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(111) Marco Rizzo e la fine della destra e della sinistra? Storia di un comunista diventato sovranista

Per molti osservatori Marco Rizzo rappresenta una contraddizione. Per altri rappresenta invece un segnale dei tempi. Comunista dichiarato per tutta la vita, difensore dell'Unione Sovietica quando ormai quasi nessuno osava più farlo, fondatore del Partito Comunista e successivamente promotore di Democrazia Sovrana Popolare, Rizzo è passato dall'essere considerato uno degli ultimi comunisti ortodossi italiani a diventare una delle voci più note del sovranismo contemporaneo.

Ma la sua parabola politica è davvero una conversione? Oppure siamo di fronte a qualcosa di diverso: il tentativo di interpretare un cambiamento storico che potrebbe ridefinire le categorie politiche del XXI secolo?


Dalla Torino operaia al comunismo militante

Nato a Torino nel 1959, Marco Rizzo cresce in una città che rappresenta il cuore industriale d'Italia. La Torino della FIAT, delle grandi fabbriche, delle lotte sindacali e delle sezioni di partito. È in questo ambiente che matura la sua formazione politica.

Milita nel Partito Comunista Italiano e vive dall'interno il trauma che attraversa la sinistra italiana dopo la caduta del Muro di Berlino. Mentre gran parte dell'ex PCI abbandona progressivamente il riferimento al comunismo, Rizzo percorre la strada opposta. Considera la dissoluzione del PCI un errore storico e cerca di preservarne l'identità originaria.

Per anni la sua figura rimane confinata all'interno della galassia comunista tradizionale. Difesa della proprietà pubblica, critica del capitalismo finanziario, opposizione alla NATO, tutela del lavoro e dello Stato sociale costituiscono i pilastri del suo pensiero.


L'Europa come spartiacque

Il primo vero punto di svolta arriva con l'Unione Europea.

Quando gran parte della sinistra italiana vede nell'integrazione europea un progresso inevitabile, Rizzo sviluppa una critica sempre più radicale. A suo giudizio l'Unione Europea non rappresenta una federazione democratica dei popoli ma una costruzione tecnocratica che sottrae sovranità agli Stati e ai cittadini.

È qui che emerge il concetto che diventerà centrale nel suo percorso: la sovranità.

Per Rizzo, senza sovranità monetaria, economica e politica, non è possibile difendere né il lavoro né i diritti sociali. Una posizione che inizialmente appare minoritaria ma che, dopo la crisi finanziaria del 2008 e le politiche di austerità, inizia a trovare ascolto anche al di fuori dell'ambiente comunista.


La pandemia e la nascita di un nuovo fronte

Gli anni della pandemia accelerano ulteriormente il processo.

L'opposizione alle restrizioni, al Green Pass e alla gestione emergenziale porta Rizzo a dialogare con mondi che storicamente sarebbero stati lontanissimi dal comunismo tradizionale. Ex militanti della destra sociale, costituzionalisti, sovranisti, attivisti civici e gruppi antisistema si ritrovano improvvisamente a condividere alcune battaglie.

Nasce così un esperimento politico inedito: un movimento che non si definisce né di destra né di sinistra ma che individua il principale conflitto politico nella contrapposizione tra popolo ed élite.

Per i critici si tratta di una deriva populista.

Per i sostenitori è invece la presa d'atto che il mondo è cambiato.


Dal conflitto orizzontale al conflitto verticale

Per oltre due secoli la politica occidentale è stata organizzata attorno all'asse destra-sinistra.

Da una parte il capitale, dall'altra il lavoro.

Da una parte il conservatorismo, dall'altra il progressismo.

Da una parte il mercato, dall'altra lo Stato.

Oggi però queste categorie sembrano meno capaci di spiegare la realtà.

La globalizzazione economica ha creato una situazione paradossale: grandi gruppi finanziari, multinazionali, organismi sovranazionali e piattaforme digitali spesso condividono interessi comuni indipendentemente dalle tradizionali appartenenze ideologiche.

Allo stesso tempo, lavoratori, piccoli imprenditori, professionisti, agricoltori e ceti medi impoveriti si trovano ad affrontare problemi simili pur provenendo da culture politiche differenti.

Secondo questa lettura, il conflitto non sarebbe più orizzontale ma verticale.

Non più destra contro sinistra.

Ma alto contro basso.

Non più borghesia nazionale contro proletariato nazionale.

Ma oligarchie globali contro comunità territoriali.


Keynes contro il neoliberismo

In questa prospettiva emerge un elemento particolarmente interessante.

Molte delle proposte che oggi vengono definite sovraniste hanno in realtà radici profonde nella tradizione keynesiana.

