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Il trabocchetto della Regina Giovanna

Nelle notti di luna piena, quando il mare di Posillipo sussurra come un animale addormentato, il vento porta ancora un nome proibito: Giovanna.


Dicono che fu regina e peccatrice, santa e strega nello stesso tempo.

Dicono che i suoi occhi erano due carboni azzurri, capaci di incendiare un uomo e poi ridurlo in cenere.

Il suo palazzo si ergeva sulla scogliera, dove oggi restano soltanto ruderi e fichi d’India. Era un luogo di marmi bianchi e tendaggi rossi, dove il profumo dell’ambra si mescolava all’odore salmastro del mare. Lì, la Regina riceveva i suoi amanti — giovani pescatori, soldati di ventura, paggi dal volto di cherubino — scelti ogni sera dal suo seguito di dame silenziose.

Li accoglieva nel suo letto d’oro, con voce di miele e mani di fuoco.
«Riposate, dolce amore», sussurrava, e la notte si faceva infinita.
Ma quando il primo gallo cantava, Giovanna si sollevava nuda come una dea, e con un gesto impercettibile toccava una pietra incastonata nel muro.
Un suono di ferro e vento attraversava la stanza — e il letto si spalancava sotto l’amante, che precipitava in un abisso invisibile.

L’acqua sottostante, gelida e nera, inghiottiva ogni grido.
Poi il mare restituiva solo bolle e silenzio.

Così trascorsero gli anni: nessuno sapeva quanti uomini fossero scomparsi, ma si diceva che le onde sotto il palazzo fossero diventate rosse come il vino. Alcuni servitori giuravano di aver visto ombre muoversi sotto la superficie, come corpi sospesi in una danza senza fine.

Una notte però, un giovane di nome Marzio, figlio di un pescatore di Mergellina, venne convocato a corte.
Aveva occhi sinceri e non sapeva temere.
Quando la Regina lo accolse, gli parlò come mai aveva fatto con nessuno: non con desiderio, ma con nostalgia.
«Sai cos’è la solitudine, ragazzo mio?» chiese.
«È come il mare di notte, ma senza stelle.»

Marzio sorrise e rispose: «Nessuna regina dovrebbe dormire sola.»

Quella notte Giovanna non toccò la pietra del trabocchetto.
E quando il sole sorse, piangeva.
Le lacrime bruciavano il pavimento come vetro fuso.

Ma la corte non poteva permettere che la maledizione si spezzasse.
Uno dei suoi consiglieri, geloso e timoroso, azionò di nascosto la leva.
Marzio cadde nell’abisso.
La Regina urlò, e il suo grido ruppe gli specchi, le finestre, le ossa stesse del palazzo.

Da quel giorno nessuno vide più Giovanna.
Il mare inghiottì la villa, e dove un tempo c’era il suo letto, ora c’è soltanto una grotta.
La chiamano “Grotta della Regina Giovanna”, e i pescatori dicono che nelle notti d’estate si ode ancora una voce cantare, dolce e terribile:

«Marzio, amore mio, torna da me…»

Chi la ascolta troppo a lungo non fa più ritorno a riva.
Il mare di Napoli sa custodire i suoi segreti — e le sue regine.


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