Il rapimento di Adolf Eichmann in Argentina fu una chiara violazione del diritto internazionale. L’Argentina non protestò più di tanto: si liberava di una presenza ingombrante. Per Israele e il Mossad, invece, fu un trionfo da esibire al mondo.
Rileggendo oggi quella vicenda, alla luce dei crimini contro l’umanità a Gaza, in Cisgiordania e nei bombardamenti nei paesi vicini, si corre un paradossale rischio: Eichmann potrebbe apparire come una vittima anticipata del sionismo, al pari delle persone eliminate durante l’“Operazione Ira di Dio”.
Il processo di Gerusalemme fu più teatro che giustizia: la sentenza era già scritta. Eichmann fu il trofeo con cui il giovane Stato sionista volle mostrare al mondo la propria forza. Gli attentatori palestinesi, veri o presunti, vengono sempre uccisi, quasi mai arrestati. Eichmann ebbe la “fortuna” di arrivare vivo davanti ai giudici, ma solo per essere condannato a morte a sangue caldo. Israele non avrebbe più ripetuto quell’“errore”: meglio uccidere a sangue freddo, come fa la mafia.
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