

Molti analisti tendono a vedere la Turchia come il potenziale aggressore: la sua marina pattuglia acque contese, sostiene apertamente Hamas e interviene militarmente in Siria e Libia. Ma c’è un’ipotesi che circola tra gli osservatori più attenti: il prossimo conflitto potrebbe cominciare non per un attacco improvviso di Ankara, bensì per una mossa — o un errore — di Israele.

La dottrina di sicurezza israeliana, fin dai suoi primi anni di vita, è fondata su un principio semplice e brutale: colpire per primi, se necessario, per eliminare la minaccia prima che diventi letale. Questa mentalità ha portato in passato a operazioni preventive riuscite, ma in un contesto come quello attuale, la definizione di “minaccia” è scivolosa.

Basta immaginare la scena: una nave cargo, sospettata di trasportare armi, scortata da unità militari turche. Israele decide di fermarla in acque che considera sue, o amiche. Ne segue uno scontro, magari breve, ma con morti tra i militari turchi. Ankara, davanti all’opinione pubblica interna e al mondo arabo, non potrebbe ignorare l’affronto.


Le ombre della Siria e del cyberspazio

Non sarebbe neppure necessario uno scontro in mare. Israele colpisce regolarmente obiettivi in Siria per contenere l’influenza iraniana. Ma nelle regioni settentrionali, vicino a Idlib e Aleppo, operano anche truppe turche. Un errore di puntamento, una bomba che cade nel posto sbagliato, e il danno diplomatico diventerebbe immediatamente un caso bellico.

Poi c’è la guerra invisibile: quella informatica. Un sabotaggio israeliano a infrastrutture energetiche turche, magari pensato per scoraggiare un intervento di Ankara a Gaza, potrebbe sfuggire di mano e causare blackout o incidenti industriali. In un mondo dove il confine tra attacco virtuale e atto di guerra è sempre più sottile, sarebbe un miccia pericolosissima.


Perché Israele rischia di colpire per primo

Il motivo non sarebbe necessariamente la volontà di distruggere la Turchia o di aprire un fronte nuovo. Piuttosto, il calcolo — forse errato — che un’azione rapida possa prevenire uno scenario peggiore. Ma la storia insegna che i colpi preventivi spesso non prevengono nulla, anzi: accelerano l’escalation.

E in questo caso, Israele si troverebbe a combattere contro un avversario con un esercito numeroso, ben equipaggiato e geograficamente vicino, mentre alle sue spalle si aprirebbero quasi certamente altri fronti: Hezbollah dal Libano, Hamas da Gaza, milizie filo-iraniane dalla Siria e dall’Iraq.


Gli schieramenti e il rischio di accerchiamento

Se la Turchia venisse attaccata per prima, il suo campo di alleati non sarebbe trascurabile. Il Qatar la sosterrebbe senza esitazione, il Pakistan le offrirebbe supporto politico e forse militare, l’Iran — pur rivale storico di Ankara — coglierebbe l’occasione per colpire Israele. Nel caos, le milizie islamiste in Siria, a Gaza e persino in Libano potrebbero coordinarsi, almeno per un tempo limitato.

Sul lato israeliano, Stati Uniti, Grecia, Cipro ed Egitto costituirebbero il blocco di supporto più immediato. Ma Washington potrebbe esitare a impegnarsi pienamente, soprattutto se il casus belli apparisse come un’iniziativa avventata di Tel Aviv. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ostili alla Turchia per motivi ideologici, potrebbero fornire sostegno economico e intelligence.


Una guerra che nessuno vincerebbe

In uno scenario del genere, Israele correrebbe un rischio esistenziale: combattere su più fronti, sotto piogge di missili e droni, con porti e infrastrutture energetiche nel mirino. L’Iron Dome, pur avanzato, non potrebbe proteggere tutto. La Turchia, dal canto suo, dovrebbe affrontare l’arsenale tecnologico israeliano e l’appoggio di potenze navali occidentali.

Non sarebbe una guerra lampo. Sarebbe un conflitto devastante, in cui le motivazioni iniziali — un sospetto carico d’armi, un raid mal calcolato — si perderebbero rapidamente sotto la polvere dei bombardamenti e delle ritorsioni.


