Governare con mezzo popolo

L'astensione come nuovo equilibrio della Democrazia Italiana

Alle elezioni regionali della Campania del 2025 ha votato poco più del 40% degli aventi diritto. Un dato che, al netto delle oscillazioni statistiche, dice una cosa semplice e inquietante: una delle regioni più popolose d’Italia è stata governata con il consenso esplicito di meno di un cittadino su due. Eppure non si è aperto alcun vero dibattito nazionale sullo stato della democrazia. Nessuna assunzione di responsabilità. Nessuna autocritica seria.

Questo perché l’astensionismo non è più percepito come una crisi, ma come una condizione normale del sistema. Una componente strutturale. La politica ha imparato a convivere con l’assenza di milioni di cittadini, anzi a trarne vantaggio. Governa sapendo che una parte consistente della popolazione ha già rinunciato a partecipare e quindi non rappresenta più un problema da affrontare.

La Campania, in questo senso, non è un’anomalia ma un laboratorio avanzato di una tendenza nazionale. Alle elezioni politiche del 2022, l’affluenza in Italia si è fermata al 63,9%, il dato più basso della storia repubblicana. In meno di cinquant’anni si è passati da una partecipazione superiore al 90% a un Paese in cui oltre un terzo degli elettori resta a casa anche quando si elegge il Parlamento. Non si tratta di una flessione momentanea, ma di una traiettoria precisa.


La spiegazione più comoda attribuisce la colpa ai cittadini, accusati di disinteresse, pigrizia o ignoranza civica. È una spiegazione rassicurante perché assolve la politica da ogni responsabilità. Ma è anche profondamente falsa. L’astensione non nasce dall’inconsapevolezza, bensì dalla consapevolezza maturata nel tempo che il voto, nella pratica, incide sempre meno sulla qualità della vita quotidiana. Strade dissestate, sanità pubblica in affanno, servizi essenziali in declino non cambiano volto al cambiare delle maggioranze. Cambiano i nomi, non le conseguenze.

In questo contesto si afferma quella che potremmo definire la politica facile. Governare con una partecipazione ridotta significa non dover parlare all’intero corpo sociale, ma soltanto a segmenti fedeli e organizzati. Significa concentrare risorse, promesse e attenzione su chi vota sempre, su chi è già inserito in reti di protezione e convenienza, su chi ha qualcosa da perdere se l’equilibrio viene scosso. Tutto il resto del territorio diventa una zona grigia, una terra di nessuno politicamente irrilevante.

Il clientelismo, in questa cornice, non è più un residuo arcaico ma una tecnologia moderna di governo. Non assume forme plateali, ma si esprime attraverso proroghe continue, sanatorie ricorrenti, distribuzione opaca di risorse e incarichi, gestione del consenso come amministrazione dell’esistente. Chi è dentro il sistema vota per conservarlo, chi ne è fuori smette di credere che il voto serva a entrarci.

Il degrado dei servizi pubblici diventa così un rumore di fondo. Le liste d’attesa nella sanità si allungano fino a rendere il diritto alla cura teorico. Le infrastrutture si deteriorano lentamente, senza mai esplodere in una vera emergenza politica. Chi può paga e si arrangia, chi non può rinuncia, chi rinuncia spesso rinuncia anche al voto. Il sistema regge, pur funzionando male, perché elettoralmente è sostenibile.

Questo quadro non è esclusivamente italiano. Il calo della partecipazione elettorale attraversa molte democrazie occidentali. In Europa e nel mondo anglosassone si vota meno rispetto agli anni Settanta e Ottanta, e la fiducia nei partiti tradizionali è in declino. Tuttavia, l’Italia si distingue per la velocità e la profondità della discesa. In pochi decenni ha bruciato un patrimonio di partecipazione che era stato uno dei pilastri della sua democrazia.

Il paradosso è evidente. Le istituzioni continuano a funzionare formalmente, le elezioni si svolgono regolarmente, i governi sono legittimi dal punto di vista giuridico. Ma la legittimazione politica si assottiglia, perché nasce dal consenso di una minoranza sempre più ridotta. La democrazia diventa la democrazia di chi vota, non più di chi vive quotidianamente le conseguenze delle decisioni pubbliche.

L’astensionismo, dunque, non è un incidente né una parentesi. È il nuovo equilibrio. Finché il silenzio di milioni di cittadini verrà interpretato come rassegnazione e non come una forma di accusa, la politica continuerà a governare con il minimo sforzo e il massimo cinismo. E una democrazia che funziona solo a metà, prima o poi, presenta il conto.

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