Matteo Renzi: dal trionfo del 40% al possibile futuro da “piccolo ma decisivo”

Gli anni dell’ascesa fulminea

C’è stato un momento, nel 2014, in cui Matteo Renzi sembrava destinato a cambiare per sempre la politica italiana. Alle elezioni europee di quell’anno, il Partito Democratico guidato dall’ex sindaco di Firenze ottenne il 40,8%, un risultato mai visto nella Seconda Repubblica.
Quel successo portava con sé un’aria di rinnovamento, la retorica del “rottamatore” e una comunicazione rapida, televisiva, capace di parlare tanto alle piazze quanto ai social.

Aneddoto: quando Renzi vinse le primarie del PD nel 2013 con il 67%, amava ricordare di essere partito “da sindaco di provincia” per poi conquistare la guida del più grande partito italiano in meno di un decennio. Nel suo primo Consiglio dei Ministri scherzò: “Siamo il governo dei trentenni e quarantenni, se non ce la facciamo noi...”.


Il punto di rottura: il referendum del 2016

Il 4 dicembre 2016 segna la data spartiacque. Il referendum costituzionale – concepito come il culmine della sua riforma dello Stato – si trasformò in un plebiscito personale. Con il 59,1% di “No”, Renzi rassegnò le dimissioni.
Quel voto incrinò irrimediabilmente la fiducia di una parte dell’elettorato e acuì le spaccature interne al PD. L’immagine del leader invincibile lasciò spazio a quella di un leader divisivo.


Dalla scissione alla politica del “piccolo partito”

Nel settembre 2019, Renzi lasciò il PD per fondare Italia Viva. Il nuovo soggetto si presentava come liberale, riformista e centrista.
All’inizio, i sondaggi lo davano attorno al 5%, sufficiente per pensare a un “terzo polo” con capacità di condizionamento.
L’apice di questa strategia arrivò nel gennaio 2021, con la crisi del governo Conte II: Renzi, con un manipolo di parlamentari, fu l’artefice dell’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Aneddoto: durante quelle trattative, Renzi disse ai suoi: “In politica il 3% può valere più del 30%, se sai quando farlo pesare”.


I dati recenti: consenso stagnante

Alla data attuale, Italia Viva viaggia tra il 2 e il 3% nelle intenzioni di voto.
Le simulazioni con Azione (Carlo Calenda) per un Terzo Polo oscillano tra 5 e 6%, ma senza sfondare.
Il problema principale: la percezione pubblica di Renzi resta polarizzata. È visto come abile stratega, ma poco affidabile da una parte dell’elettorato, e “troppo spostato al centro” dall’altra.


 Grafico cronologico della parabola di Renzi (2014–2025)




Le due strade possibili

  • Ritorno con un partito di massa
Necessario ricostruire un’alleanza larga con mondi oggi divisi (ex Forza Italia moderati, ex PD riformisti, area cattolico-liberale).
Servirebbe un messaggio nuovo, non solo legato alla rottamazione o alle manovre di palazzo.
Rischio: tempi stretti e risorse limitate per creare una struttura radicata sul territorio.
  • Ago della bilancia con il 5–7%
Scenario più realistico, soprattutto con un sistema elettorale proporzionale o misto.
Il modello è quello già usato nel 2021: pochi voti, ma decisivi per la formazione dei governi.
Vantaggio: meno pressione nel conquistare consenso di massa, più libertà di negoziare da posizioni strategiche.


Conclusione strategica: il dilemma del rottamatore

Matteo Renzi oggi si trova in un equilibrio sottile tra ambizione e realismo. L’idea di ricostruire un partito di massa – magari un nuovo centro capace di attrarre ex elettori moderati, riformisti e cattolici – ha un fascino evidente: restituirebbe visibilità, struttura e radicamento territoriale. Ma comporta anche costi politici ed economici elevati, tempi lunghi e l’incognita di un leader che divide più di quanto unisca.

Il ruolo di ago della bilancia, invece, gioca sulle sue doti migliori: manovra tattica, capacità di influenzare agende politiche, costruzione di alleanze trasversali. In un sistema frammentato come quello italiano, un partito tra il 5 e il 7% può determinare la nascita o la caduta di governi.
È una strategia che richiede meno consenso popolare ma più abilità negoziale — e Renzi ha dimostrato di possederla in abbondanza.

Il rischio, però, è quello di rimanere intrappolato in un limbo: troppo piccolo per guidare, troppo visibile per passare inosservato, troppo divisivo per attrarre nuovi voti.
Il vantaggio? In politica, la memoria collettiva è breve, ma la capacità di essere al posto giusto nel momento giusto è ciò che garantisce la sopravvivenza.

Forse, la vera “rottamazione” che Renzi potrebbe compiere oggi è quella della sua stessa immagine: non più il leader che vuole cambiare tutto e subito, ma il regista silenzioso che, con pochi numeri, sa tenere in mano le chiavi del potere.
In questo, più che nel tentativo di ricostruire un impero elettorale, potrebbe esserci il suo futuro politico.

Nessun commento:

Posta un commento

Leopolda: il laboratorio politico che ha rivoluzionato la politica italiana

Negli ultimi quindici anni, la politica italiana ha visto emergere una forma di mobilitazione nuova, capace di unire innovazione, dibattito ...