Achille Lauro e l’ombra lunga del populismo: dal pacco di pasta al voto consapevole

C’è una linea sottile, ma ben visibile, che separa la politica come servizio dalla politica come mercato. Nel dopoguerra italiano, quando il Paese usciva devastato dal fascismo e dalle macerie della guerra, Napoli divenne il laboratorio di un populismo che avrebbe fatto scuola per decenni. Al centro di questa epopea stava Achille Lauro, armatore di successo, patron del Calcio Napoli, figura ingombrante e carismatica. Non va confuso con il cantante omonimo: il suo nome è inciso nelle cronache politiche degli anni ’50 e ’60 come simbolo di un modo di intendere il consenso che oggi definiremmo clientelare.


Le cronache raccontano delle “borse della spesa” consegnate alle famiglie più povere in cambio di un voto, dei pacchi di pasta e dello scatolame che diventavano moneta elettorale, fino alle famose banconote tagliate a metà: una parte consegnata prima, l’altra dopo che l’elettore aveva “saldato” il suo debito politico recandosi alle urne. Era un populismo concreto, tangibile, che toccava la pancia più che la testa. Lauro, come un piccolo Domingo Perón partenopeo, seppe interpretare la fame e la disperazione della sua città, trasformandole in consenso. Ma a quale prezzo? Alla Napoli di quegli anni lasciò non solo il ricordo delle feste e delle vittorie sportive, ma anche la ferita della cementificazione selvaggia, che deturpò quartieri e paesaggi, consegnandoli ai palazzinari senza scrupoli.

Achille Lauro non inventò il populismo, ma lo rese popolare, spettacolare, anticipando di decenni i linguaggi che avrebbero segnato la politica italiana: la promessa facile, il dono elettorale, la costruzione di un leader amato più per ciò che dava che per ciò che rappresentava. Prima della Lega, prima di Berlusconi, prima del Movimento 5 Stelle, Napoli ebbe il suo “Comandante” capace di parlare al popolo e conquistarlo non con idee lungimiranti, ma con favori immediati.

Ed è proprio qui che si annida il cuore del populismo: non è politica, ma scambio. Non è futuro, ma presente istantaneo. Si nutre del bisogno e del desiderio, li sfrutta per consolidarsi, e lascia dietro di sé il deserto delle istituzioni deboli.

Difendersi dal populismo non significa solo indignarsi per un pacco di pasta o per una promessa irrealizzabile. Significa sviluppare un senso critico, chiedersi sempre chi ci guadagna davvero, e pretendere che la politica torni a parlare di progetti, di città vivibili, di diritti che non devono essere concessi a singhiozzo come elemosine, ma garantiti a tutti. L’antidoto è la consapevolezza, il rifiuto di farsi ridurre a consumatori di favori.

Achille Lauro, con il suo stile teatrale e il suo carisma da armatore, ha lasciato un’eredità che ancora oggi pesa: ci ha mostrato quanto sia fragile la linea che separa la democrazia dalla compravendita del consenso. E ci ha avvertito, forse senza volerlo, che ogni volta che la politica si abbassa a distribuire regali, è la cittadinanza intera a pagare il conto, spesso per generazioni.

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