Se un alleato attacca un alleato: la NATO davanti al suo limite storico

L’ipotesi di un’azione militare statunitense contro la Groenlandia, territorio del Regno di Danimarca e quindi di uno Stato membro della NATO, appartiene oggi più alla sfera della speculazione che a quella della previsione concreta. Eppure, proprio perché estrema, questa ipotesi consente di mettere a nudo i limiti strutturali dell’Alleanza Atlantica e di interrogarsi su ciò che accadrebbe se il suo principale pilastro diventasse, almeno formalmente, un aggressore.

Dal punto di vista giuridico la questione è netta. La Groenlandia non è una colonia né un territorio conteso, ma parte integrante del Regno di Danimarca, dotata di ampia autonomia interna ma protetta sul piano della difesa e della politica estera da Copenhagen. Un intervento militare esterno configurerebbe quindi un attacco armato contro uno Stato sovrano membro della NATO. In astratto, ciò dovrebbe attivare le consultazioni previste dal Trattato di Washington e porre la questione dell’Articolo 5, il cuore simbolico dell’Alleanza. In concreto, tuttavia, l’Articolo 5 non è mai stato concepito per regolare conflitti interni all’organizzazione, né tantomeno per affrontare il caso di uno scontro che coinvolga la potenza egemone dell’intero sistema.

La storia offre un precedente illuminante. Nel 1974, quando la Turchia invase Cipro in seguito al colpo di Stato promosso dalla giunta militare greca, due Paesi membri della NATO entrarono in conflitto diretto. L’Alleanza non intervenne, non scelse una parte, non applicò alcun meccanismo coercitivo. La Grecia, sentendosi tradita, abbandonò temporaneamente il comando militare integrato, mentre la Turchia consolidò il controllo sulla parte settentrionale dell’isola. Il problema non venne risolto, ma congelato. La NATO sopravvisse sacrificando la coerenza giuridica in nome della stabilità politica.

Quel precedente suggerisce che, anche oggi, la reazione istintiva dell’Alleanza sarebbe la paralisi. Di fronte a uno scontro tra Stati Uniti e Danimarca, i Paesi europei si schiererebbero politicamente e retoricamente a difesa del principio di sovranità territoriale, ma eviterebbero accuratamente qualsiasi confronto militare con Washington. La NATO non verrebbe sciolta, perché non esiste un meccanismo per farlo e perché i suoi membri continuano ad averne bisogno, ma cesserebbe di funzionare come comunità politica coesa. L’Articolo 5 diventerebbe, di fatto, inapplicabile, non per una decisione formale ma per impossibilità politica.

In uno scenario del genere, il vero danno non sarebbe immediato né spettacolare, ma sistemico. L’Alleanza Atlantica si trasformerebbe in una struttura puramente tecnica, utile per il coordinamento militare e logistico, ma priva di credibilità come patto di mutua difesa fondato su valori condivisi. La fiducia, elemento immateriale ma essenziale, verrebbe erosa in modo probabilmente irreversibile. Gli Stati dell’Europa orientale continuerebbero a guardare agli Stati Uniti come unico garante reale contro la Russia, mentre i grandi Paesi dell’Europa occidentale accelererebbero, per necessità più che per convinzione, il rafforzamento di strumenti di difesa autonomi in ambito europeo.

Paradossalmente, lo scioglimento formale della NATO sarebbe l’esito meno probabile. Le organizzazioni internazionali, soprattutto quelle militari, tendono a sopravvivere anche quando hanno perso la loro funzione originaria. Più realistico sarebbe uno svuotamento progressivo, una NATO che continua a esistere ma non riesce più a prendere decisioni politiche cruciali, una sorta di alleanza “zombie”, formalmente viva ma sostanzialmente incapace di agire come soggetto unitario.

Per gli Stati Uniti, un simile scenario rappresenterebbe un autogol strategico. La NATO non è soltanto un vincolo, ma uno dei principali strumenti attraverso cui Washington proietta influenza e legittimità globale. Minarne la credibilità significherebbe rafforzare, indirettamente, i rivali sistemici come Russia e Cina, offrendo loro l’argomento più potente: l’Occidente non riesce a rispettare nemmeno le proprie regole quando è in gioco il potere.


In definitiva, un’ipotetica crisi USA-Danimarca non segnerebbe la fine della NATO, ma la fine dell’illusione che essa sia un’alleanza tra pari fondata esclusivamente sul diritto. Metterebbe in luce ciò che la NATO è sempre stata, soprattutto nei momenti di tensione: un compromesso instabile tra valori dichiarati e rapporti di forza reali. La sua sopravvivenza sarebbe quasi certa; la sua innocenza, definitivamente perduta.

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