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Terapie riparative: cura o illusione?

Le cosiddette terapie riparative – nate in ambienti conservatori e fortemente religiosi – rappresentano uno dei punti più controversi nel dibattito contemporaneo su sessualità e identità. Per i loro difensori, l’orientamento sessuale non è altro che un’abitudine da correggere: maschio o femmina, tutto il resto è deviazione. In questa visione, la fluidità del Rapporto Kinsey è ridotta a pura fantasia, quando non a perversione o malattia mentale.



La malattia che non c’è

Il problema è che la psichiatria ufficiale ha da tempo depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie: prima l’APA (1973), poi l’OMS (1990). Ma i sostenitori replicano: “La psichiatria non guarisce nemmeno i disturbi che considera ancora tali, si limita a riempire i pazienti di pillole”. Peccato che la loro logica crolli davanti a un dato semplice: non si cura ciò che non è malattia.

Lo sa bene chi queste pratiche le ha subite: come Luca Bocchi, che dopo un percorso in un ambiente religioso ha raccontato di aver pensato più volte al suicidio. Non un caso isolato, ma la conseguenza prevedibile di un sistema che promette guarigioni impossibili.


La visione binaria vs. lo spettro sessuale

Nel modello riparativo la biologia detta legge: cromosomi XY, genitali maschili, identità maschile. Punto. Tutto ciò che si discosta diventa aberrazione. Così, di fronte a chi vive una transizione di genere – assumendo ormoni, modificando il corpo, fino ad arrivare a interventi chirurgici – i sostenitori della terapia preferirebbero aprire la scatola cranica e sostituire direttamente il cervello, “rimettendolo in riga” con i genitali originari. Una visione da officina meccanica, come se il cervello fosse un motore guasto da cambiare.

Ma la ricerca – da Kinsey alle neuroscienze – mostra che identità e desiderio non obbediscono a un aut aut, bensì a uno spettro di sfumature. E persino un ex guru delle terapie, David Matheson, dopo vent’anni di pratica, ha dovuto ammettere: «Ci credevo davvero, ma era tutto falso».


Il mito della volontà

I difensori delle terapie riparative puntano allora sulla volontà: basterebbe volerlo. Ma la volontà può limitare un comportamento, non cambiare un orientamento profondo. È come chiedere a un tifoso del Napoli di diventare juventino con la sola forza di volontà: puoi costringerlo a comprare la maglia bianconera, ma il cuore continua a battere altrove.


L’argomento etico

Alla fine, resta la questione morale. Per chi difende la libertà individuale, la risposta è semplice: “La vita è mia”. E la società può aggiungere: l’importante è fare le proprie scelte senza imporle agli altri.

Ma chi vede nella natura o in Dio un ordine superiore, non si accontenta del consenso: per loro non conta solo chi si ama, ma se quell’amore sia conforme a una norma trascendente.

Non a caso, gli Ordini degli Psicologi italiani hanno dichiarato queste pratiche «inaccettabili» e contrarie al codice deontologico. Ma ancora oggi, in assenza di una legge nazionale che le vieti del tutto, restano zone d’ombra dove qualcuno può illudersi di “riparare” ciò che non è rotto.


La satira della cura impossibile

In fondo, l’idea di guarire un orientamento sessuale appare tragicomica. Sarebbe come pretendere di sostituire un cuore che batte per gli uomini con uno che batte per le donne, o viceversa. O come ordinare a un fumatore in chemioterapia di smettere subito, solo perché “dovrebbe”. Il rischio, lo sappiamo, è che invece di guarire si faccia solo più male.


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