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Ferie, ponti e badge elettronici: manuale di sopravvivenza del dipendente pubblico

Il dipendente pubblico in Italia porta cucita addosso un’etichetta pesante, quella del fannullone con il concorso “aggiustato”, la scrivania come rifugio e l’agenda piena non di pratiche, ma di ponti e ferie da programmare già a gennaio. È l’impiegato che, finito l’orario, sprofonda nella sdraio con la Settimana Enigmistica, e che durante l’orario, invece, si muove con la calma olimpica di chi sa che il “posto fisso” non glielo toglie nessuno. Negli anni i ministri, Brunetta in testa, hanno provato di tutto: badge elettronici al posto dei vecchi cartellini, valutazioni della performance, campagne mediatiche contro i “furbetti”. Ogni volta si è gridato alla rivoluzione, ma alla fine l’immaginario collettivo è rimasto lo stesso: la pubblica amministrazione come un enorme salotto dove qualcuno si riposa a spese di tutti.

Eppure, dietro questa caricatura comoda e vendibile, c’è un’altra realtà che quasi mai fa notizia. Gli uffici svuotati dai pensionamenti e mai rimpiazzati, le scadenze imposte dai regolamenti europei, i sistemi informatici che si bloccano mentre i cittadini protestano allo sportello, i fascicoli che arrivano a decine ogni giorno con la stessa urgenza e le stesse scadenze impossibili. C’è chi lavora con senso del dovere e anche oltre l’orario, senza straordinari riconosciuti, senza premi di produttività, e con la frustrazione di sentirsi dipinto come l’ennesimo “parassita”.

Così l’immagine pubblica rimane quella del fannullone da barzelletta, e i media preferiscono raccontare il furbetto del cartellino che timbra in mutande piuttosto che la segretaria comunale che si porta i faldoni a casa per chiudere il bilancio entro mezzanotte. È un gioco delle parti: lo stereotipo continua a vivere perché fa ridere, fa indignare, fa vendere giornali. La realtà invece resta più scomoda, più noiosa, e troppo complessa per entrare in una battuta.

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