Gabriele D’Annunzio, figura centrale della cultura italiana del primo Novecento, rappresenta un caso unico di eroe nazionale e intellettuale irregolare. La sua vita, segnata da audaci imprese militari, avventure letterarie e un forte carisma personale, lo pose al centro della scena pubblica italiana, ma al tempo stesso lo rese difficile da contenere all’interno di qualsiasi struttura politica. Il periodo finale della sua esistenza, trascorso al Vittoriale sul lago di Garda, evidenzia con chiarezza questo paradosso: D’Annunzio era celebrato e rispettato, ma il suo spirito indomabile e la sua autonomia di pensiero lo rendevano un potenziale pericolo per il regime fascista che lui stesso aveva in parte contribuito a legittimare.
Durante la Grande Guerra, D’Annunzio si distinse come eroe patriottico, partecipando attivamente alle imprese più simboliche, come le azioni aeree sul nemico e soprattutto la celebre marcia su Fiume. La sua partecipazione alla presa del Quarnaro e il successo propagandistico della sua reggenza lo resero una figura carismatica che continuava ad attirare attenzione e ammirazione anche a distanza di anni. Tuttavia, proprio questo prestigio, unito alla sua indipendenza di pensiero e al rifiuto di uniformarsi completamente alla disciplina politica del fascismo, lo rese ingombrante agli occhi di Benito Mussolini.
Mussolini comprese la necessità di tenerlo sotto controllo senza privarlo completamente dei privilegi che il Vate si era conquistato. Il Vittoriale, luogo di isolamento e allo stesso tempo di lusso, rappresentava una forma di “confino dorato”: D’Annunzio poteva vivere circondato dalla propria arte, dai ricordi delle sue imprese e dalla protezione dello Stato, ma era privato di qualsiasi influenza concreta sulla politica nazionale. In questo senso, egli diventava un simbolo da esibire, un trofeo di prestigio, utile al regime ma potenzialmente pericoloso se lasciato libero di esprimere le proprie opinioni.
La lucidità politica di D’Annunzio emerge anche nel suo giudizio sui grandi eventi europei degli anni Trenta. Capì prima di molti la pericolosità di Hitler, riconoscendo nei metodi e nelle ambizioni del nazismo una minaccia reale per l’Italia e per l’Europa. Mussolini, invece, era ormai legato indissolubilmente alla Germania, vincolato dai favori ricevuti durante le sanzioni inflitte all’Italia dopo l’invasione dell’Etiopia e dagli accordi militari della Guerra Civile Spagnola, dove il fascismo italiano aveva collaborato con il nazismo tedesco. Questa distinzione tra lungimiranza del Vate e compromessi del Duce mostra quanto fosse difficile per D’Annunzio conciliare il proprio ruolo di patriota e intellettuale con le dinamiche di potere di cui era stato testimone e protagonista.
Nei suoi ultimi anni, D’Annunzio visse quindi un’esistenza contraddittoria: amato e rispettato, celebrato e isolato, tra la nostalgia delle imprese passate e la frustrazione di vedere il proprio paese vincolato a alleanze politiche e militari discutibili. Il Vittoriale non era soltanto una dimora, ma un simbolo della sua condizione: una prigionia apparente, ricca di libertà apparente ma strettamente controllata. In questo modo, D’Annunzio rimane una figura affascinante e complessa, capace di grandi intuizioni politiche e culturali, ma costretta a vivere ai margini della vita pubblica di un’Italia che, pur celebrandolo, ne temeva la libertà.
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