John Maynard Keynes sosteneva che il mercato lasciato completamente a sé stesso non fosse in grado di garantire né piena occupazione né stabilità sociale. Lo Stato doveva intervenire per correggere gli squilibri, sostenere la domanda e proteggere la coesione della società.

Per gran parte del Novecento questa impostazione ha caratterizzato sia governi di sinistra sia governi conservatori.

Con gli anni Ottanta e l'affermazione del neoliberismo, il paradigma cambia. Privatizzazioni, deregolamentazione finanziaria, riduzione del ruolo dello Stato e globalizzazione diventano i nuovi dogmi.

Rizzo interpreta il proprio percorso come una reazione a questo cambiamento. Non una fuga dal comunismo, ma una battaglia contro una fase storica dominata dal potere della finanza globale.


Un precursore del XXI secolo?

È impossibile sapere se Marco Rizzo verrà ricordato come una figura marginale o come un anticipatore.

Tuttavia la domanda che pone appare destinata a rimanere.

Se la globalizzazione continua a produrre disuguaglianze crescenti e se le vecchie categorie ideologiche perdono capacità di rappresentanza, potrebbe emergere una nuova geografia politica.

Una geografia in cui il tema centrale non sarà più la collocazione a destra o a sinistra, ma il rapporto tra chi detiene il potere economico e finanziario e chi subisce le conseguenze delle sue decisioni.

In questo scenario Marco Rizzo potrebbe essere ricordato non tanto come il comunista diventato sovranista, quanto come uno dei primi politici italiani ad aver intuito che il conflitto politico del XXI secolo avrebbe assunto una forma diversa da quella conosciuta nel Novecento.

Forse la vera domanda non è perché Marco Rizzo abbia cambiato posizione.

Forse la domanda è se sia il mondo ad essere cambiato attorno a lui.

Il Dragone d’Oriente e l’Orso d’Occidente: l’ucronia di una guerra mai combattuta

 [Post a tempo: scadenza 21 giugno 2031]

Immaginiamo l’estate del 1941 come un crocevia diverso. La Germania ha appena lanciato l’Operazione Barbarossa, le sue divisioni corazzate corrono verso Smolensk e Kiev, mentre Stalin cerca disperatamente di stabilizzare il fronte. In questa versione alternativa della storia, il governo giapponese, galvanizzato da Berlino e spinto dalle fazioni più oltranziste dell’esercito di Kwantung, decide di rompere il patto di neutralità con Mosca. Le armate nipponiche attraversano il confine manciuriano, varcano l’Amur e si riversano verso la Siberia orientale.


Il colpo è devastante. L’URSS, che nel mondo reale poteva permettersi di spostare le divisioni siberiane a ovest, qui è costretta a difendere Vladivostok, la Transiberiana, i giacimenti di carbone e la costa del Pacifico. Stalin, già assediato dai tedeschi, deve mantenere un enorme contingente bloccato in estremo oriente. Mosca non riceve i rinforzi che nel dicembre 1941, nella realtà, ribaltarono le sorti della battaglia. L’inverno arriva, ma i tedeschi, pur logorati, trovano una capitale senza truppe fresche a proteggerla.

La caduta di Mosca, in questo scenario, diventa probabile. Non è detto che ciò significhi automaticamente la fine dell’Unione Sovietica, ma l’effetto psicologico è immenso: il centro politico e simbolico del regime è perduto. Stalin potrebbe trasferire il governo a Kuibyshev, ma l’autorità del Cremlino ne uscirebbe incrinata. L’Armata Rossa arretra, mentre Berlino e Tokyo assaporano l’idea di una vittoria totale.

Intanto, però, il Giappone paga un prezzo pesante. Le campagne siberiane non sono una passeggiata: il gelo, le distanze infinite e la logistica impossibile dissanguano l’esercito imperiale. Le risorse necessarie per l’espansione verso sud vengono distratte, e l’avanzata nelle colonie europee procede più lenta. Pearl Harbor arriva più tardi, o forse non arriva mai: gli Stati Uniti non hanno più un casus belli immediato nel Pacifico, ma seguono con attenzione l’allineamento nippo-tedesco contro i sovietici.

Eppure l’ucronia non si ferma qui. Se l’URSS vacilla, la Gran Bretagna si ritrova sola contro l’Asse in Europa, con un’America ancora esitante. Roosevelt, pur favorevole a contrastare Hitler, deve fare i conti con un’opinione pubblica che non ha ancora subito l’oltraggio di Pearl Harbor. La guerra mondiale assume così un volto diverso: l’Europa piegata sotto la Germania, l’Asia contesa tra un Giappone logorato e una Cina mai domata, l’America in bilico tra isolamento e intervento.

