I due volti della destra: dal populismo sionista ai sotterranei del neonazismo

 [Post a tempo: scadenza 3 luglio 2031]


La destra del nostro tempo non è un blocco monolitico, ma un mosaico di identità, correnti e contraddizioni. Da una parte c’è la destra che si muove alla luce del sole, quella dei partiti populisti che cavalcano il malcontento, che mescolano sovranismo ed economia di mercato, identità nazionale e retorica anti-immigrazione. È una destra che, a differenza delle sue antenate, ha stretto un rapporto organico con Israele e con il mondo ebraico: da Washington a Roma, passando per Varsavia e Budapest, non è raro vedere leader conservatori con la kippah in testa, dichiarare amicizia allo Stato ebraico, invocare l’alleanza con Netanyahu o i suoi eredi politici. È la destra dei MAGA, dei Groyper, dei think tank giovanili come Turning Point USA di Charlie Kirk, che hanno sostituito l’antisemitismo del secolo scorso con un filosionismo militante, in funzione soprattutto anti-islamica e anti-progressista.

Ma accanto a questo volto rispettabile e mediatico, ne sopravvive un altro, nascosto, clandestino, ferocemente ancorato a un passato che la storia ha condannato e che la legge, almeno in Italia e in Europa, vigila e reprime con strumenti come la Scelba e la Mancino. È la destra dei nostalgici puri, quella che non ha mai abbandonato Hitler, Mussolini, Leon Degrelle, Corneliu Codreanu, Ettore Muti. Un mondo che non si riconosce nei populisti di oggi, accusati di essere compromessi e corrotti, ma che cerca rifugio altrove: nei meandri di VKontakte, il Facebook russo più tollerante verso i contenuti radicali, nei canali di Telegram dove circolano senza sosta simboli runici e croci uncinate, nei forum anonimi del deep web e del dark web, dove il culto del nazionalsocialismo si mescola con il negazionismo della Shoah e con la retorica della guerra razziale.

È in questo bacino nascosto che si formano e si alimentano i cosiddetti lupi solitari, figure come Anders Breivik in Norvegia o Brenton Tarrant in Nuova Zelanda, che hanno agito in solitudine ma attingendo a un immaginario e a un arsenale ideologico comune, fatto di manifesti, video, inni e mitologie condivise. In Italia queste correnti emergono di tanto in tanto nelle cronache giudiziarie, quando la Digos smantella gruppi di neonazisti o quando operazioni della magistratura fanno luce su circuiti che organizzano persino concorsi di “Miss Hitler”.

Se la destra populista ha imparato l’arte del consenso e della comunicazione di massa, quella radicale e purista vive nell’ombra, lontana dai riflettori, ma continua a esercitare una funzione diversa: non conquistare seggi o ministeri, bensì mantenere viva un’ideologia proibita, offrire un’identità a chi rifiuta compromessi, ispirare chi è pronto a trasformare la rabbia in violenza. Due destre dunque, apparentemente lontane, ma entrambe parte di un panorama che, più che mai, resta attraversato da fratture profonde e da visioni inconciliabili del mondo.

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