Conclusione

La vera minaccia, nel Mediterraneo orientale, non è solo la volontà di potenza di Ankara o le mire espansive, vere o presunte, di Israele. È la combinazione letale di sfiducia reciproca, pressioni interne e dottrine militari aggressive, che trasforma ogni incidente in un potenziale detonatore.
Ed è per questo che la guerra che potrebbe mettere a repentaglio l’esistenza stessa dello Stato ebraico non sarebbe necessariamente iniziata da un colpo di mano turco, ma forse da un errore, da una decisione sbagliata, da quel “passo falso” che la storia riconosce solo quando è già troppo tardi.

(96) Il mito del Grande Israele: tra profezia e geopolitica

Ogni volta che si pronuncia l’espressione “Grande Israele” l’immaginazione corre subito a mappe antiche, confini che si estendono dal Nilo all’Eufrate e un popolo che si riappropria della sua terra promessa. È un’immagine che affonda le radici nella Bibbia, là dove i patriarchi ricevono la promessa divina di una terra vasta e fertile. Per alcuni rabbini del passato, come anche per correnti messianiche contemporanee, quel sogno non è mai stato solo allegoria, ma una geografia concreta destinata a compiersi.


Eppure la storia reale è andata diversamente. Nel 1897, al primo congresso sionista di Basilea, Theodor Herzl parlava di un focolare nazionale, non di imperi biblici. Nei suoi diari, annotava con lucidità che il progetto sarebbe stato lungo almeno cinquant’anni, ma non menzionava mai i confini del “Grande Israele”. Era un pragmatico, più preoccupato di ottenere un riconoscimento internazionale che di rincorrere mappe profetiche.

Con la nascita di Israele nel 1948 e soprattutto dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’idea prese nuova vita. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e del Sinai fu interpretata da alcuni come un segno divino: finalmente la promessa si stava compiendo. Un colono di Gush Etzion, intervistato negli anni Settanta, dichiarò con entusiasmo che “Dio ci ha restituito la terra con i carri armati, e non possiamo rinnegarla”. Per lui non era solo politica, ma un mandato sacro.

Non tutti però la pensavano così. Yitzhak Rabin, eroe militare e poi premier, ammoniva che non si poteva governare milioni di palestinesi senza cadere in una spirale di conflitto permanente. In un discorso alla Knesset del 1995, poco prima di essere assassinato, disse che “Israele deve rimanere ebraico e democratico. Un Israele troppo grande rischia di non essere più né l’uno né l’altro”.

Nel mondo arabo, al contrario, l’idea del Grande Israele veniva agitata come spauracchio. Nei manifesti di propaganda di Nasser, negli anni Sessanta, comparivano mappe con un Israele che si allargava fino a Baghdad e al Cairo. Era un modo per cementare l’unità araba contro un nemico percepito come minaccia esistenziale. Ma, paradossalmente, quelle stesse immagini contribuivano a rafforzare la paura israeliana di essere accerchiati e spinti verso il mare.

Oggi, parlare di Grande Israele significa soprattutto evocare un mito. I governi israeliani, anche i più nazionalisti, si muovono con un pragmatismo che tiene conto della pressione internazionale, dei rapporti con gli Stati Uniti e delle conseguenze demografiche. Annettere tutta la Cisgiordania è già un dilemma gigantesco, figuriamoci varcare i confini di stati sovrani come Egitto o Siria. Tuttavia, nelle colonie, nelle scuole religiose e nei discorsi di alcuni leader spirituali, quella visione continua a circolare. È più una bussola ideologica che un progetto di governo.


Il mito del Grande Israele resta così sospeso tra fede e politica, tra cartine bibliche e confini armati, tra la nostalgia di un’origine sacra e la durezza delle trattative diplomatiche. È un mito che sopravvive perché parla al cuore di identità collettive, e che al tempo stesso viene agitato dai nemici per accusare Israele di mire espansionistiche. Nel mezzo c’è la realtà, fatta di check-point, negoziati interrotti, alleanze precarie e popolazioni che cercano una vita normale dentro un mosaico geopolitico che non smette mai di infiammarsi.


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