Il rogo di Vercelli: Dolcino e Margherita tra fuoco e ombra

La nebbia si alzava lenta sulle torri di Vercelli, avvolgendo le vie deserte in un silenzio che sembrava respirare con vita propria. Ogni pietra della città sembrava conoscere il destino imminente: il tribunale, le piazze, le basiliche antiche, tutte testimoni silenziose di un supplizio che avrebbe scolpito la memoria dei secoli.


Dolcino avanzava su un carro trascinato dai soldati, il volto segnato dalle torture, ma gli occhi fissi su un’unica luce: Margherita. Ella lo seguiva, con Longino accanto, camminando come in un sogno sospeso tra l’orrore e la devozione. Il loro amore, nato tra i boschi e le notti stellate, ora splendeva come una fiamma fragile ma indomita, capace di resistere persino alla crudeltà degli uomini.

I vicoli di Vercelli sussurravano sotto i loro passi: il vento sembrava sospirare, le porte chiuse tremavano di paura e commozione, e persino le acque del torrente Cervo, lontano ma presente nei pensieri, sembravano prepararsi a ricevere il sacrificio di Margherita.

Dolcino ricordava la prima volta che aveva visto Margherita: un volto pallido tra le ombre, gli occhi che brillavano di coraggio e innocenza insieme. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni parola sussurrata tra le foglie dei boschi era ora memoria vivida e ardente, capace di scaldare il cuore anche davanti alle fiamme imminenti.

Il processo fu un rituale crudele. Le accuse erano precise e implacabili: eresia, ribellione, sfida alla Chiesa. Dolcino ascoltava con calma, ogni parola dei giudici scivolava sul suo spirito indomito. Rifiutava il pentimento, proclamando che la verità e la fede non si piegano alle minacce della carne o del potere.

Poi vennero le tenaglie arroventate, il dolore dei colpi inferti, le mutilazioni che avrebbero spezzato chiunque. Ma Dolcino non gridava: il suo cuore batteva solo per Margherita, e ogni sofferenza sembrava ridursi davanti alla certezza del loro legame. Quando il pene fu strappato, un sospiro lungo e dolce uscì dalle sue labbra, come un ultimo respiro terreno prima dell’eternità.

Margherita fu condotta sull’isolotto del Cervo, tra il sussurro del fiume e l’ombra dei salici. Il Ponte della Maddalena, antico e instabile, tremava sotto i loro passi, come se la stessa pietra fosse consapevole della tragedia imminente. Prima di essere legata, Margherita si voltò verso Dolcino e disse:

“Né il fuoco né la morte potranno mai separarci. Sei la mia anima, il mio respiro, il mio coraggio.”

Dolcino, pur segnato dal dolore, trovò la forza di rispondere con lo sguardo: “E tu sei la mia vita. Anche quando il mondo ci divorerà, il nostro amore resterà invincibile.”

Quando le fiamme avvolsero Margherita, il vento stesso parve fremere. Le acque del torrente Cervo si agitarono come per accoglierla, i salici piangevano ombre tremanti, e le torri della città sembravano inchinarsi davanti alla forza del loro amore. Dolcino fu poi issato sul rogo della Basilica di Sant’Andrea. La città, testimone del supplizio, divenne un teatro di dolore e bellezza, ogni pietra, ogni crepa e ogni colonna raccontava il sacrificio di due anime unite.

Eppure, anche tra le fiamme, Dolcino cercava Margherita. Ogni briciola di legno ardente era un pensiero verso di lei, ogni scintilla un messaggio d’amore. Quando il silenzio calò, e le ceneri rimasero a testimoniare il loro sacrificio, la leggenda nacque: due cuori invincibili, due spiriti che il fuoco non poteva consumare, due anime destinate a vivere oltre la vita, oltre il tempo, oltre ogni memoria.

Il vento continuò a sussurrare il loro nome, e le acque del torrente Cervo scorrevano come per custodire il ricordo di Margherita. Dolcino e la sua amata erano morti, ma la loro storia d’amore, tra eroismo, sofferenza e poesia, rimaneva immortale, scolpita nei cuori e nelle ombre della città.

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