Eredità di potere: i figli d’arte della politica

“Non dimenticare mai da dove vieni”, gli diceva suo padre mentre lo accompagnava agli incontri di campagna. “Conosci tutti, saluta tutti, ricorda i nomi. La politica è come un mestiere: si impara sul campo, e chi ti ha preceduto può aprirti le porte… o chiuderle per sempre.”

Il ragazzo ascoltava, consapevole che il padre aveva sognato di diventare sindaco del paese, ma la vita glielo aveva negato. Ora era lui il prescelto, il figlio su cui riversare ambizioni mai realizzate, e il cognome apriva porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse.

Ma la politica ha occhi e orecchie dappertutto. Durante un comizio, mentre il giovane parlava con voce tremante e gesti maldestri, un uomo tra la folla si chinò verso un amico e, con un sussurro carico di sarcasmo, commentò: “Mettiti in politica che qualcosa a casa storto o morto riesci a portartelo.” Quelle parole tornarono come un’eco invisibile, segnalando a tutti la percezione di un ragazzo incapace e, peggio, incline alla disonestà. Era un po’ come quel tizio che, attraversando un gregge di pecore, riusciva a rubarsi un agnello senza farsi notare: astuto e senza scrupoli.

Sorprendentemente, il ragazzo riuscì a conquistare la fascia tricolore. Per due mandati il paese lo applaudì, ma dietro le apparenze si nascondevano incapacità, favoritismi e piccole corruzioni che lo rendevano peggiore del padre, già frustrato ma corretto nella propria ambizione. In ogni decisione, in ogni progetto avviato e poi abbandonato, il sussurro del detrattore sembrava tornare, puntuale come un monito: “Mettiti in politica che qualcosa a casa storto o morto riesci a portartelo.”

Gli alleati si allontanarono, la fiducia dei cittadini scemò, e alla fine il giovane non riuscì più nemmeno a farsi rieleggere come consigliere. Ogni successo apparente era accompagnato dall’ombra dell’inadeguatezza e dalla memoria dei giudizi silenziosi della piazza.

In altri paesi succede il contrario: padri segnati da scandali cercano di riciclare il nome attraverso i figli. Alcuni riescono a costruirsi un’identità autonoma, altri rimangono intrappolati nell’ombra dei genitori, soffocati dalle aspettative e dai commenti pungenti come quello sussurrato tra gli astanti.

Figli di ministri, sindaci o leader locali hanno provato a seguire le orme dei genitori. Alcuni hanno brillato di luce propria, altri si sono persi dietro il peso del cognome e delle battute taglienti. In ogni comizio, in ogni voto perso, in ogni scandalo rivelato, quell’eco sussurrata tornava, costante e spietata: “Mettiti in politica che qualcosa a casa storto o morto riesci a portartelo.”

Alla fine, resta chiaro che la politica non è un mestiere che si eredita come si eredita una bottega o un negozio. La passione può essere trasmessa, le conoscenze e i consigli condivisi, ma il successo dipende da talento, integrità e capacità di leggere i tempi. Così, tra comizi e sorrisi forzati, tra applausi e delusioni, i figli d’arte imparano presto che il peso del cognome può aprire porte, ma non garantire mai la gloria sognata dai padri. E che a volte, per sopravvivere, bisogna trovare il proprio agnello in mezzo al gregge, senza farsi notare.

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