Venezuela, il giorno in cui la forza ha superato la legge

L’operazione militare condotta dagli Stati Uniti in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Nicolás Maduro, segna un punto di svolta che va ben oltre la crisi venezuelana. Non è solo un episodio di politica estera aggressiva, ma un evento simbolico che mette in discussione la tenuta stessa del diritto internazionale così come si è consolidato dal secondo dopoguerra in poi. Quando una grande potenza interviene militarmente sul territorio di uno Stato sovrano senza un chiaro mandato multilaterale, il problema non riguarda soltanto il bersaglio dell’azione, ma l’intero sistema di regole che dovrebbe governare i rapporti tra Stati.


Per comprendere la portata di quanto accaduto, occorre partire dai principi fondamentali del diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite stabilisce che l’uso della forza è vietato, salvo due eccezioni: l’autodifesa in caso di attacco armato e l’autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza. Al di fuori di queste ipotesi, l’intervento armato è illegittimo. Nel caso venezuelano, le giustificazioni addotte – dalla lotta al narcotraffico alla presunta minaccia alla sicurezza regionale – appaiono fragili dal punto di vista giuridico, perché non configurano né un attacco imminente né una decisione collettiva dell’ONU. La conseguenza è che l’operazione viene percepita da molti Stati come una violazione diretta della sovranità venezuelana.

La sovranità, nel diritto internazionale, non è un concetto astratto o retorico, ma il pilastro che regge l’intero edificio delle relazioni tra Stati. Significa che ogni Stato esercita un potere esclusivo sul proprio territorio e che nessun altro può intervenire con la forza per imporre un cambiamento politico. La cattura di un capo di Stato straniero, per di più attraverso un’azione militare, rappresenta una rottura particolarmente grave di questo principio. Non è solo un atto ostile, ma un precedente che ridefinisce in senso pericoloso ciò che le grandi potenze ritengono “accettabile”.

Questo non è, tuttavia, il primo caso in cui il diritto internazionale viene messo sotto pressione. La storia recente è costellata di interventi unilaterali che hanno eroso progressivamente la forza delle norme multilaterali. L’invasione di Panama del 1989, giustificata dagli Stati Uniti con la necessità di arrestare Manuel Noriega, mostrò già allora come la lotta al crimine potesse diventare una giustificazione per l’uso della forza. La guerra in Iraq del 2003 rappresentò un ulteriore strappo, con un intervento privo di una chiara autorizzazione ONU che minò la credibilità dell’ordine internazionale. Anche l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 ha contribuito a questo processo, dimostrando che le grandi potenze, quando lo ritengono necessario, sono disposte a ignorare le regole che esse stesse proclamano di difendere.

Il caso venezuelano si inserisce in questa traiettoria di lungo periodo, ma con una differenza significativa. Qui non si tratta di un conflitto aperto o di una guerra prolungata, bensì di un’operazione mirata che ha come obiettivo diretto il vertice dello Stato. Questo elemento accentua la sensazione che il diritto internazionale non funzioni più come un limite effettivo all’azione delle potenze, ma come un linguaggio da usare selettivamente. Le norme vengono invocate per condannare gli avversari, mentre vengono relativizzate o reinterpretate quando ostacolano i propri interessi strategici.

Il messaggio che emerge è destabilizzante. Se uno Stato può arrogarsi il diritto di intervenire militarmente per rimuovere un governo ritenuto illegittimo o per arrestarne il leader, allora lo stesso principio può essere invocato da altri attori in contesti diversi. Il rischio è una progressiva normalizzazione dell’unilateralismo, in cui la forza torna a essere lo strumento principale di regolazione dei conflitti internazionali. In un simile scenario, le istituzioni multilaterali appaiono deboli e incapaci di esercitare una funzione di garanzia, soprattutto quando uno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza è parte in causa.

Le conseguenze non si limiteranno al piano giuridico. Sul piano politico, l’America Latina potrebbe entrare in una fase di maggiore instabilità, con governi che temono interferenze esterne e opinioni pubbliche sempre più diffidenti verso l’ordine internazionale. A livello globale, la frattura tra chi sostiene un sistema basato su regole condivise e chi privilegia l’azione di forza rischia di ampliarsi. Il diritto internazionale, in questo contesto, perde la sua funzione di linguaggio comune e diventa terreno di scontro ideologico.

Guardando al futuro, è difficile immaginare un rapido ritorno alla normalità. Se non vi saranno conseguenze concrete per la violazione delle regole – sanzioni efficaci, isolamento diplomatico o iniziative giudiziarie credibili – il precedente venezuelano resterà come un segnale chiaro: le regole valgono finché non intralciano i rapporti di forza. Questo non significa necessariamente la fine formale del diritto internazionale, ma ne segna una trasformazione profonda, da sistema vincolante a cornice sempre più fragile.

In definitiva, il blitz in Venezuela non rappresenta solo un atto di politica estera aggressiva, ma un sintomo di una crisi più ampia dell’ordine internazionale. È il segno di un mondo in cui la legalità globale fatica a contenere la potenza, e in cui il confine tra diritto e forza si fa sempre più sottile. Se questa tendenza non verrà invertita, ciò che ci attende non è semplicemente un diritto internazionale più debole, ma un sistema globale più instabile e imprevedibile, in cui la legge cede il passo alla volontà dei più forti.

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