L’idea che un Gay Pride possa un giorno sfilare a Teheran, Mosca o Pechino viene spesso evocata come simbolo di una presunta occidentalizzazione inevitabile del pianeta. In realtà, questa immagine dice molto più delle nostre categorie mentali che dei processi reali in corso. Ridurre le trasformazioni globali a una marcia trionfale dei valori occidentali significa non cogliere la natura profonda del cambiamento, che non procede per imitazione culturale ma per crisi interne, adattamenti forzati e conflitti latenti tra potere e società.
La libertà, intesa come bisogno di autodeterminazione, non è un’esclusiva dell’Occidente né un prodotto d’esportazione. È una tensione antropologica che emerge ogni volta che sistemi politici fortemente centralizzati cercano di governare società sempre più complesse, istruite e interconnesse. Internet, urbanizzazione, mobilità sociale e aspettative individuali agiscono come forze corrosive su modelli fondati sull’obbedienza verticale e sull’uniformità. Questo vale a Teheran come a Pechino, a Mosca come a qualunque altra metropoli globale. Ma il modo in cui questa tensione si manifesta dipende dalla storia, dalla cultura e dalle strutture di potere locali.
In Iran, ad esempio, le proteste cicliche non nascono da un’adesione ideologica all’Occidente, bensì dalla frattura tra una teocrazia rigida e una popolazione giovane, urbana e colta che vive quotidianamente una modernità negata sul piano simbolico e giuridico. In Russia, il richiamo ai “valori tradizionali” funziona come collante identitario e strumento di controllo in una fase di conflitto geopolitico, ma convive con una società che consuma cultura globale e sperimenta contraddizioni profonde tra propaganda e realtà. In Cina, infine, il Partito ha scelto una via diversa: concedere prosperità economica e mobilità materiale in cambio di una limitazione severa delle libertà politiche e simboliche, tentando di governare il desiderio più che reprimerlo apertamente.
In questo quadro, il Pride diventa spesso un totem, un segno caricato di significati che vanno oltre la questione dei diritti LGBTQ+. Per alcuni è l’emblema della libertà individuale, per altri un simbolo di decadenza morale o di ingerenza culturale straniera. Ma confondere il simbolo con il processo è un errore analitico. I diritti civili non avanzano perché una bandiera arcobaleno viene esposta, ma perché mutano i rapporti di forza tra Stato e società, perché emergono nuove soggettività che chiedono riconoscimento, perché i vecchi linguaggi del potere smettono di essere credibili.
Anche le narrazioni che attribuiscono queste trasformazioni a presunte entità occulte o a complotti globali finiscono per oscurare la realtà. Il mondo contemporaneo è plasmato da dinamiche strutturali ben visibili: capitalismo tecnologico, competizione tra grandi potenze, crisi demografiche, disuguaglianze crescenti e circolazione istantanea delle informazioni. Personalizzare o demonizzare questi processi in un nemico astratto non solo è infondato, ma impedisce di comprendere come e perché le società cambiano davvero.
La verità è che non esiste una linea retta che conduce tutte le culture verso un unico modello di libertà “alla occidentale”. Esistono invece percorsi ibridi, spesso contraddittori, in cui aperture e repressioni si alternano, e in cui il controllo si raffina tanto quanto il desiderio di autonomia. Se un giorno vedremo manifestazioni pubbliche di orgoglio e rivendicazione anche in contesti oggi impensabili, non sarà il segno di una vittoria culturale importata, ma l’esito di trasformazioni interne profonde, maturate nel tempo e pagate a caro prezzo.
La libertà non arriva in parata, preceduta da slogan e colori riconoscibili. Arriva quando un sistema non riesce più a contenere le vite che pretende di amministrare. E quando questo accade, le forme che assume sono sempre nuove, spesso scomode, e quasi mai conformi alle aspettative di chi guarda da lontano.


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