(117) Il Trattato dei Tre Impostori: cronaca apocrifa alla corte di Federico II

Capitolo I – La corte di Palermo e il libro proibito
Nelle notti di Palermo, tra il vento di scirocco e le logge rischiarate da torce tremolanti, l’Imperatore Federico II amava circondarsi di sapienti arabi, ebrei e latini. In quelle veglie di filosofia e astrologia, il tema più scabroso era sempre la religione. Federico, che disprezzava gli inganni dei preti, confidava al suo cancelliere Pier delle Vigne che l’umanità intera era stata asservita da tre uomini astuti, i quali, fingendosi inviati dal Cielo, avevano fatto delle masse uno strumento di potere.
«Scrivilo tu, Pier» — ordinò l’Imperatore — «perché la memoria non muoia. Tre furono gli impostori, e tre i veli di menzogna che ancora oscurano il mondo».

Capitolo II – Mosè, legislatore del deserto
Il primo nome dettato fu quello di Mosè. Federico lo descriveva con ironia, come un capo abile nell’usare prodigi e leggende per sottomettere il suo popolo. L’apertura del Mar Rosso non era che favola, la colonna di fuoco illusione. Ogni volta che gli ebrei mormoravano, Mosè erigeva nuove leggi, minacciando castighi eterni. Così mantenne il suo dominio: non con la grazia di Dio, ma con la paura e l’astuzia di un legislatore che conosceva i segreti dei venti, delle acque e delle stelle.

Capitolo III – Gesù, predicatore dei poveri
Il secondo fu Gesù, figlio di umili origini, che affascinò le folle promettendo un regno eterno. I miracoli attribuitigli furono, per Federico, illusioni o voci moltiplicate dagli ignoranti. «Guarì i ciechi e risuscitò i morti» — commentava con un sorriso amaro — «ma mai un cretino divenne intelligente». Dalla sua croce nacque il vessillo che i papi usarono per regnare su re ed eserciti. La Chiesa, rivestita d’oro e potere, trasformò il messaggio dei poveri in uno strumento di dominio: crociate, roghi, inquisitori. Il regno dei cieli che Gesù annunciò non si vide mai; al suo posto regnarono catene e sangue.

Capitolo IV – Maometto, profeta della spada
Il terzo nome pronunciato da Federico fu quello di Maometto. A differenza degli altri, egli non si affidò soltanto alla parola, ma alla spada. Promise giardini e piaceri a chi moriva in battaglia, e così infiammò le tribù del deserto. L’Islam, sosteneva l’Imperatore, non si diffuse per verità spirituale, ma per disciplina militare e conquista. Le visioni della grotta non erano che narrazioni utili; ciò che contava era l’ordine e la forza che da esse scaturirono.

Capitolo V – La vera legge: natura e ragione
Una notte, terminata la dettatura, Federico uscì sulla terrazza del palazzo. Indicò il cielo stellato e disse a Pier: «Ecco il vero libro sacro. Qui non vi sono menzogne, solo leggi eterne che né sacerdote né profeta possono piegare. Gli uomini dovrebbero leggere il cielo e la natura, non i codici dei preti».
Un medico arabo aggiunse: «I filosofi d’Oriente già dicono che Dio è la natura stessa». L’Imperatore sorrise: «Vedi, Pier? In Oriente e in Occidente gli uomini liberi conoscono la verità. Ma i popoli hanno bisogno di catene, e i profeti gliele forniscono dorate».

Epilogo – L’eco del libro maledetto
Così nacque, tra una notte e l’altra, il libro proibito che mai fu trovato, ma che tutti temettero. Alcuni dissero fosse custodito in uno scrigno della corte sveva, altri che fosse stato bruciato per non cadere nelle mani dell’Inquisizione. Ma l’eco rimase: un Imperatore che osò chiamare impostori i tre fondatori delle religioni, e un cancelliere che ne fissò le parole col tremore della penna. Un testo mai letto apertamente, ma sempre sospettato, e per questo immortale.

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