Quando il Vangelo mette la tonaca al Che Guevara

La Teologia della Liberazione non è mai stata soltanto una teoria, ma un fuoco acceso nelle viscere dell’America Latina. Nacque come grido dei poveri negli anni Sessanta e Settanta, quando dittature, disuguaglianze e oppressione sembravano condannare interi popoli a una schiavitù senza fine. In quel contesto il peruviano Gustavo Gutiérrez formulò la domanda che ancora brucia: il cristianesimo deve limitarsi a consolare con la promessa dell’aldilà, o deve incarnarsi come forza di liberazione storica?

Il movimento prese slancio, radicandosi nelle comunità ecclesiali di base, nelle letture popolari della Bibbia, nelle lotte contadine e nei sindacati. Ma incontrò anche l’opposizione dura di Roma. Giovanni Paolo II e il cardinale Ratzinger ammonirono che la Chiesa non poteva trasformarsi in un surrogato del marxismo; Cristo libera dal peccato prima ancora che dalle strutture economiche. Le due Istruzioni degli anni Ottanta furono una messa in guardia netta contro i rischi di un “Vangelo politicizzato”.

Eppure, il seme non morì. Alcuni sacerdoti scelsero persino la via estrema delle armi, come Camilo Torres in Colombia, ma la maggioranza rimase sul terreno della resistenza morale, della difesa dei diritti umani, dell’accompagnamento dei poveri. In loro il Vangelo non appariva come un rito lontano, ma come un compagno di cammino.


Con Papa Francesco la questione tornò in superficie, in forma più sobria ma ugualmente radicale: “Chiesa povera per i poveri”, denuncia dell’economia dello scarto, lotta contro il potere idolatrico del denaro. Era una eco della Teologia della Liberazione, senza abbracciare ideologie, ma recuperandone lo spirito profetico.

Oggi, con Papa Leone XIV, la traiettoria sembra compiersi. Ex missionario agostiniano, con trent’anni di esperienza pastorale in Perù, Leone porta a Roma la carne viva delle favelas, le assemblee delle comunità di base, le voci dei campesinos. Non parla della Teologia della Liberazione come di un rischio o di un’eresia, ma come di un’esperienza ecclesiale che ha segnato intere generazioni di fedeli. La sua scelta di nome, Leone, non sembra casuale: un richiamo alla forza, al coraggio, alla necessità di non avere paura di affrontare i potenti.

In lui la tensione tra Vangelo e politica non è più solo teorica. La sua pastorale affonda le radici in un terreno dove la fede e la sopravvivenza si confondevano, dove la messa non era cerimonia astratta, ma pane condiviso in baracche di lamiera. Papa Leone XIV non è un Che Guevara con la tonaca, ma sa che senza lotta per la giustizia il Vangelo rischia di trasformarsi in una consolazione sterile.

E allora la domanda che attraversa la storia torna con forza: la Chiesa deve restare custode di riti e sacramenti, o farsi compagna di chi lotta per respirare dignità? Leone XIV, dalla sua cattedra universale, sembra suggerire che le due cose non siano in contraddizione, ma due facce dello stesso mistero. La croce non è solo promessa ultraterrena: è anche segno di un Dio che si sporca le mani nella polvere della storia.

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