Per un po’ di tempo, ogni mattina, perdevo qualche minuto a fare la stessa cosa: prendevo l’articolo appena pubblicato sul blog e lo condividevo su WhatsApp con alcuni contatti. Era diventata quasi un’abitudine automatica, un gesto ripetuto più per disciplina che per convinzione. Pubblicavo, copiavo il link, lo inviavo.
Col tempo però ho iniziato a guardare i riscontri. Non le sensazioni, ma i dati minimi e soprattutto le reazioni reali. Mi sono accorto che quei link non venivano condivisi con altri e, nella maggior parte dei casi, non venivano nemmeno aperti. Non c’era ostilità, né rifiuto esplicito. Semplicemente, non succedeva nulla.
A un certo punto ho capito che il problema non era il contenuto, ma il contesto. WhatsApp non è un luogo di scoperta: è uno spazio intimo, fatto di relazioni personali, di quotidianità, di messaggi rapidi. Inviare lì un articolo significava legarlo alla mia persona, al mio nome reale, all’immagine che i destinatari hanno di me da anni. E quell’immagine, volente o nolente, è spesso una gabbia. Chi ti conosce da sempre fatica a vederti davvero per quello che scrivi, per quello che sei diventato o stai cercando di diventare. Non è cattiveria: è un meccanismo umano antico. Come si dice? Nessuno è profeta in patria.
Questo vale anche sui social. Sul mio profilo Facebook, che uso con lo pseudonimo Ettore Alpi, la situazione è leggermente diversa. Dalle statistiche del blog ho notato che, proprio perché il profilo è pubblico, ogni tanto qualcuno di passaggio clicca, legge, resta. Non sempre, certo. Ma lì il testo ha almeno una possibilità di essere incontrato senza pregiudizi, senza la zavorra del “ti conosco”.
Il punto, però, non era tanto l’efficacia, quanto il tempo. Mi sono reso conto che quella routine mattutina su WhatsApp era diventata una piccola dispersione di energia. Un gesto che non portava beneficio né a me né agli altri. Così ho smesso. Senza drammi, senza annunci. Semplicemente, ho cambiato rotta.
Su Facebook sto ancora valutando. Probabilmente continuerò a condividere in modo irregolare, soprattutto sulla pagina. Userò più che altro contenuti di richiamo, come i Reels che pubblico su Instagram e che finiscono automaticamente anche lì. Per il resto, lascerò che sia il web a fare il suo lavoro. Che siano i motori di ricerca, le coincidenze, le curiosità notturne a portare qualcuno su una pagina del blog.
In fondo, i miei articoli sono sempre stati questo: messaggi in bottiglia. Non parlano a tutti e non vogliono farlo. Sono destinati a lettori precisi, che forse non conosco e che forse non arriveranno subito. Ma se e quando li raggiungeranno, lo faranno nel modo giusto.
Finché non pubblicherò un vero e proprio libro, difficilmente investirò in campagne pubblicitarie a pagamento. La pubblicità ha senso quando c’è un’opera chiusa, riconoscibile, pronta a camminare da sola. Fino ad allora preferisco continuare così: scrivere, lasciare tracce, affidarmi al tempo.
Cambiare rotta, in questo caso, non è stato rinunciare. È stato togliere rumore per restare fedele al senso di quello che faccio.


Nessun commento:
Posta un commento