Col passare degli anni, però, le stesse forze che nella realtà cambiarono il corso della guerra — la capacità industriale statunitense e la resilienza di un’Unione Sovietica vasta e ricca di risorse — avrebbero potuto ribaltare ancora gli equilibri. Forse più lentamente, forse con un costo maggiore di vite umane, ma il destino dell’Asse sarebbe rimasto segnato.

Eppure, per un lungo momento in questa linea alternativa, l’illusione di un mondo dominato dal Dragone d’Oriente e dall’Aquila tedesca avrebbe oscurato la Storia. Una vittoria condivisa che non avvenne mai, lasciando spazio al corso che conosciamo: Stalingrado, Kursk, Midway, la lunga marcia verso Berlino.

(96) Il mito del Grande Israele: tra profezia e geopolitica

Ogni volta che si pronuncia l’espressione “Grande Israele” l’immaginazione corre subito a mappe antiche, confini che si estendono dal Nilo all’Eufrate e un popolo che si riappropria della sua terra promessa. È un’immagine che affonda le radici nella Bibbia, là dove i patriarchi ricevono la promessa divina di una terra vasta e fertile. Per alcuni rabbini del passato, come anche per correnti messianiche contemporanee, quel sogno non è mai stato solo allegoria, ma una geografia concreta destinata a compiersi.


Eppure la storia reale è andata diversamente. Nel 1897, al primo congresso sionista di Basilea, Theodor Herzl parlava di un focolare nazionale, non di imperi biblici. Nei suoi diari, annotava con lucidità che il progetto sarebbe stato lungo almeno cinquant’anni, ma non menzionava mai i confini del “Grande Israele”. Era un pragmatico, più preoccupato di ottenere un riconoscimento internazionale che di rincorrere mappe profetiche.

Con la nascita di Israele nel 1948 e soprattutto dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’idea prese nuova vita. La conquista di Gerusalemme Est, della Cisgiordania e del Sinai fu interpretata da alcuni come un segno divino: finalmente la promessa si stava compiendo. Un colono di Gush Etzion, intervistato negli anni Settanta, dichiarò con entusiasmo che “Dio ci ha restituito la terra con i carri armati, e non possiamo rinnegarla”. Per lui non era solo politica, ma un mandato sacro.

Non tutti però la pensavano così. Yitzhak Rabin, eroe militare e poi premier, ammoniva che non si poteva governare milioni di palestinesi senza cadere in una spirale di conflitto permanente. In un discorso alla Knesset del 1995, poco prima di essere assassinato, disse che “Israele deve rimanere ebraico e democratico. Un Israele troppo grande rischia di non essere più né l’uno né l’altro”.

Nel mondo arabo, al contrario, l’idea del Grande Israele veniva agitata come spauracchio. Nei manifesti di propaganda di Nasser, negli anni Sessanta, comparivano mappe con un Israele che si allargava fino a Baghdad e al Cairo. Era un modo per cementare l’unità araba contro un nemico percepito come minaccia esistenziale. Ma, paradossalmente, quelle stesse immagini contribuivano a rafforzare la paura israeliana di essere accerchiati e spinti verso il mare.

Oggi, parlare di Grande Israele significa soprattutto evocare un mito. I governi israeliani, anche i più nazionalisti, si muovono con un pragmatismo che tiene conto della pressione internazionale, dei rapporti con gli Stati Uniti e delle conseguenze demografiche. Annettere tutta la Cisgiordania è già un dilemma gigantesco, figuriamoci varcare i confini di stati sovrani come Egitto o Siria. Tuttavia, nelle colonie, nelle scuole religiose e nei discorsi di alcuni leader spirituali, quella visione continua a circolare. È più una bussola ideologica che un progetto di governo.


Il mito del Grande Israele resta così sospeso tra fede e politica, tra cartine bibliche e confini armati, tra la nostalgia di un’origine sacra e la durezza delle trattative diplomatiche. È un mito che sopravvive perché parla al cuore di identità collettive, e che al tempo stesso viene agitato dai nemici per accusare Israele di mire espansionistiche. Nel mezzo c’è la realtà, fatta di check-point, negoziati interrotti, alleanze precarie e popolazioni che cercano una vita normale dentro un mosaico geopolitico che non smette mai di infiammarsi.


(144) Mafia, familismo e destino mancato: perché il Sud non ha mai avuto la sua borghesia

Quando si prova a spiegare il sottosviluppo del Mezzogiorno italiano, si cade spesso nella trappola delle spiegazioni monocausali. C’è chi a...